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Parole divertenti che ho imparato in Messico

La Cruda

La cruda è la sensazione fisica del post sbronza, quel rincoglionimento sommato a dolore di testa, nausea, insofferenza agli odori che in Italia non ha un nome, a meno che non sia spuntato di recente: da quando, priva di un rene, ho disgraziatamente quasi smesso di bere (quasi).

In castigliano si dice resaca, e mi è sempre parsa un’espressione geniale: visualizza quel moto di eterno ritorno, il “mi torna su” che si mormora con la testa tra le mani quando si accende la prima sigaretta dopo una sbornia seria.

La cruda però porta la descrizione a un livello superiore, più vivido, viscerale; infatti la cruda se cura,non si fa semplicemente passare (normalmente con l’ausilio di un panino di carne di maiale bagnato nel pomodoro piccante e spruzzato di limone, accompagnata da una coca cola: tarta ahogada y cola)

Ahorita

Ahorita, cioè adesso, subito, proprio ora, diminutivo vezzeggiativo che coccola il tempo, con in più quella punta di soavità melensa di cui è intriso lo spagnolo americano, come tutti avremmo imparato se avessimo guardato Topazio in lingua originale, al posto che nel terribile doppiaggio di ReteQuattro.

Ma comunque il punto forte di ahorita è, ovviamente, che non esiste: adesso può essere fra due ore, domani o persino ieri. Una proposta per ahorita può avere la stessa forza delle diete annunciate dopo il pranzo della domenica a partire dal lunedì, per capirci. L’importante, però, è fingere che non sia così.

Penosamente

Cioè con un dispiacere profondo, sincero, autentica sofferenza: come quello cui è stata costretta oggi la polizia locale nell’informarmi che guidavo in modo non consono alle regole e che quindi dovevano multarmi per l’equivalente di dodici giorni di salario (che già di per sé è un modo magnifico di quantificare la sanzione).

Ora, io facevo i sessanta all’ora in una statale e avevo appena finito di seguire le indicazioni di altri poliziotti per superare un blocco di camion, intorno a me le auto sfrecciavano, alcune senza targa, e parecchi in moto non avevano il casco, ma non ho comunque provato a protestare, specie dopo che mi hanno sequestrato patente e passaporto dicendo che me li avrebbero ridati a pagamento avvenuto. Penosamente, erano costretti a comportarsi così.

Altrettanto penosamente ho risposto al machissimo con occhiali scuri e parlata trascinata che i documenti però mi servivano parecchio, e che magari avremmo potuto accordarci su una cifra lievemente inferiore, essendo io chica straniera.

Penosamente, lui e il socio piccolo e tarchiato si sono accordati e mi hanno chiesto solo sei giorni di salario: subito, in effectivo, cioè in contanti. Nel portafoglio avevo complessivamente poco di più, in una banconota sola, e mentre lo spilungone se la metteva in tasca restituendomi i documenti si è penosamente scusato di non potermi dare il resto.

 

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