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Dispacci, Seattle #4

In giro per la West Coast è tutto un succedersi di cartelli in difesa delle minoranze, dei migranti, della comunità Lgbt. Non menzionano mai Trump nello specifico – ed è  giusto, perché non è dall’uomo che bisogna difendersi bensì da una cultura  profondamente radicata che lui ha contribuito a rivalutare  – ma si riferiscono a tutto quello che è successo negli ultimi due anni, da I believe that Black Lives Matter a Parents and their children shouldn’t be divided by force.

A Seattle, che è una città vivace e non conformista – nonostante Amazon, Microsoft, Boing e Starbuck, la Big America Corporatation che ha sede qui – molti bar e ristoranti hanno affisso adesivi sui vetri con cui rassicurano le persone gay, transgender, rifugiate: Here you are safe, qui siete al sicuro.  

Mi è sembrata una cosa fortissima: siete al sicuro, vi stiamo offrendo protezione, da chi non vorrebbe che foste quel che siete, da chi non vi vuole in giro, da chi potrebbe aggredirvi o farvi male in altra maniera.
Evidentemente specificarlo serve, evidentemente quella cultura di cui parlavamo sopra, l’intolleranza, la rabbia sociale, l’ignoranza, la prevaricazione, l’egoismo e tutto quello che sta rinsaldando il mostro nero dei nostri anni, esiste eccome. Non è solo marketing: potete fidarvi o meno, ma lo so, l’ho sentito, l’ho visto.

Ecco, allora mi chiedo: quand’è che importeremo questa cosa in Italia, dove il nero in giro è lo stesso, se non peggio? (Qui almeno formalmente l’industria più potente al mondo, Big tech, è schierata a favore delle minoranze, talvolta in aperto contrasto con l’Amministrazione su specifiche scelte come il Travel Ban, il divieto di immigrazione per certi cittadini e per i loro congiunti; da noi non mi pare di aver sentito una sola società o famiglia che conta, dalla Ferrari a Della Valle passando per Cucinelli che normalmente è il santo de noantri, dire qualcosa). 

Ce ne sarebbe molto, molto bisogno, e non solo nella solita Milano, che essendo la capitale nazionale del marketing ha capito subito come posizionarsi  – e meno male, non fraintendetemi.
Ci sarebbe bisogno anche che, una volta successo, i media (di destra, soprattutto, ma anche alcuni dei molti che si definiscono indipendenti e menano colpi al cerchio e alla botte con la stessa felicità con cui scrivono tweet) non lanciassero la grancassa canzonatoria delle magliette rosse o dei radical chic o delle bandiere della pace che furono.  

Serve rispetto, anche quello. 

 

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Seattle, Dispacci #3

La sede di Amazon a Seattle è stupenda: legno e cafeteria e tre sfere giganti che contengono una foresta – una foresta vera, anzi più foreste: specie tropicali ma anche sequoie, felci e piante carnivore asiatiche; poi naturalmente anche tavolini e Wi-Fi in abbondanza, ché è Amazon, mica l’Amazzonia  – e la sensazione di essere una star solo a metterci piede. Per non dire dell’ebbrezza di fronte al negozio di Amazon Go, entrato così solidamente nell’immaginario collettivo come il futuro, a disposizione solo per pochi istanti e pochi prescelti, che non appena davanti alla porta mi son affrettata a scaricare la App per precipitarmi a comprare qualcosa.

Dicevamo, comunque, che la sede di Amazon è pazzescamente figa, e sono sicura che siano molti quelli che entrando la mattina (o la notte, è il classico building 24 hours) pensino veramente quel Pretty cool, Pretty Amazing duh che raccontano a te mentre ti descrivono la loro routine di Amazoner. Tanto più cool se è vero che gli orari di lavoro “sono il tipico 8-5”, come dice quello della comunicazione parlandomi  dei propri, anche se va detto che se lavori nelle Pr per Amazon e alle 17 hai finito forse sei una discreta pippa, perché con le grane da smazzare a ciclo continuo di un posto così quando ritengono che alle cinque poui andartene, ecco,  probabilmente il tuo contributo non è essenziale, almeno non per le grane vere.

Ma, insomma, la sede di Amazon è stupenda davvero. E anche il magazzino di stoccaggio tutto robotizzato, 30 km fuori dal centro, è pazzesco: i robot fanno qualsiasi cosa intelligente e la comunicazione spiega sempre che sanno tutto perché “Il sistema”, non meglio definito se non con un misto di machine learning e software, fornisce loro ogni indicazione. Poi magari ne scriverò meglio, ma l’essenza è che il robot è veramente una potenza: in  ogni fase sa quali prodotti son dentro a una scatola chiusa e quali scatole non son state chiuse bene soltanto guardandole, e quali prodotti mettere vicini perché fra due giorni con la ripresa delle scuole venderanno di più o magari quali spedire a 200 chilometri perché in quella città li chiedono di più, eccetera. I robot sanno tutto, danno indicazioni precise, segnalano gli errori, elaborano schemi e indicano scelte. A chi? Agli umani, che come in un gioco di specchi di un film distopico fanno il lavoro senza cervello che facevano prima le macchine: aprono, scartano, sollevano, infilano nei cassetti. 

È un rovesciamento totale dello schema tradizionale dell’interazione uomo-robot: gli uomini eseguono, gli altri decidono. Ma è tutto preciso, ben fatto, efficacissimo, perfetto per il cliente cui si offre un servizio eccezionale. 

E insomma, pensavo oggi, guardando le foreste nelle sfere prima e poi gli umani che eseguono le indicazioni dei robot, che Amazon è la sintesi perfetta di dove è andato il mondo e sempre più andrà con la specializzazione delle competenze e l’allargarsi  del divario tra la rendita da lavoro e da capitale (leggi: Piketty) e l’immaterialità degli strumenti con cui si soddisfano sempre più bisogni: chi ce l’ha fatta sta nel mondo scintillante, bellissimo, biodiverso, protetto e connesso; chi non ce l’ha fatta esegue compiti elementari sotto la supervisione di macchine e computer, con le gambe affaticate per i troppi hamburger a pochi dollari e una sensazione di lontananza fisica e separazione tipica del terzo mondo. 
In mezzo, un esercito che potrebbe farcela ma anche non essere all’altezza, ancora in bilico, che si sdilinquisce sulle meraviglie del primo mondo con la speranza che  aiuti a entrare stabilimente nel circolo, sospendendo ogni altro pensiero o desiderio.

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Dispacci, Seattle #2

Seattle, Crocodile bar, una sera come tante. C’è una band giovane che suona, un po’ sfigatina; sulle tivù giganti sopra al bancone passa l’Unplagged dei Nirvana (The man who sold the world) e qualcuno abbassa il volume della band per far sentire Cobain. 

Giusto così, o forse no. Però chi se ne frega del giusto quando c’e Cobain e i suoi che lo omaggiano. 

 

 

 

 

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California, Dispacci #1

Dimentichiamoci per un secondo Mueller e il Russiagate, e diciamolo.
La vera resistenza quaggiù la fa il calcolo delle calorie sotto ai menù, quei numerini magici che oggi mi hanno salvato dall’ingollare 720 calorie di un’insalata di pollo (due volte una carbonara, nemmeno Einstein saprebbe spiegare come ci riescano). Non c’erano otto anni fa e non ci saranno più fra qualche anno, capiamoci, specie se alla presidenza resta uno che beve 12 CocaCola (zero, vabbè) al giorno.

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Parole divertenti che ho imparato in Messico

La Cruda

La cruda è la sensazione fisica del post sbronza, quel rincoglionimento sommato a dolore di testa, nausea, insofferenza agli odori che in Italia non ha un nome, a meno che non sia spuntato di recente: da quando, priva di un rene, ho disgraziatamente quasi smesso di bere (quasi).

In castigliano si dice resaca, e mi è sempre parsa un’espressione geniale: visualizza quel moto di eterno ritorno, il “mi torna su” che si mormora con la testa tra le mani quando si accende la prima sigaretta dopo una sbornia seria.

La cruda però porta la descrizione a un livello superiore, più vivido, viscerale; infatti la cruda se cura,non si fa semplicemente passare (normalmente con l’ausilio di un panino di carne di maiale bagnato nel pomodoro piccante e spruzzato di limone, accompagnata da una coca cola: tarta ahogada y cola)

Ahorita

Ahorita, cioè adesso, subito, proprio ora, diminutivo vezzeggiativo che coccola il tempo, con in più quella punta di soavità melensa di cui è intriso lo spagnolo americano, come tutti avremmo imparato se avessimo guardato Topazio in lingua originale, al posto che nel terribile doppiaggio di ReteQuattro.

Ma comunque il punto forte di ahorita è, ovviamente, che non esiste: adesso può essere fra due ore, domani o persino ieri. Una proposta per ahorita può avere la stessa forza delle diete annunciate dopo il pranzo della domenica a partire dal lunedì, per capirci. L’importante, però, è fingere che non sia così.

Penosamente

Cioè con un dispiacere profondo, sincero, autentica sofferenza: come quello cui è stata costretta oggi la polizia locale nell’informarmi che guidavo in modo non consono alle regole e che quindi dovevano multarmi per l’equivalente di dodici giorni di salario (che già di per sé è un modo magnifico di quantificare la sanzione).

Ora, io facevo i sessanta all’ora in una statale e avevo appena finito di seguire le indicazioni di altri poliziotti per superare un blocco di camion, intorno a me le auto sfrecciavano, alcune senza targa, e parecchi in moto non avevano il casco, ma non ho comunque provato a protestare, specie dopo che mi hanno sequestrato patente e passaporto dicendo che me li avrebbero ridati a pagamento avvenuto. Penosamente, erano costretti a comportarsi così.

Altrettanto penosamente ho risposto al machissimo con occhiali scuri e parlata trascinata che i documenti però mi servivano parecchio, e che magari avremmo potuto accordarci su una cifra lievemente inferiore, essendo io chica straniera.

Penosamente, lui e il socio piccolo e tarchiato si sono accordati e mi hanno chiesto solo sei giorni di salario: subito, in effectivo, cioè in contanti. Nel portafoglio avevo complessivamente poco di più, in una banconota sola, e mentre lo spilungone se la metteva in tasca restituendomi i documenti si è penosamente scusato di non potermi dare il resto.

 

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Dispacci, India – Madurai #11

C’è gente in giro che chiede se è vera la leggenda per cui il couchsurfing serva a trovare qualcuno con cui andare a letto; esistono persino articoli di giornale un po’ sciocchi che ne parlano. 

È evidente che chi li ha scritti non ha mai fatto couchsurfing: altrimenti saprebbe che la prima cosa che si fa in un altro continente, dopo aver incontrato la propria amica-couch, è chiedere il contatto del miglior medico ayurvedico in città, per trovarsi qualche ora dopo seduti in attesa del proprio turno per un massaggio terapeutico in uno studio che non ha mai visto un interior design e nemmeno l’Ikea (forse neppure straccio e spazzolone, ma il caos polveroso e marcescente delle strade indiane finisce col rendere sfumati i contorni delle cose: è difficile dire quando un posto è semplicemente realmente sporco o quando è sommariamente pulito ma segnato dal tempo, dal numero di persone che ci sono passate, dalle cianfrusaglie che lo adornano, dalle divise lise e dai piedi consumati di chi si trova al suo interno).

 Il messaggio ayurvedico, dicono quelli che se ne intendono, ai quali non appartengo, è una specie di cura ominicomprensiva, che se praticata con la giusta frequenza può rimettere in sesto quasi tutto. Non provarlo sarebbe da fessi.

Non so, e nessuno mi ha detto, se in altri posti del mondo o anche solo dell’India le massaggiatrici ti facciano stendere su qualcosa di più confortevole del siluro convesso di legno massiccio sul quale invece hanno spiaggiato me, mentre mi ricoprono di olio da un colino (lo stesso che in Italia si usa per le ceretta: per un secondo ho temuto stessero per spiumarmi viva) a partire dai capelli fino alla punta dell’alluce.

Ma dopo poco ho la consistenza di una foca, e quando iniziano a farmi girare da un lato all’altro del corpo scivolo via dal siluro convesso, picchiando in tutti i lati e scatenando nelle due risate che si fanno progressivamente più intense e non nascondibili. Per completare le confessioni dell’occidentale vorrei-essere-migliore-di-come-sono, una delle due ragazzine è devastata dal raffreddore e mi strofina vigorosamente l’olio con le stesse mani con cui ogni quaranta secondi si tocca sotto al naso per pulirsi il moccolo, e son costretta a distogliere lo sguardo dopo aver chiesto vanamente tre o quattro volte You sick?

Quando ormai mi si potrebbe strizzare ottenendone brandelli di pelle e lardo di balena, le massaggiatrici mi sollevano in posizione eretta sul siluro convesso, a mo’ di soprammobile basculante col fondo rotondo pieno di sabbia, e annunciano che è il momento del bagno di vapore. Mi accingo dunque a camminare verso una stanzetta a mo’ di bagno turco, magari spartana ma rilassante. Invece mi infilano a forza dentro una scatola di legno, con un buco per far uscire la testa. La situazione è simile a quella del gioco di prestigio in cui il mago ti blinda dentro una scatola e sega a metà: solo che nel mio caso il parallelepipedo di legno è riscaldato da non so che, dentro la temperatura è di sessanta gradi almeno, ed essendo io bassa a stento riesco a far emergere tutto il collo dal cubo infernale. Quando la signorina con il raffreddore chiude l’ultima asse della cassa mi prende qualcosa di simile a un attacco di panico, e medito di dare un calcio alla scatola e uscire: loro mi guardano come fossi un animale strano, chiedono conferma del mio stato in lingua Tamil, rispondo in italiano: se parlassi inglese il risultato sarebbe uguale. 

A gesti, una delle due mi spiega che devo stare dentro circa 10 minuti, e fa per abbandonare la stanza: la fermo con un suono gutturale, ché nemmeno quando a sette anni credevo nelle fiamme dell’inferno, con tutta la potenza immaginifica dell’infanzia, riuscivo a concepire una situazione peggiore. 

Dopo tre minuti, sto sudando ruscelli in piena: li sento staccarsi da un determinato punto del corpo, come se fosse la montagna, e percorrere la pelle a mo’ di valle sotto al Gran Canyon, per poi gocciolarmi sui piedi (la scatola sarà larga 60 per 70 per 100 centimetri, o giù di lì), già fradici. Al quinto minuto, i ruscelli iniziano a staccarsi anche dalla fronte, mi finiscono sugli occhi, appannano la vista già provata dal vapore: vorrei pulirmi la faccia ma ho le braccia incastrate nella scatola infernale, inizio a soffiare manifestando un disagio che la massaggiatrice in nessun modo è disposta ad alleviare. Ancora cinque minuti, mi fa capire, e sta diventando una prova di carattere, più che di forza. Al settimo minuto, i ruscelli sono diventati fiumi, con la portata del Tamigi: faccio in tempo a pensare che sto per morire disidratata, o che almeno sverrò a breve, prima di supplicare la ragazza col raffreddore di tirarmi fuori, Stop!, stop!!, stop!!!

Una volta liberata, ho il diritto di fare la doccia per riprendermi: mi indicano una stanza piena di secchi d’acqua, che mi verso addosso generosamente. Nel frattempo, la mia biancheria è fradicia e inservibile: devono essersi dimenticati di darmi quella di carta. O forse non esiste. 

Mi invitano a rivestirmi, come se tutto fosse a posto: ho la pressione così bassa che impiego circa 10 minuti, mentre uno specchio arrugginito e appannato mi rimanda il volto di una tipa sconvolta, i cui capelli sarebbero biondi se non fossero arruffati in un unico dread, con borse sotto agli occhi che toccano il mento.

Tutto bene il massaggio?, mi chiederà con entusiasmo la couchsurfer ore dopo. 

Oh yeah!

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Dispacci, India – Auroville #8

Il signore che ci avrebbe ospitato aveva precisato: “La casa è low profile”, e mentre il tuc tuc ci portava ad Auroville avevo quasi paura di capire cosa low profile potesse significare per un indiano. Ma avevo sottovalutato almeno due cose: cos’è Auroville, e chi ci costruisce una casa dentro.
Auroville è “una città utopica, senza moneta, fondata su ideali di uguaglianza e sugli insegnamenti spirituali di Sri Aurobindo”, per sintetizzare tonnellate di scritti e documenti più o meno ufficiali. Fondata nel 1968 da un gruppo di seguaci del guru non distante da Pondicherry, l’enclave francese dove Aurobindo (uomo politico e d’azione prima di diventare guida spirituale) si era rifugiato negli anni della lotta agli inglesi, la città utopica ha avuto da subito ambizioni e cardini così rilevanti da essere l’orgoglio del governo centrale, che la sovvenziona generosamente. Cinquant’anni fa i pionieri presero una collina in cui non c’era nulla e fecero crescere una foresta imponente, nella quale nel corso dei decenni hanno costruito le proprie abitazioni e ogni altra attività: dalla mensa alimentata a pannelli solari in cui gli aurovilliani si ritrovano e mangiano gratuitamente, a scuole, laboratori, campetti sportivi, teatri e negozietti. Fulcro del tutto è il Matrimandir, la palla dorata dentro (e intorno) alla quale ci si riunisce a meditare. Il denaro, teoricamente, è proibito: tutto quello che si produce (e si vende) dentro ad Auroville serve a finanziare la comunità, che distribuisce a ogni membro una specie di paga mensile.
Non serve l’anniversario della summer of love per capire che il progetto negli anni ha attirato persone da tutto il mondo (pare che i massaggiatori non li prendano nemmeno più, tanti ne sono arrivati), e che le cose nei fatti sono un po’ più complicate di così: ma per scriverne bisognerebbe aver chiesto un permesso speciale al capo delle relazioni con il pubblico degli aurovilliani, e se un po’ suona come la burocrazia della Casa Bianca qualche ragione c’è.
In ogni caso, i confini della città sono sfumati: non c’è un perimetro esatto di cosa sia Auroville e, a rilento, nuove costruzioni continuano a nascere per nuovi cittadini (che pagano per la casa che avranno, e poi la lasceranno alla città). Nel frattempo, sulla collina circostante è sorto un po’ di tutto: decine di guest house, un hotel di lusso, gelaterie e pizzerie, ristorantini, negozietti, centri di yoga, massaggi, medicina ayurvedica e via discorrendo, tutti affollati di visitatori ma frequentati anche dagli aurovilliani (che pagano cash, ma a cifre scontate: i soldi in realtà si usano).
Stando alle scarse indicazioni ricevute, casa nostra doveva essere all’inizio della collina, prima che il via vai di vecchie moto, ape car, autobus, macchine, animali randagi, fricchettoni, imprenditori in cerca di affari e viaggiatori in cerca di spirito, diventi frenetico.
E non solo, incredibilmente, l’abbiamo trovata al primo colpo, ma quando il cancello si è aperto ci siamo trovate dentro l’insperabile: un salone enorme arredato con un gusto minimal chic e materiali naturali, una piscina interna (definita molto liricamente “Il luogo delle conversazioni in acqua”, ma l’acqua ancora non c’è), una vasca per pesci rossi – anche lei ancora vuota – che ai pesci rossi apparirà grande quanto l’oceano indiano, svariate camere di ottimo gusto con bagno privato, una sala meditazione, una sala cinema (senza cinema) e una grande cucina, regno del custode nepalese, alloggiato con la moglie in una depandance esterna.
Era tutto così bello che mi ha preso, nei primi minuti, qualcosa di simile all’euforia per la situazione non del tutto comune in India: casa grande, pulita, dove lavare i propri vestiti senza temere malattie infettive, in posto interessante, con altri invitati francesi e ospite poliglotta e acculturato e molto gentile.
Così, dopo un lauto pasto, abbiamo pensato di fare un giro nei dintorni con lo scooter affittatoci dal nepalese: modello Heavy Duty, cilindrata 50, a miscela, ruote del diametro di 30 centimetri, non esattamente perfette per la Dakar tra gli sterrati di argilla e sassi delle stradine interne di Auroville, ma comunque parecchio affidabile.
Almeno finché non ha effettivamente iniziato a piovere, gli sterrati son diventati pantani e, soprattutto, l’intero impianto elettrico di Auroville è saltato irrimediabilmente, lasciando non solo tutti al buio, ma soprattutto senza ventilatori, con temperature registrate intorno ai 40 gradi.
La prima notte l’abbiamo trascorsa in un sudario: con le finestre aperte, la pioggia ti finiva in testa; con le finestre chiuse, si arrivava facilmente a quel torpore dei sensi registrato intorno ai sessanta gradi.
L’indomani, quando nonostante la notte insonne mi sentivo già di dominare l’heavy duty abbastanza per avventurarci nel delirio del traffico indiano, abbiamo riparato prima a Pondicherry e poi, per cena, nel posto consigliato dai francesi: hotel di lusso, con generatore elettrico e persino debole connessione internet. Peccato che tra le dotazioni dell’heavy duty non ci fossero i fari, ed è toccato guidare giù per i tornanti con le luci frontali di decathlon in testa, quelle cioè che fanno a stento abbastanza luce per leggere un libro in campeggio.
Il terzo giorno l’abbiamo passato cercando invano un angolo di spiaggia decente in cui fare un bagno, ma tra trattori sulla spiaggia per rimettere le barche in secca e sporcizia accumulata abbiamo finito col rinunciare, trascorrendo la giornata con gli aurovilliani. La mattina seguente avremmo dovuto alzarci alle 4.30 per la meditazione collettiva di fronte al Mandrimal, momento cardine della collettività.
La corrente, nel frattempo, era tornata e riandata via: in casa non c’era una candela, il tasso di umidità faceva crescere il muschio sui muri, non si poteva cucinare alcunché e la roba in frigo era comunque probabilmente marcia e nemmeno tutta la spiritualità di Aurobindo poteva placare la nevrastenia degli occidentali riscopertisi adoratori del petrolio e della sua capacità maieutica in termini di luminosità e comfort.
Per pareggiare le imprecazioni del terzo giorno, abbiamo dovuto in effetti alzarvi alle 4.30 per andare a meditare: esperienza toccante.
Subito dopo, però, un autista appositamente reclutato ci attendeva per portarci in un albergo fronte mare un po’ più a Sud: per tenere la via, serve energia. Anche elettrica, ho scoperto.

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Dispacci, India – Tiruvannamalai # 5

Sono entrata nel bagno dell’ashram a piedi nudi, ho paura d’aver preso il colera.
Tranquilla, il colera mica lo prendi coi piedi.

[rassicurazioni, capitolo 1]

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Dispacci, India – Tiruvannamalai #7

Atto primo

Mi son svegliata e l’occhio mi faceva male, più male della sera precedente. Ma ci ho messo un po’ a realizzarlo, perché nel frattempo mi faceva male anche un sacco di altra roba: la schiena, avendo dormito su un asse di legno con sopra un materasso spesso quattro centimetri; la gola, nonostante, incurante del ridicolo, mi fossi avvolta una sciarpa intorno al collo per averla vinta contro il bocchettone dell’aria condizionata posizionato a 30 centrimetri dal letto; le narici, perché a metà della notte di Chennai (come oggi si chiama Madras) dalle finestre aperte ha iniziato a salire quell’olezzo di discarica così frequente in India, mescolato a diesel non raffinato euro 1 e a frittura d’uova; l’apparato gastrointestinale, interessato da reazioni chimiche paragonabili alla fissione del nucleo grazie alla cena a base di chappati in salsa di fagioli gentilmente offerta dalla nostra ospite.
Tra una constatazione di indolenzimento e l’altra, ha fatto in tempo anche a salirmi la paranoia delle possibili pulci dentro alla coperta in cui avevo dovuto rifugiarmi a metà notte, sempre per via del famoso bocchettone del condizionatore (un’altra botta di animali pruriginosi e Cirri mi avrebbe preso per i fondelli pubblicamente per l’eternità, oltretutto).
Alla fine, insomma, e solo dopo aver declinato una generosa dose di riso piccante e spezie alle 8 della mattina, ho capito che la cosa peggiore era l’occhio, gonfio come una pallina da ping pong. Un orzaiolo, con ogni probabilità. “Mancanza di igiene”, ho letto su Internet tra le possibili cause: eppure, seppur in bagni indiani, appena trovo dell’acqua mi ci butto sotto.
Quando tre giorni dopo ho visto le scimmie giocare e sfregarsi col bucato appena fatto, asciugamani inclusi, tutto è parso più ovvio.

Atto secondo

Abbiamo comprato banane e biscotti e siamo salite su un autobus per Tiruvannamalai, città della montagna sacra, di ashram, di pellegrini, di spiritualità diffusa e permeante.
Fuori da Chennai, superate le discariche a cielo aperto e l’umanità abbandonata alla polvere e ai rifiuti, il paesaggio rigoglioso, puntellato di palme, mucche e scolaretti vestiti a tinte pastello, ispirava una quiete insolita per questa parte di mondo. L’autista del bus, ferraglia arrugginita vecchia probabilmente 40 anni e milioni di persone affondate nei sedili rotti, si è impegnato a spezzarla ogni 25 secondi circa, suonando il clacson con una violenza tale che ho dovuto mettere i tappi per le orecchie: anche così ne sono uscita frastornata, rimbambita dal rumore, dal caldo micidiale e dalla polvere sollevata dal carrozzone.

Atto terzo

Al terzo giorno l’occhio ha iniziato a farmi seriamente male, e né l’ascensione alle sei della mattina alla montagna sacra né l’energia ipnotica delle preghiere in uno degli ashram più noti d’India sono bastati a farmene dimenticare.
Chiaramente, il mio orzaiolo era poca cosa rispetto alla vastità delle situazioni di Tiruvannamalai: su Pradakshina road, la strada che cinge la montagna per 14 chilometri (e che andrebbe percorsa da ogni pellegrino) i saddhu vestiti d’arancione siedono tramortiti dal caldo, forse dalla fame, probabilmente dal divino, possibilmente qualcuno dall’oppio; gli occidentali girano vestiti di bianco inamidato, entrano ed escono dagli ashram e dai supermercatini che paiono assemblati apposta per loro, con le farfalle DeCecco e le spezie già pronte in busta; l’elefante ammaestrato è costretto a impersonare Ganesh e a benedire i fedeli con un buffetto della proboscide, previo incameramento nella stessa di qualche moneta di buon auspicio; le scimmie saltano fuori da ogni tettoia, pronte a rubare ogni cosa incustodita; le capre schiattano sotto al sole bollente legate su piastre di cemento da proprietari non esattamente sensibili al benessere di animali che non siano vacche; e al ristorante più frequentato del villaggio un italiano narra distrattamente di cobra soliti attraversare le stradine nei pressi (“No, è un po’ che non si vedono in giro, stanno nella boscaglia perché qui c’è troppo caldo”, risposta dei locali).

Il mio orzaiolo, però, faceva male ugualmente, a dispetto di mondi molto più complessi di me. E iniziavo a pensare che forse non fosse solo un orzaiolo.
Dopo aver valutato la soluzione ayurvedica fai da te, e aver scartato l’ipotesi di una farmacia locale, Cristina ha intuito che la soluzione migliore fosse il medico dell’ashram: chi meglio di colui attorno al quale ruota una comunità con centinaia di persone e relativi disagi?
Ci siamo messe alla ricerca del dispensario, sfinite dalle indicazioni degli indiani: un cenno del capo dall’alto verso il basso può voler dire destra, sinistra, vai dritto o non lo so, ma se anche fosse così non sarei intenzionato a fartelo sapere. Abbiamo girato a vuoto, chiesto a un americano, superato una casupola sormontata da un cartello e infine, scalze come d’obbligo, siamo entrate nel dispensario.
L’infermiera indiana scalza e in sari mi ha fatto scrivere su un foglio nome ed età, poi le ha riportate su un foglio a macchina: Gea, femmina, 37.
Poi mi ha fatto sedere in attesa del medico, che è arrivato quasi subito e del santone aveva poco e niente: alto, semplice, spiccio come il medico condotto d’un villaggio di gente che può veramente avere bisogno, m’ha guardato un nanosecondo e prescritto due farmaci, scrivendoli sul foglietto diligentemente compilato dall’infermiera.
Stavo ringraziando sentitamente chiedendo quale fosse la farmacia, quando ha tirato fuori due confezioncine di cartone spiegando che qui non si compra ma si distribuisce a chi ha bisogno.
E avrei potuto blaterare che il mio percorso spirituale è parecchio indietro, quindi più che gli antibiotici per occhi mi serve un distillato d’asharam, ma come al solito l’occhio mi faceva abbastanza male da condurmi velocemente al sodo: namasté namasté, e ora mettiamoci le gocce.
Più facile a dirsi che a farsi: la medicina cruciale deve essere stata confezionata da crudelissimi ingegneri brutalisti della DDR, e al posto del contagocce sinuosi di cui è provvisto qualsiasi collirio ha una specie di beccuccio rigido tipo caffettiera impossibile da utilizzare. Dopo svariati tentativi, e dopo che l’infermiera in sari ci aveva dimostrato con uno sforzo sovraumano che in fin dei conti non era poi così difficile far scendere le gocce, Cristina e io abbiamo optato per l’unica soluzione possibile: tagliare il dannato beccuccio.
Da allora, le gocce scendono quasi copiose. L’orzaiolo o quello che è, invece, non se n’è ancora andato.

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Dispacci, India – Chennai #6

Prima avevo un negozio, ma non c’era abbastanza lavoro. Qui se guadagni meno di 150 mila rupie la tua aliquota è del 10%. Ma se ne guadagni di più è del 25%. L’Iva è al 28%. Se metti 100 rupie in banca, in tre transazioni non c’è più niente. La situazione è tremenda.

Ma il primo ministro Modi cosa sta facendo?

È un bugiardo. È un illitterato. Un uomo di campagna che ha costruito una carriera coi soldi. Ma gli indiani sono troppo innocenti: si vendono per 400 rupie.

[lezione di vita da un tassista, al quale dai 3,70 euro per un’ora di corsa e mezza (sua) di attesa, e tutti dicono che l’hai pagato carissimo]

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