gea and the city,  giornali e dintorni

Volevo essere una penna

Mi ha suonato il campanello Edo con in mano una coppa gigante di gelato al cioccolato. Ne abbiamo mangiata metà sul ballatoio e metà sul tavolino stretto della mia cucina, ricoperto di giornali, appunti, ritagli.
Fuori, il clima ricordava certe giornate all’Equatore, con l’umidità morbida ad avvolgere le cose. O anche alcune poesie settembrine di Eugenio Montale.
Siccome quest’anno niente è come è sempre stato, l’ho trovato bello. Ho impastato una torta e ascoltato Paolo Conte e Tom Waits. Ho letto e scritto, senza frenesia.
Poi con Edo abbiamo parlato del Nord Africa e di una partenza imminente. Dice che magari viene con me. Me lo sento già il direttore editoriale che risponde: «Guarda che non vai mica a bambanare». Ci metterò una vita a spiegargli che non bambaneremo. Poi lui ce ne metterà un’altra a spiegarmi come farò a tornare a casa e a riprendere a valutare le cose con gli stessi parametri del giorno prima di salire sull’aereo.
«Per lavorare in un giornale ci vuole una corazza sul cuore. L’importante è ricordarsi di togliersela quando si esce dalla redazione», mi ha detto l’altro giorno. Ma in Libia è più importante proteggersi il cuore o la pelle?

(frase della settimana, Andrea, ieri notte: Io volevo essere una penna. Invece sono una macchina. Le meraviglie del giornalismo).

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