Archive for category alla rinfusa

L’ultima cena

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Keep Delille free

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Did they get you to trade your heroes for ghosts? (ovvero, Coop rosse e dintorni)

Dieci della mattina del 22 dicembre: domenica prima di Natale, tre giorni innanzi allo stesso e centinaia di genitori nel panico da regalo. Un sms sul mio telefono. «Verifica per favore se da quelle parti si trova camion VVFF con mezzo anfibio Lego. Segue codice: 3340».
La firma, ovviamente, è quella di mio fratello, ché solo lui è capace di mandare un telegramma per incorporare una richiesta a Babbo Natale.
Brividi attraversano il mio corpo: l’ultima volta che mio nipote ha chiesto all’anziano signore dei doni un regalo irreperibile in Liguria ho dovuto quasi calpestare il genitore di un cinquenne al Disney Store per accalappiarmi l’ultimo personaggio di Cars rimasto nel Nord Italia. Ma è mio nipote. Gli voglio bene. E i Lego aiutano lo sviluppo intellettivo. Quindi decido di provarci.
Un’ora e qualche tonnellata di ringo boys dopo – ogni missione impossibile esige un’adeguata colazione – accosto la macchina vicino a un negozio di giocattoli che tracima adulti disperati (acquirenti) e altri adulti in prossimità di tracollo nervoso (venditori).
Attendo con pazienza il mio turno di fronte a un ventenne dietro al bancone che evidentemente sta sognando discese innevate e playmate in bikini.
– Scusa, cercavo un camion dei vigili del fuoco con relativo mezzo anfibio. Ah sì, della Lego, non veri, ehehe – esordisco imbarazzata.
Mi guarda come se stessi parlando di fisica quantistica.
– Tutto quello che c’è è lì.
– Non vedo nessun mezzo anfibio dei vigili del fuoco – ridacchio per stemperare.
– Allora guarda sul catalogo.
Mi mette in mano un catalogo patinato: lo sfoglio avidamente, ma del camion dei vigili del fuoco nemmeno l’ombra.
– Non c’è.
– Allora non è più in produzione, sarà una cosa vecchia – conclude tirando il fiato lui, mentre mi invita con lo sguardo verso l’uscita. Che, in effetti, imbocco: anch’io alleggerita dall’impossibilità di onorare l’incombenza.
Mentre risaliamo in macchina, però, l’amico che mi accompagna – secondo solo a mio fratello per meticolosità – mi fa notare come il catalogo fornitomi dal ventenne fosse assai sguarnito. «Guarda, ho comprato Lego per 15 anni», inizia con il fare dell’ingegnere meccanico che in effetti è, «non ho mai visto un catalogo così ridotto: li sfogliavo per settimane prima di scrivere la lettera, da bambino. Dobbiamo provare da un’altra parte».
Maledicendo la precisione altrui, convengo sommessamente.
Venti minuti e un paio di telefonate di verifica dopo, stiamo approdando di fronte al Paradiso dei bambini, immenso capannone padano in cima alla via Emilia zeppo di orsi polari di peluche ad altezza naturale e con un’intera ala dedicata ai Lego. Ci sono castelli di Nottingham in un milione di pezzi, macchinine telecomandate da costruire con nottate insonni (roba Technic, per futuri fidanzati rompipalle maniaci dell’ordine, anche se nelle avvertenze non c’è scritto), distributori di benzina e garage a sei piani di ogni colore. Ci sono tutti i Lego di tutte le epoche. Del mio, tuttavia, nemmeno l’ombra.
– Signorina, mi scusi, stavo cercando un camion dei vigili del fuoco con relativo mezzo anfibio – riparto con la tiritera.
La venditrice in divisa d’ordinanza scuote la testa in segno di diniego: mezzi anfibi a quell’altezza della via Emilia la Lego non ne ha recapitati.
– Le do il codice, se potesse controllare – incalzo.
Con rara gentilezza, si mette al computer. Questione di istanti: «Mi spiace, ma il codice è inesistente».
Per qualche secondo resto sgomenta, poi prendo il telefono e chiamo mio fratello: è la prima volta in 33 anni che sbaglia un dettaglio tecnico, le mie certezze già esigue sulla vita si stanno rapidamente assottigliando.
«Mauro, il codice che mi hai dato non esiste: sono qui nel Paradiso dei lego con la negoziante di fronte».
Sfida lanciata: 15 secondi dopo, il fratello maggiore mi spedisce via email la foto della confezione del camion dei vigili del fuoco con relativo mezzo anfibio e, naturalmente, codice in bella vista, il tutto scaricato da internet.
Rincuorata, mostro la foto alla negoziante. Lei inizia a digitare freneticamente sul web, appurando, a sua volta sgomenta, che il prodotto in effetti esiste. Eppure, per un qualche mistero del cosmo, in quell’angolo di via Emilia nessuno lo ha mai paracadutato.
E’ talmente in imbarazzo che sto per dire che scherzavo, volevo Barbie fior-di-pesco in realtà, ma sta già raggiungendo il suo responsabile per chiedere lumi.
Il ragazzone ascolta, poi si avvicina a noi impalati come staccafissi e dice in un bisbiglio. «Mi dispiace, quella è un’esclusiva Coop».
«Come, scusi?». «Non lo distribuiscono a noi negozianti normali: è un’esclusiva delle Coop».
Io e Diego ci guardiamo increduli. «Ma come, non è mica un co-marketing, è un Lego!». «Signorina, non so cosa dirle: hanno fatto un accordo, quei modelli li danno solo alla Coop, sono un’esclusiva Coop».
Se ne va prima che possa fare qualche domanda. E la democrazia dei regali di Natale? E i bambini che abitano dove le Coop non ci sono? E il principio che la concorrenza aiuta a tenere i prezzi bassi? I comunisti si sono mangiati anche Babbo Natale, visto che di bambini non se ne fanno più?
Ah no: quelli erano i comunisti. Queste sono le coop rosse. In mezzo ci sono Errani, Bersani, D’Alema e la morte della sinistra dell’equità. Persino nella distribuzione dei Lego. Scusate, allora ve lo chiedo come un favore, visto che su quelli siete più ferrati: non è che me ne mandereste uno per mio nipote?

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La mia vita in tre scatti

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Il paragone con Cristo

Questo è un post a rischio noia.  Parole chiave: cuore, età, dolori. Uomo avvisato…

Un signore che mi ha insegnato qualche cosa, tempo fa, mi disse che a fare i giornalisti ci si mette una corazza sul cuore e si va avanti. Io seguì più o meno alla lettera l’insegnamento – all’epoca andavo in giro per campo profughi palestinesi, oggi più o meno dirigo le operazioni, e ça va sans dire rimpiango i palestinesi – ma ho capito anni dopo che era proprio una cazzata.
Coprirsi – il cuore, gli occhi, i pensieri – è proprio l’ultima cosa che uno deve fare nella vita. Squadrare le cose, sentire la carne che brucia, connettere i neuroni, reagire: questo bisogna fare.
Mi sono così abituata a coprire che mi si è offuscato lo sguardo. Mi sono così abituata a coprire che ogni tanto mi alzo la mattina e nella mia routine da automa perdo il contatto con il mondo: dove sono, che cosa sto facendo, come lo sto facendo?
Mio padre l’altro giorno mi diceva, alla comoda distanza di sicurezza di qualche migliaia di chilometri, che non sono più giovane.
Il discorso era complesso e lungo e inanellava tutta una serie di cose sulle quali non me la sento di tornare (sparare dei razzi terra-aria sui pensieri dei figli senza aver fornito uno scudo antimissile, comunque, dovrebbe essere proibito dalla convenzione per i diritti dei trentenni). Ma alla fine sono rimasta lì a chiedermi quando è che uno diventa grande. Ho 33 anni: in che categoria rientro? Cosa determina il passaggio da giovani ad adulti?
Quando avevo 16 anni – non proprio un’infante – avevo una certezza sul mio futuro: a 27 sarei stata sposata con figli e un lavoro appagante. Non che lo volessi o lo desiderassi, non sono nemmeno mai stata particolarmente barbiefiordipesco nei sogni.  Semplicemente mi pareva scontato: a 27 anni si è adulti e gli adulti così fanno (meriterebbe una nota sociologica a margine il riferimento al lavoro appagante: le distorsoni provocate dagli agi della provincia borghese sono inimmaginabili).
Va da sé che era una idiozia colossale, e non ho avuto bisogno di arrivare alla data ics per rendermene conto. Col tempo l’idea dell’essere adulto in me è stata semplicememte sospesa: lavoravo, amavo, viaggiavo senza mai chiedermi quale età sarebbe stata giusta per cosa.
Poi, il tempo ha iniziato a passare senza che io facessi nulla che vi rimanesse impresso. Niente per me, poco per gli altri, salvo un mirabile caso.
Adesso tutto presenta il conto. Sarà il paragone con Cristo, che a 33 anni lasciò il marchio per sempre.
E comunque mi accontenterei anche di qualcosina in meno della crocefissione, sia chiaro.

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Sfasciati

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Inizia l’austerity

Mi hanno rubato il motorino.

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Tre metri sotto l’ape

Ho incrociato il cammino di un’ape car lampedusana e non le stavo simpatica.

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Sono una persona orribile/3,4,5,6,7 e qualcosina in più

Partiamo dalla fine. Ci sono serate come questa, in cui entro in casa alle 23 – e la casa, oltretutto, è tremendamente simile a un campo profughi, e lo sarà fino a quando la donna delle pulizie non torna dalle ferie; peccato che potrebbe non tornare mai, visto che mi ha chiesto un lauto anticipo per andare in Perù – in cui mi chiedo perché al posto di farmi studiare, girare il mondo, imparare le lingue e tutte queste baggianate per intellettuali, i miei non mi abbiano messo nel taschino la regola aurea: “Sposa un miliardario” (copyright Berlusconi).
Ovviamente è un pensiero inutile, perché è del tutto evidente che sposarsi è una cosa che non fa per me: ogni volta che ho sfiorato l’idea sono scappata; e se per caso non sono scappata io, se ne è andato lui. Senza dire, poi, che in ogni famiglia deve esserci almeno uno senza il becco di un quattrino, ed è cristallino – quantomeno nella dichiarazione dei redditi – che il destino abbia pescato me per il ruolo.
Quindi, diciamo che non potendo sposare uno ricco e non sapendo fare assolutamente nulla, sono diventata giornalaia (si ringrazia per la sintesi perfetta mio nipote 5enne).
La cosa mi porta oggi a nutrirmi quasi unicamente di torta al cioccolato – se trovate una che alle 23 si mette ai fornelli ditemelo e vado a ripetizioni di stile – e poi a pensare che  buttare giù un elenco ragionato dei propri difetti potrebbe adiuvare una improbabile redenzione dal casino in cui vivo.
Dunque, l’elenco. Sono una persona orribile basterebbe per tutto, ma è troppo semplice, ancorché esaustivo.
Allora andiamo con ordine. Non di importanza ma di recenti incazzature con me stessa.
Sono una dannata impulsiva. E istintiva. E no, non sto barando, non sto vendendo dei pregi mascherandoli come difetti. Sono difetti belli e buoni. E parecchio grandi.
Anche se posso fare valere le attenuanti generiche. Per esempio che sono trasparente come una radiografia (purtroppo non ugualmente sottile), e quindi se faccio una stupidaggine non provo a far finta di niente. Al più cerco di spiegare che non avevo cattive intenzioni; ma di quelle buone sono già pieni i libri di storia (e comunque la gente non ti crede mai).
Il corollario di questo modo di essere è che più mi sforzo di seguire un tracciato che non condivido e più rischio di fare un bottone colossale. Più o meno lo stesso con cui, ad anni alterni, lascio case, fidanzati, famigliari, impieghi e via discorrendo. Trovandomi senza un tetto sulla testa e in disoccupazione. E con parecchie maledizioni vudoo da smaltire.
Ma, va da sé, sono minuzie: un cornetto acquistato a Napoli fa miracoli. Peggio è quello che bisogna buttarci sopra. Una grandinata di insicurezza. Una spolverata di impazienza. E raffiche di ambizione che fanno barcollare.
Poi c’è la frustrazione di quando le cose non vanno come voglio io, che diventa frustrazione logaritmica se non sono nemmeno riuscita a spiegare come avrei voluto che fossero.
Perché, oltretutto, la mia autoritarietà è zero. Detesto chi esercita il potere tanto per, e non sono nemmeno capace di imitarlo.
L’unico su cui ho una qualche autorevolezza è mio nipote, ma solo perché a cena, dopo due ore di discussioni su cause e magistrati tra i suoi genitori, sono sempre io a uscirmene stentorea: “Il bambino si annoia, se parlate solo di lavoro”. In realtà sono io a frantumarmi i maroni, ma comunque agli occhi del piccolo acquisisco una certa brillantezza.
Infine di me si può dire che sono troppo istintiva per essere furba. E, infatti, parlo: dico le cose come mi vengono. Troppo. Troppe.
Trentuno anni e milioni di inciampi non mi hanno insegnato a essere cauta. Attendista. Misurata.
No: quando nel mio cervello è suonato il campanello achtung, è già successo un disastro. E poi hai voglia a sistemare le cose con le buone intenzioni. Se la valanga ti ha travolto è tardi. Più o meno come con la torta al cioccolato che a questo punto ho finito e fra mezz’ora mi provocherà sensi di colpa per i prossimi cinque giorni.
Insomma. Sono certa che ci sarebbero mille altre cose  da dire. Tipo che ogni volta che voglio cucinare le seppie devo fare una foto con il telefono e mandarla a Chicco che mi risponde se sono già pulite o no, che non lavo i vetri di casa dal 2009, che ho della ceretta nel frigo, che rubo la pasta col pesto a mio nipote, che guido a scatti, che odio parlare al telefono se non con cinque persone in croce e spesso non rispondo apposta, che ho riiniziato a mangiare il formaggio nella pizza e molto altro ancora. Ma questo più o meno è l’essenziale per dipingere il quadro spregevole di me.
E se fossi una Barney appena un po’ più povera, o una Tibor appena meno colta, basterebbe domani a rendermi una persona migliore. O almeno ricca.
Tutto mi dice, invece, che domani sarò ancora una persona orribile. E senza il becco di un quattrino.

 

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Viva la semplicità/1

zsia, ma chi zono quei bambini nelle foto?
Sono bambini poveri Titto.
E pecché?
Perché sono sfortunati. Vivono in posti in cui non ci sono le cose che hai tu, e non hanno nemmeno da mangiare.
E quando tu vai via pe’ lavoro vai dai bambini poveri?
A volte sì Titto. O magari li incontro anche se non vado solo per loro.
Zsia ma tu sei amica dei bambini dei poveri?
Sì, diciamo di sì Titto.
E che lingua parlano i bambini poveri?
Mah dipende dove sono. Quelli dove vado la settimana prossima parlano arabo.
Szia ma tu lo parli l’arabo?
No, Titto.
Szia, allora secondo me tu non sei amica dei bambini poveri.

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Bellamore

Davanti ai disegni d’amore quotidiano di Sottsass per Nanda, oggi mi si è crepato il cuore.

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