Dall’emergenza pitbull a quella migranti, in tre mosse

L’estate in cui i pitbull divennero emergenza è così lontana che quasi non la si ricorda: era il  2003 e il susseguirsi di aggressioni – o, meglio, del racconto di tali aggressioni sui media – fu così spinto che nel settembre di quell’anno l’allora ministro della Salute Sirchia varò la cosiddetta ordinanza pitbull per mettere paletti alla loro circolazione.
Da allora, i pitbull sono una specie di fiume carsico dell’informazione nostrana: appaiono e scompaiono nelle cronache a seconda della stagione (l’estate è meglio) e della predominanza di altre notizie più urgenti. Con una micro ricerca, si scopre per esempio che ci sono state quattro aggressioni di pitbull nei giorni scorsi, tanto da far scattare la richiesta di un patentino per chi ne possiede uno, ma di queste non si è avuto sostanzialmente notizia: i giornali e i le piattaforme social erano infatti piene della malattia di Sergio Marchionne e di un’altra emergenza, quella dei migranti.

Anche i bambini dimenticati in auto sono – purtroppo – un affluente del fiume carsico dell’informazione: ci sono state estati in cui sembrava che ogni giorno un genitore disgraziamente dimenticasse il proprio figlio, esperti che ci spiegavano della sindrome della memoria, cori collettivi di condanna o di comprensione verso questi sventurati genitori già evidentemente dilaniati dal dolore. Una ricerchina rapida, forse non esaustiva ma solo a titolo di esempio, dice invece che dal 1998 a oggi i casi sono stati otto: tantissimi, ma sono convinta che, affidandosi alla propria memoria, molti ne avrebbero contati molti di più.

Qualcosa di simile sta succedendo quest’estate con gli strupri commessi da richiedenti asilo. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, via social, ci ha informato negli ultimi giorni di due casi – uno a Piacenza, uno a Reggio Emilia – commessi da un ragazzo del Mali e da un ucraino richiedenti asilo. Non esistono ovviamente dati sulle violenze del 2018, perché gli ultimi esistenti – reperibili sul sito dell’ufficio centrale di Statistica del ministero dell’Interno – si riferiscono al 2016. In quell’anno, il totale è stato 4.046.  Nel 2018, parlando al parlamento europeo,  Salvini (allora non ancora ministro) disse: «In un anno i reati compiuti da cittadini stranieri sono stati 250 mila: il 55% dei furti, il 51% dello sfruttamento della prostituzione, il 45% delle estorsioni, il 40% degli stupri, 1.500 stupri in un anno e l’Europa che fa?». La frase già da sé significa che la maggioranza degli stupri sono commessi da italiani e non da stranieri,  ma soprattutto omette che nel 2017 il numero degli stupri è calato di quasi 1.000  rispetto a 10 anni prima, anche se contemporaneamente il numero degli stranieri nel Paese è cresciuto del 71,18%  e quello dei richiedenti asilo del +681,69.
Chi avesse voglia di approfondire ulteriormente può leggersi questo lavoro della fondazione Hume, che peraltro ha un approccio che non minimizza affatto l’apporto che gli immigrati hanno sulle statistiche della criminalità (pur distinguendo il ruolo in diversi crimini: un conto sono i furti con destrezza, un altro sono le lesioni).

Il punto però – e perdonate se ci è voluto un po’ ad arrivarci – è che i numeri, ancorché spesso invocati, non sono poi così semplici da maneggiare: spesso devono essere interpretati, messi in relazione ad altre variabili (emarginazione e povertà, tra gli altri). Da soli sono parziali, per quanto possa sembrare strano, giacché si prestano a essere letti in un modo o nel suo opposto (come dimostra la frase di Salvini sopra riportata). E sono fortemente influenzati dall’emotività: valeva per i pitbull, per i bimbi dimenticati in auto, ora per i richiedenti asilo che stuprano donne.
Senza timore di smentita, si può dire che il ministro dell’Interno è stato molto accorato e molto emotivo rispetto a questi stupri. Ha scritto diversi post su tutti i social, usando caratteri maiuscoli e dopo aver raccolto centinaia di commenti ha anche promesso un’ulteriore stretta sui richiedenti asilo.

Nelle ultime settimane, mi sono sforzata di dedicare molto più tempo di quello che vorrei (e persino che avrei) a discutere su Facebook di migranti, della comunicazione del governo, delle misure proposte. Ho scritto due diversi post che tra risposte e controrisposte hanno totalizzato intorno ai 200 commenti ciascuno (qui e qui).
I post mi hanno costretto a  giornate estenuanti, e la parola non è eccessiva.
Tuttavia, ho imparato alcune cose utili. La prima, forse banale, è che l’emotività vince sui numeri mille a uno. Più di una persona ha risposto dicendo che se ne frega dei numeri, perché quello che conta è ciò che vede coi propri occhi. Potrebbe essere un discorso parziale, ma in parte motivato, se non fosse che persino laddove quello che si vede non coincide con la realtà, le opinioni non cambiano.  «Il lungomare di Chiavari è diventato un posto in cui non puoi neanche far giocare i bambini», ha scritto una persona (riassumo discorsi più lunghi), e domenica mi sono data la pena di andare a controllare: il lungomare non ha segni particolari di sporcizia, degrado o pericolo. Dunque non solo che non si crede ai numeri (una laureata in giurisprudenza ha detto di non fidarsi delle statistiche dell’Istat, perché «chissà come le fanno») ma si deforma la realtà materiale, a portata di mano, per farla coincidere con il proprio pregiudizio.

La seconda cosa che ho imparato è che le persone di cui sopra non sanno discutere di un tema. Non che manchi loro la capacità linguistica, ma non sanno stare su un punto: se si parla di numeri, loro risponderanno con la saggezza popolare. Se si parla di inquinamento, loro tireranno fuori la bontà dei coni gelato. Se chiedi loro di definire radical chic, diranno che non vale la pena parlarne. L’incapacità di rispondere punto su punto è una specie di campanello d’allarme chiarissimo: l’emotività sta prendendo piede e cancella ogni possibilità di un dialogo razionale, se mai potesse esserci. Più si entra nello specifico, poi, più è impossibile ottenere una risposta. E più cresce l’aggressività.

E siamo al terzo punto. L’aggressività non è mai (per fortuna, per ora), esplicita. Ma si manifesta con la derisione, il sarcasmo, il discredito: «Non prendo lezioni da te», «Voi radical chic con la maglietta rossa che fatturate alle multinazionali», «Voi che siete così buoni quanti profughi avete in casa?» sono alcune delle frasi che mi sono state rivolte, e ancorché abbia provato a replicare nel merito a ciascuna, con calma, non solo non ho ottenuto risposta ma ho invece assistito a un esplodere di applausi, faccine sotto ai commenti derisori.
Il metodo, peraltro, arriva dall’altro: i bacioni, le carezze, le derisioni sono pane quotidiano dei politici sui social (mi duole ricordare che gufi, rosiconi e ciaone sono prodotti indecenti della comunicazione renziana e piddina). Ed è un metodo con cui si demolisce il dialogo, si annientano le questioni e si banalizzano numeri, dati, informazioni. Sono il metodo (non lo stile, attenzione: il metodo), a cui sono abituati coloro che passano parecchie tempo sui social.

Insomma: i numeri sono complessi e difficili da interpretare anche da chi vorrebbe farlo. Inoltre molti non sono interessati a farlo, né ci provano: sono più a loro agio con l’emotività solleticata da numeri decontestualizzati, o magari inesistenti, che si tratti di pitbull, di bambini dimenticati in auto o degli strupri commessi dai richiedenti asilo. Una volta solleticata quell’emotività, tuttavia, è impossibile ricondurla alla ragione: si entra nella fase tre, quella della derisione, del sarcasmo e del discredito.

Qualche settimana fa sull’Irish Times è comparso un ottimo pezzo che in sostanza diceva questo: nessun autocrate è partito avendo il 90% dei consensi. Di norma, si parte con qualcosa vicino (o inferiore) al 40% e da lì si sondano gli umori, spostando sempre più in là l’audacia (o la moralità) delle proprie proposte: si vede come reagiscono gli elettori, si aggiusta il tiro, si sposta poco a poco l’asticella. L’esempio riportato era  Trump con la separazione dei figli dei migranti dai loro genitori, su cui poi è stato costretto a tornare indietro.

Ora, la mia sensazione è che le tre fasi di cui sopra siano la palestra perfetta per giocare con questa campagna di conquista del consenso. Si allenano le persone a essere sempre più emotive e sempre meno razionali; si veicolano messaggi che smontano il dissenso con un po’ di sarcasmo e un po’ di umorismo calato dall’alto, condivisibile e replicabile a mezzo hashtag; si prova infine a spingere l’asticella sempre un po’ più in là.

Il risultato non è per forza un autocrate, ma nell’immediato sono provvedimenti che anche solo cinque anni fa sarebbero sembrati inumani. Come la decisione di cacciare le Ong dal mare. O di chiudere i porti. O di stringere sulle richieste d’asilo e di diminuire i permessi umanitari.
Misure su cui non è dato interrogarsi, perché sono giuste per forza: questo suggerisce l’emotività. Dunque non solo si accettano e si sostengono, ma accrescono la fiducia nei confronti di chi le mette in campo. Che poi non servano a risolvere un problema reale, ma solo a creare un consenso basato su percezioni artefatte, che un domani sarà ampliato con altra emotività e altre percezioni artefatte e altre misure per soddisfarle, è un effetto collaterale di cui molti non si rendono conto, ma di cui il politico di turno è perfettamente consapevole.

E hai voglia a dirlo, a raccontarlo, a provare a spiegarlo con i numeri. Chi non gioca con le regole basate sulle tre mosse, è fuori dall’arena. Che abbia ragione o torto nell’esprimere il dissenso, in questo momento non conta nemmeno: è come se parlasse un alfabeto diverso, incomprensibile ai più. Questa è la fase in cui siamo.
Per recuperare un dialogo, e cercare di recuperare la logica, bisogna quindi intanto ricostruire un alfabeto comune. Ma nessuno sa da dove partire.

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La fatica di essere migliori

L’altro giorno, su Facebook, sono incappata nel post di una persona che conosco. Parlava di esperienze lavorative e m’è venuto un colpo: quasi nulla di quello che aveva scritto era vero.  Sono rimasta a fissare lo schermo prima incredula e poi infuriata, trattenendomi dall’istinto di rispondere: avevo già le parole nei polpastrelli, in tre righe avrei potuto smontare non solo la retorica – stucchevole – ma soprattutto le falsità, rivelando la pochezza della persona. Un sacco di gente ne sarebbe stata contenta – a nessuno piace sentirsi preso in giro, magari anche da chi ti ha fatto parecchi brutti sgarri – e molti altri d’altronde devono avere avuto il mio stesso istinto. Ma nessuno  ha risposto niente.
Qualche giorno dopo, ripensandoci, ne sono fiera. Si trattava sì di bugie, ma per smentirle avrei dovuto gettarmi nel fango, abbassarmi a un livello che non voglio considerare, raccontando qualche retroscena. Soprattutto, avrei lasciato la persona alla mercé di un assetato gruppo di incazzosi feriti in cerca di rivalsa, con l’esplosione di una notevole quantità di rabbia e di attacchi di vario genere che – fin troppo facile prevederlo – sarebbero rapidamente diventati personali.  

Non rispondere, insomma, mi è sembrata la scelta più giusta, anche a costo di mandare giù un bel rospo. È stato faticoso, certamente, ma è una fatica che va fatta: per cercare di essere migliori. Non solo della persona in questione, ma soprattutto dei molti che da anni – e negli ultimi mesi ancora di più – vomitano sui social la propria bile, inquinando l’ambiente e il dibattito. C’è chi lo fa per sfinimento, magari perché la vita è stata dura. C’è chi lo fa perché è facile fare i bulli protetti dall’anonimato. C’è chi lo fa per ignoranza e chi perché nel gruppo si lascia andare agli istinti più bassi, alle cose più miserevoli. Penso a quei mentecatti che – quando Mattarella stoppò il primo tentativo di fare il governo con Savona  – commentarono cose truci come «Hanno ucciso il Mattarella sbagliato», o a quelli che per anni hanno dato della puttana a Laura Boldrini o a Elsa Fornero; quelle bestie che mettono in giro notizie false e le lanciano in aria come mangime a piccioni, in attesa solo che inizino a beccare. 

Qualcuno può pensare che sia cosa di poco conto, “roba da social”, ma sbaglia. Intanto perché sui social oggi si svolge gran parte del dibattito pubblico, nel bene e nel male: dal vicepremier Di Maio che ritwitta Jerri Calà (guardare per credere) a Salvini che ogni giorno bombarda Internet di foto, battute e annunci, al ritmo di uno ogni due ore (a proposito: ne preparo ogni sera una selezione per gli amici che bazzicano poco i social: se volete ricevere questo inconsueto “Album del giorno”, scrivetemi). E poi perché questo clima mefitico, i miasmi della rabbia e dei più bassi istinti, si stanno spargendo (da tempo) nel mondo fuori dal web, tirando fuori il peggio da ognuno. Sono circolate storie negli ultimi giorni di attacchi razzisti in spiaggia, un tizio che ha strappato dalle mani il bancomat di una ragazza nigeriana con successiva colluttazione e altre parecchio brutte; uno può anche scegliere di non crederci, ma io posso riferirne di due che so per certo, successe a persone che conosco. 
C’è chi dice che è cambiato il clima nel Paese; altri dicono che è sempre stato così. Io penso una cosa molto più banale: quando un certo tipo di linguaggio e di modalità espressiva vengono sdoganate dall’alto (e quindi in qualche modo, diretto e non, anche incoraggiate), allora chiunque si sente libero di essere la versione peggiore di se stesso. Di dire e di fare quello che magari ha sempre detto e fatto con pochi amici, ma contenendosi in pubblico ed evitando di riversarlo sugli altri: non per convinzione ma per una implicita accettazione della continenza, delle regole imposte dal contesto complessivo, dalla società, dagli standard acquisiti di decenza ed educazione. O anche solo per paura delle reazioni, o della vergogna. Ma se tutto salta – gli standard, la decenza, la vergogna -, se l’operazione di contenimento dall’alto viene a mancare, ecco che diventa legittimo essere la versione peggiori di se stessi. Peggio ancora, la versione peggiore di se stessi viene esaltata, in nome della presunta autenticità del popolo, della rivolta del basso contro l’alto (quali che siano), dei bagni di realtà.

In un clima così, rovesciare le cose è difficilissimo. Ma provare è obbligatorio. Con ogni mezzo, e in primis non essendo indulgenti con se stessi. Certe dinamiche si spezzano solo se – anche indirettamente – non vengono più avallate. Si tratta di un lavoro quotidiano, di un incessante monitoraggio di se stessi, di perdere tempo ad argomentare, ragionare, informare e informarsi. Non usavo così tanto Facebook da anni, ma di recente mi sforzo di tenere animato un dibattito su certi temi e di rispondere argomentando anche a quelli che vorrei mandare a quel paese. Spesso mi scoccio, a volte non mi riesce bene, talvolta vorrei poter essere libera di dire il peggio: ma la differenza tra chi mi piace e chi no è che i primi fanno la fatica di essere migliori. 

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Cose che odio al mondo

1. Il ritardo

2. Gli aeroporti senza il finger

3. Gente che non si lava abbastanza

(Chiamatelo un post promemoria, da aggiornarsi con una certa costanza)

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Mattarella, Savona, le opinioni polarizzate e come se ne esce

Quando Conte è salito al Colle, ieri sera, ero bloccata in autostrada in coda. Ho cercato una radio che trasmettesse in diretta i discorsi e il dibattito conseguente; smanettavo su Twitter cercando informazioni aggiornate. Sulla timeline mi appariva il solito mix di battute, notizie e analisi condensate, più o meno motivate, compiaciute, allarmate e polarizzate. 
M’è passato tra le mani un tweet di un collega, coetaneo, molto quotato, di quelli che già c’è chi dice «Quando sarà il direttore del Corriere» (a dirlo sono persone di destra oggi ricompatatte nel centrismo renziano, solo per precisazione), uno per me misurato fino al limite della banalità di quello che chiamo “buonsensismo”, cioè il dire sempre la cosa giusta, quella su cui è difficile dissentire, anche a scapito di una riflessione più profonda e radicale.

Il tweet commentava Paolo Savona, un po’ come fosse stato Savonarola, sostenendo che era «un pericolo per l’Italia e per gli italiani», dunque Mattarella si era trovato in una posizione obbligata. Non era certamente solo: il buonsensismo (e forse qualche interesse personale) ha fatto sì che Savona fosse descritto come un anziano facinoroso, fieramente antieuropeo, con ruggini personali col capo della Bce, pronto a guidare l’Italia – lo ha detto anche Mattarella – fuori dall’euro con rischi incalcolabili. Cose vere? Non dette così.

Che Savona sia scettico con la modalità con cui l’euro è stato costruito, sui parametri di Maastricht, su certe politiche dell’Europa non è in dubbio: e tuttavia,  praticamente chiunque nell’arco politico, in momenti alterni e con frasi diverse, lo è stato e ha manifestato uguali preoccupazioni. Da anni non sentiamo altro che richieste di flessibilità, la necessità di cambiare l’Europa, di renderla più umana, meno germanocentrica, di rivedere i Trattati e via discorrendo.  Savona è stato molto esplicito in certe sue critiche, anche sulla Germania, e anche se non so se abbia del tutto ragione o meno, so però che l’uomo ha ricoperto ogni genere di incarico istituzionale in Italia e per quanto la sua amarezza con la Ue si possa essere accentuata non è lecito né onesto trattarlo come una Le Pen qualunque. Dubito inoltre che, se fosse stato nominato ieri, avrebbe avuto concretamente il modo di condurci su chissà quale baratro: esistono tempi tecnici, riunioni fissate con sei mesi di anticipo, lunghissime negoziazioni. David Cameron lanciò il referendum sulla presenza di Londra nella Ue a gennaio 2012; il referendum si tenne a giugno 2016: ci sono voluti 4 anni, durante i quali se  avessero voluto gli inglesi avrebbero tranquillamente potuto cancellare la consultazione. 

Insomma, Savona avrebbe incendiato l’Italia portandola a picco? Non lo posso sapere ma non credo, un po’ per chi è lui («un signore garbatissimo, con profonda conoscenza della finanza pubblica», lo ha descritto un altro giornalista di recente, uno che lavorava in un settimanale di economia, e oggi, per via della contrazione in Mondadori, lavora a Donna Moderna: quindi, per capirci, un giornalista che non ha la pretesa di influenzare il dibattito del Paese) e un po’ perché esistono regole, tempi e modi ai quali ci si sarebbe dovuti attenere. Credo anche che Savona sarebbe stato molto meno dannoso (molto meno, moltissimo meno, tremendamente meno) che Salvini agli Interni a gestire la questione immigrazione: ma quest’ultimo è un personale giudizio politico. E quindi è stato davvero povero il modo con cui i colleghi, la stampa di sistema  – sì, in questo caso è di sistema, e dirlo non significa fare il gioco di Grillo, bensì dire il vero – ha provato ad azzopparlo, dipingendolo come un cretino. Ritengo che Mattarella abbia fatto un errore molto grosso a impuntarsi, per ragioni sia politiche che istituzionali; penso anche che Mattarella sia in balia di questa crisi, la subisca più che gestirla, abbia sbagliato quasi tutte le mosse. 

Questo fa di me una sostenitrice di Savona, di Salvini, di Di Maio, o una contro la presidenza? Ma ci mancherebbe. Il governo Lega-M5S mi si profilava davanti come un incubo, disprezzo politicamente i due, non conosco l’opera omnia di Savona e credo fortissimamente alle istituzioni: non come modo di dire per darsi un bon ton da élite responsabile – detesto il termine responsabile – bensì perché senza una cornice di regole condivise salta il concetto stesso di Repubblica. 
Rivendico però il diritto di dire che penso che Mattarella abbia sbagliato, che Savona andasse confermato e che la stampa abbia gestito la questione ministro dell’Economia con un’immaturità da  scuola media, dando un contributo cruciale – e di questo sì bisognerebbe sentirsi responsabili – alla polarizzazione del dibattito pubblico. E cioè a dividere tutto in buoni e cattivi, eroi o carogne, giusto o sbagliato, come succede da troppo.

Breve riepilogo per smemorati, e certo mi dimentico qualcosa: quando Berlusconi disse che contro di lui si erano mossi poteri forti e l’Europa intera venne massacrato, oggi lo ammettono candidamente tutti; quando Monti arrivò era il dio della sobrietà col Loden: poi abbiamo infilato il pareggio di bilancio in Costituzione e oggi si pensa che alcuni errori fatti allora (vedi esodati e Fornero, ma anche il tasso di rappresentati di interessi privati in quel governo, vi ricordate la vicenda Ligresti?) siano stati gravissimi; di Matteo Renzi si esaltava qualsiasi stupidaggine, paginate apologetiche sul prendere il Frecciarossa, l’iPhone sempre connesso, la corsetta della mattina e la pizza la sera: oggi Renzi è colui che ha distrutto il Pd.  Tutto, sia detto con grande chiarezza, senza mai una riflessione, senza mai dire «Scusate, abbiamo sbagliato, forse non ci abbiamo pensato abbastanza, ci siamo fatti prendere la mano perché suggeriti, imbeccati, perché vittime di buonsensismo». Poi il buonsensismo sulla Grecia ha fatto sì che chiunque oggi scriva che la ricetta di Europa e Fondo monetario internazionale è stata sbagliatissima, ma quando allora i greci scendevano in piazza con la stessa fermezza venivano bollati come cicale inconsapevoli, o molto peggio. 

Avremmo dovuto imparare dunque, se solo ragionassimo sulle cose, che il bianco e nero non funzionano, non consentono tonalità o sfumature,  impongono strade che poi svoltano repentinamente, e nessuno vuole quelle svolte. Le persone non giudicano più qualcosa accogliendo tutti gli elementi della riflessione, ma sulla base di fedeltà quasi tribali: i responsabili contro gli antisistema, la casta contro l’élite, l’Europa contro i no-euro, il progresso contro i no-tav. La polarizzazione dei giudizi è pericolosissima, ma non si riesce a scapparne, nemmeno tra coloro che dovrebbero costruire il dibattito pubblico (torniamo al tweet su Savona «pericoloso per gli italiani», e c’è da chiedersi se uno non si senta ridicolo nel descrivere così un ex ministro, capo di Confindustria, economista 80enne). Se critichi la gestione della Tav in Val di Susa sei un terzomondista, poco conta che chi te lo dice non sia mai andato in Val di Susa e tu invece ci abbia passato giorni e ti sia letto documenti e conti economici. Se pensi che Mattarella abbia sbagliato, sei contro Mattarella, non contro quella specifica decisione, e via discorrendo. 

Il mondo invece è molto più complesso, ogni elemento andrebbe valutato senza apriori, con profondità di giudizio e riflessioni di lungo periodo. Questo non succede, né tra molta parte delle élite né, tantomeno, tra chi élite non è e formula i propri giudizi su poche informazioni malconce, strumentalizzate, mal scritte e mal documentate. Su Facebook ma non solo; anche banalmente prendendo per buone certe frasi dette in televisione che poi non significano nulla, o sono palesemente sbagliate. L’altro giorno avevo in macchina un tizio – BlaBlacar – che sosteneva che l’Italia avesse venduto le coste alla Francia (vecchia storia, riesumata qualche mese fa da Meloni): quando gli ho detto che le cose non stavano così, che l’Italia non aveva ratificato il trattato, che la Francia aveva ammesso l’errore sulle cartine geografiche  eccetera, ha continuato a sbraitare sul «coglione di Gentiloni», che oltretutto è anche un falso storico perché la vicenda inizia nel 2012.  Abbiamo creato una parola per descrivere questo atteggiamento, post truth, cioè post verità, ma poi non siamo andati a riempirla di quella consapevolezza che serve a “denuclearizzarla”.

Il mio timore è che non siamo in grado di farlo perché il gioco ci è scappato di mano. Ieri sera leader politici invocavano l’impeachment di Mattarella al telefono con Fabio Fazio, che subito dopo aver chiuso con Martina ha dato il palcoscenico a Fedez e J-Ax che cantavano “Comunisti col Rolex”: e oltre all’effetto repubblica delle banane,  è difficile non cogliere la continuità tra quel titolo e quello che stava succedendo politicamente in una sera di pura follia. La coscienza delle persone è annichilita nel pensiero binario, e nessuno si occupa più di formarla in alcun modo: non la scuola – dove ormai i docenti cercano di sopravvivere, non più di strutturare il Paese – non gli opinionisti (avete presente cosa è successo a Michele Serra?), non i giornali o le televisioni, che aizzano gli animi. Il problema non è nemmeno la follia di aver pensato per qualche giorno che un premier praticamente scelto a caso per essere un robot potesse essere teleguidato da due politici e tallonato da responsabili della comunicazione per evitare che assumesse iniziative proprie (infatti Conte avrebbe potuto dire: faccio ministro Giorgetti d’accordo col Quirinale e chiuderla lì, invece ha rimesso il mandato perché così gli hanno detto di fare). Il problema è che le persone, il popolo, la gente, chiamatelo come volete, è una massa informe sovreccitata, che ha le soluzioni senza nemmeno aver messo a fuoco bene i problemi, che cerca “emozioni forti”, che vuole azioni eclatanti perché ha bisogno di rivincita, se non di vendetta. E quando aizzi la gente così, quando porti l’esasperazione a questo livello, il problema  non è più lo spread: è che prima di convincerli a rimettersi ad ascoltare, a capire, a studiare deve succedere qualcosa di bruttissimo. Una guerra, una carestia, le brigate rosse, qualcosa che metta tutti in ginocchio e azzeri forzatamente le cose. 

È uno scenario drammatico, ma io penso che sia quello che ci aspetta. Abbiamo una responsabiltà anche noi in questo, noi con i nostri tweet, con le opinioni certe, con l’assenza di sfumature e la certezza che il nostro bianco sia il solo vero bianco, tutto il resto nero. Ma il mondo, per fortuna, è fatto di grigi. 

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Le responsabilità del giornalismo

E così siamo arrivati alla mattina dopo l’Armageddon, che a pensarci non era poi così imprevedibile e impensabile come parecchie prime pagine e commentatori ci hanno spiegato nelle ultime 24 ore. 

Non serve dire perché non era difficile da intuire – mi fregio di aver detto per settimane che il Pd non avrebbe preso il 20% e che la Lega avrebbe sorpassato Forza Italia; in compenso, sul resto della sinistra e sulla Bonino ho sbagliato grandemente – ma è invece utile ricordare quanto per mesi ci è sembrato scontato che l’unico esito possibile fosse un altro governo Renzi-Berlusconi, il famigerato Nazareno Bis. I giornali, di qualsiasi inclinazione, l’hanno descritta non solo come l’unica soluzione, bensì come il solo progetto possibile per la legislatura nascente: tutti, ogni giorno, con articolesse e commenti e indiscrezioni fatte dei soliti virgolettati piazzati ad hoc. Salvo poi, un paio di settimane fa, ingranare la retromarcia e iniziare a sparare titoli sul Nazareno che non si sarebbe fatto, senza mai nemmeno sprecare una mezza riga per dire: scusate, sono mesi che vi diamo come certa, scontata e quasi indispensabile una cosa che invece non stava nei numeri, ci dispiace, abbiamo fatto una cazzata. 

Considero l’atteggiamento – sia il prima che il dopo – gravissimo, e ne ho discusso a lungo con colleghi (i quali, molti facendo politica, non sono stati esattamente d’accordo: ma non c’è da stupirsene). E credo che sia l’occasione per fare chiarezza, su almeno due cose cruciali.

La prima è l’origine della certezza che ci è stata propinata per mesi, ossia l’inevitabilità della coalizione Pd-Fi. Diciamocelo una volta per tutte: nessun giornalista politico che carpisce una dichiarazione “scomoda” o riflessioni sul futuro – ovvero le cose all’origine degli scenari prospettati –  le pubblica senza avere una specie di assenso di chi l’ha pronunciata o di coloro che gli stanno intorno e se ne fanno interpreti, perché se lo facesse sarebbe destinato a non sapere più niente nel futuro. Verrebbe escluso dal giro di quelli a cui le cose si fanno arrivare, i giornalisti con cui «si parla», come si dice in gergo.
Il giro dei virgolettati rubati e delle indiscrezioni è insomma una partita in cui ogni giocatore, di ogni partito, passa a un giornalista qualcosa che gli fa comodo che venga pubblicato, riguardo la propria formazione o avversari, e di cui il giornalista, a seconda della propria serietà e mezzi, verifica la veridicità o la verosimiglianza.

Cosa significa, all’atto pratico? Che scenari, congetture e piani B sono stati fatti filtrare per mesi sui giornali e sono stati dati come inevitabili, senza che nemmeno i sondaggi suffragassero le ipotesi: si è detto fino all’ultimo giorno che la volatilità del voto era massima. E quindi –  e qui arrivo al secondo punto – i giornali hanno contribuito a dettare un’agenda politica e a polarizzare il dibattito intorno a ipotesi di cui non solo non potevano in alcun modo valutare la fattibilità, ma che chiaramente hanno influito energicamente sulla percezione degli elettori: quanti avranno votato CinqueStelle per evitare il sicuro inciucio Renzi Berlusconi?

A queste mie riflessioni fatte in pubblico, qualche collega ha risposto: «È sempre stato così, bisogna animare il dibattito». Io non so dire se ai tempi della Prima Repubblica fosse così: non c’ero e (ri)conosco le dinamiche del mestiere da meno di 15 anni. So però di certo che la risposta è – per me e, suppongo, per molti elettori – disarmante. Ed è, probabilmente, anche in parte la causa del crollo delle copie dei giornali. 

Esiste una responsabilità nel fare i giornalisti, ed è tanto più ampia quanto più si tocca la materia viva capace di influire sulla vita di tutti. La politica questo dovrebbe essere, e finché viene trattata soltanto come un trono di spade qualsiasi, come intrighi di palazzo e battaglie d’onore e cretini contro furbi, tale sarà percepita dalla gente: con valore zero. Il che spiega perché i primi che arrivano e propongono due cose che suonano concrete («Aboliamo la Fornero», «Il reddito di cittadinanza»: che si possano o meno fare è altro conto) vengono creduti e sostenuti. 

Soprattutto, il giornalista sa che si sta prestando a un gioco, pur con il nobile intento di dare una notizia (che spesso però è una non notizia): ma non lo sanno quelli che dovrebbero leggerlo. 
E il disinvolto dispiegare (non) notizie contrastanti, o scenari opposti, senza nemmeno un briciolo di riflessione su come quanto scritto fino a quel momento possa aver contribuito a un certo risultato – allo scoramento degli elettori, per esempio; al polarizzare il dibattito su cose non reali sottraendo tempo a quelle reali; alla percezione sempre peggiore che i cittadini hanno di molto giornalismo – bè, è il chiaro segno che davvero stiamo dalla parte sbagliata delle vicende: non sopra, come ci piacerebbe far credere, e sicuramente non dalla parte del popolo che vorrebbe essere informato e riflettere con spunti critici, ma da quella di chi deve autoalimentare il proprio circolo di attenzione. 

Non stupiamoci poi se al governo va chi i giornali e i giornalisti li ha sempre trattati a pesci in faccia, portandosi con se metà Italia che non sa nemmeno che faccia abbiano Repubblica o il Corriere: mi pare del tutto comprensibile. Forse, addirittura, inevitabile. 

 

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Parole divertenti che ho imparato in Messico

La Cruda

La cruda è la sensazione fisica del post sbronza, quel rincoglionimento sommato a dolore di testa, nausea, insofferenza agli odori che in Italia non ha un nome, a meno che non sia spuntato di recente: da quando, priva di un rene, ho disgraziatamente quasi smesso di bere (quasi).

In castigliano si dice resaca, e mi è sempre parsa un’espressione geniale: visualizza quel moto di eterno ritorno, il “mi torna su” che si mormora con la testa tra le mani quando si accende la prima sigaretta dopo una sbornia seria.

La cruda però porta la descrizione a un livello superiore, più vivido, viscerale; infatti la cruda se cura,non si fa semplicemente passare (normalmente con l’ausilio di un panino di carne di maiale bagnato nel pomodoro piccante e spruzzato di limone, accompagnata da una coca cola: tarta ahogada y cola)

Ahorita

Ahorita, cioè adesso, subito, proprio ora, diminutivo vezzeggiativo che coccola il tempo, con in più quella punta di soavità melensa di cui è intriso lo spagnolo americano, come tutti avremmo imparato se avessimo guardato Topazio in lingua originale, al posto che nel terribile doppiaggio di ReteQuattro.

Ma comunque il punto forte di ahorita è, ovviamente, che non esiste: adesso può essere fra due ore, domani o persino ieri. Una proposta per ahorita può avere la stessa forza delle diete annunciate dopo il pranzo della domenica a partire dal lunedì, per capirci. L’importante, però, è fingere che non sia così.

Penosamente

Cioè con un dispiacere profondo, sincero, autentica sofferenza: come quello cui è stata costretta oggi la polizia locale nell’informarmi che guidavo in modo non consono alle regole e che quindi dovevano multarmi per l’equivalente di dodici giorni di salario (che già di per sé è un modo magnifico di quantificare la sanzione).

Ora, io facevo i sessanta all’ora in una statale e avevo appena finito di seguire le indicazioni di altri poliziotti per superare un blocco di camion, intorno a me le auto sfrecciavano, alcune senza targa, e parecchi in moto non avevano il casco, ma non ho comunque provato a protestare, specie dopo che mi hanno sequestrato patente e passaporto dicendo che me li avrebbero ridati a pagamento avvenuto. Penosamente, erano costretti a comportarsi così.

Altrettanto penosamente ho risposto al machissimo con occhiali scuri e parlata trascinata che i documenti però mi servivano parecchio, e che magari avremmo potuto accordarci su una cifra lievemente inferiore, essendo io chica straniera.

Penosamente, lui e il socio piccolo e tarchiato si sono accordati e mi hanno chiesto solo sei giorni di salario: subito, in effectivo, cioè in contanti. Nel portafoglio avevo complessivamente poco di più, in una banconota sola, e mentre lo spilungone se la metteva in tasca restituendomi i documenti si è penosamente scusato di non potermi dare il resto.

 

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La nuova droga di New York

In questi giorni a New York sono diventata una tossica di Whole Foods.
Whole Foods è una catena di supermercati biologici – e anche vegetariani, vegani, integrali, chilometro zero e tutti questi aggettivi positivi con cui si può connotare il cibo, e non solo – che qualche mese fa è stata comprata da Amazon per una cifra astronomica, 13 miliardi e rotti di euro. Ne ho scritto recentemente su Pagina99, un articolo che una come me dovrebbe leggere e poi farsi qualche domanda – su se stessa, innanzitutto: ma fare i giornalisti ed essere coerenti mica devono sempre per forza coincidere.
La prima volta che ho passato mezz’ora in un Whole Foods, comunque, è stato proprio per lavoro: ero andata a cercare dei biscotti senza glutine e mi sono bloccata davanti a un muro a cinque ripiani di latte senza lattosio: ce n’erano 59 varietà. Tra l’attonito e lo sgomento ho proseguito e mi sono messa a contare i cereali, poi gli aceti, gli sciroppi e cosi via, con il sospetto che valesse la pena di pensarci su.
Quando sono uscita, ero combattuta tra la fascinazione e il rigetto, entrambi fasciati nella tendenza a ridicolizzare per comprendere: esattamente in cosa saranno diverse le 59 bevande senza lattosio che tanto si sa – io lo so: io le compro, io sono allergica al lattosio – sono unicamente dei surrogati di normalità per chi non vuole o non può caricarsi le calorie del latte intero?
Nei giorni seguenti lo scetticismo non mi ha abbandonato, ma il richiamo delle 59 varietà ha iniziato ad agire con prepotenza su di me: qualsiasi cosa mi servisse, andavo a prenderla nell’immenso WholeFood dietro a casa. Finché ho sostanzialmente smesso di aver bisogno di scuse per passarci delle discrete mezz’ore: una sera ero invitata al ristorante da amici e mentre camminavo lungo la 54Esima quasi ne ero dispiaciuta, pensando al tabuleh libanese che avevo addocchiato la mattina.
Da WholeFood, infatti, puoi prendere la tua scatola di cartone rigorosamente riciclato e riempirla di quello che vuoi: ci sono vasche di broccoli perfettamente verdi e regolari, pomodorini, carciofi tagliati in spicchi perfetti, carote arancioni da mettere il buon umore, spinacini, insalate di tutti i tipi lavate e illuminate da qualche residua gocciolina, come se fosse rugiada e ci trovassimo in un campo dell’Idaho e non nella giungla urbana di Manhattan. Ci sono venti varietà di olive e un Soup Bar in cui scegliere tra sette o otto zuppe del giorno. C’è l’angolo sushi, dove due asiatici preparano al momento: ti puoi sedere e ordinare o prendere una delle vaschette appena fatte, che vanno esaurite ogni mezz’ora, non distante da giganteschi banchi di pesce in cui trionfano granchi da tre chili e il salmone selvatico dell’Alaska. C’è la gastronomia italiana, in cui si trovano i friarielli e il brasato, e quello mediorientale, con l’hummus, il babaganoush e il tabuleh.
Da Whole Foods c’è tutto, ed è tutto bello, buono, ben esposto. Secchi pieni di fiori freschi e piante di orchidee in vaso ti accolgono all’ingresso, alla discesa delle scale mobili che separano il magico mondo organic dal resto del centro commerciale; la colonna musicale è sempre ricercata – Talking Heads, Beck, Patti Smith – e a qualsiasi ora del giorno e della notte ci trovi centinaia di persone che girano per gli scompartimenti e controllano provenienze e prezzi in sneakers e tuta, e pur sotto ai neon e con carrelli strapieni fanno tutta un’altra impressione rispetto alla volgarità di quelli che due piani sopra inseguono con la stessa determinazione scarpe di Jimmi Choo o cereali in scatola.
Perché da Whole Foods ci vanno quelli che alla cassa prima di pagare prendono al volo una copia del New Yorker e magari anche una tesserina da 50 dollari per la beneficenza: come le ricariche telefoniche o quelle per l’Apple store, solo che il valore viene devoluto a una qualche Ong, e tu che hai fatto la spesa da Whole Foods rispettando l’ambiente e la natura e la salute, forgiando la tua levatura morale con l’acquisto consapevole, puoi anche essere buono con un solo gesto alla cassa, senza sforzi, perché  la praticità è la prima qualità dell’uomo moderno. E il sistema, quando non ti può combattere, ti accomoda: vince sempre lui, ma l’importante è che tu non lo percepisca.

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Le mie serate a New York

Poi c’è chi dice chissà cosa fai a New York la sera, i rooftop, le luci, tutta quella gente.
Per esempio quel signore pelato, quello della foto qui sotto, che l’altra sera era il solo in sala con me quando sono arrivata al Lincoln Plaza, sulla Broadway in alto in alto, dove praticamente non è piu la Broadway che quasi tutti hanno in mente.
Erano le 19, avevo passato tutto il pomeriggio in biblioteca per scrivere un pezzo da mandare via e m’è venuta voglia di un filmetto. Ho scelto una sala vicino a casa e, proprio come a Milano, il cinema piu vicino è una specie di adorabile residuato bellico: c’è ancora un tizio che ti vende i biglietti e si scendono le scale per arrivare in questo spazio mai rinnovato dagli Anni 70, con le pareti decorate da poster un po’ sbiaditi di film culto e signori annoiati, appoggiati alle colonne, che controllano i biglietti parlottando tra loro.
Avevo scelto una proiezione ma poi, all’ultimo, ho cambiato idea: e quando è iniziato il film – nel frattempo in sala erano arrivate alla spicciolata qualche coppia e un paio di signore da sole, borghesia dell’Upper West, che legge il giornale aspettando che si abbassino le luci – ho scoperto che era un film francese in lingua originale, sottotitolato in inglese. E tutti ridevano, perché era buffo, e a quelli dell’Upper West pensare a Godard e a Agnes Varda ricorda gli anni della loro libertà, e io ridevo di loro che ridevano e ridevo anche di me lì in mezzo a quella scena woodyalleniana; ma contemporaneamente mi sentivo proprio a casa mia, un po’ perché in America mi sento sempre a casa e un po’ perché io sono proprio quel tipo lì, che a NYC va a vedere un film francese in una sala microscopica lontano dal casino.

Oppure quello – sempre per il capitolo le tue serate a New York – che si iscrive a un corso serale di yoga allo YMCA, un corso il cui maestro è uscito diretto da Harry ti presento Sally, ma la prima parte, quella della fine Anni 70, o magari dai Tenembaum. Un tipo con il fisico un po’ da lattina, piccolo ma molto sodo e molto muscoloso, con dei calzoncini di cotone corti evidentemente senza mutande e una zazzera di capelli che nemmeno Bob Dylan all’epoca. Eravamo in palestra lui e io, un signore obeso che sudava anche solo a muovere le dita – Very good John, very good, just a little more -, uno che respirava con la stessa intensità sonora della Quinta strada, una settantenne ultra tonica che cercava di richiamare l’attenzione dell’istruttore, una ragazza di colore incredibilmente più impedita di me e un’indiana che a metà ha abbandonato il corso, poco prima che ci facesse mettere le gambe dietro la schiena e che io rischiassi di non alzarmi mai più da quella posizione.

Così passo le mie serate a New York, insomma. E come si sta bene.

 

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Dispacci, India – Madurai #11

C’è gente in giro che chiede se è vera la leggenda per cui il couchsurfing serva a trovare qualcuno con cui andare a letto; esistono persino articoli di giornale un po’ sciocchi che ne parlano. 

È evidente che chi li ha scritti non ha mai fatto couchsurfing: altrimenti saprebbe che la prima cosa che si fa in un altro continente, dopo aver incontrato la propria amica-couch, è chiedere il contatto del miglior medico ayurvedico in città, per trovarsi qualche ora dopo seduti in attesa del proprio turno per un massaggio terapeutico in uno studio che non ha mai visto un interior design e nemmeno l’Ikea (forse neppure straccio e spazzolone, ma il caos polveroso e marcescente delle strade indiane finisce col rendere sfumati i contorni delle cose: è difficile dire quando un posto è semplicemente realmente sporco o quando è sommariamente pulito ma segnato dal tempo, dal numero di persone che ci sono passate, dalle cianfrusaglie che lo adornano, dalle divise lise e dai piedi consumati di chi si trova al suo interno).

 Il messaggio ayurvedico, dicono quelli che se ne intendono, ai quali non appartengo, è una specie di cura ominicomprensiva, che se praticata con la giusta frequenza può rimettere in sesto quasi tutto. Non provarlo sarebbe da fessi.

Non so, e nessuno mi ha detto, se in altri posti del mondo o anche solo dell’India le massaggiatrici ti facciano stendere su qualcosa di più confortevole del siluro convesso di legno massiccio sul quale invece hanno spiaggiato me, mentre mi ricoprono di olio da un colino (lo stesso che in Italia si usa per le ceretta: per un secondo ho temuto stessero per spiumarmi viva) a partire dai capelli fino alla punta dell’alluce.

Ma dopo poco ho la consistenza di una foca, e quando iniziano a farmi girare da un lato all’altro del corpo scivolo via dal siluro convesso, picchiando in tutti i lati e scatenando nelle due risate che si fanno progressivamente più intense e non nascondibili. Per completare le confessioni dell’occidentale vorrei-essere-migliore-di-come-sono, una delle due ragazzine è devastata dal raffreddore e mi strofina vigorosamente l’olio con le stesse mani con cui ogni quaranta secondi si tocca sotto al naso per pulirsi il moccolo, e son costretta a distogliere lo sguardo dopo aver chiesto vanamente tre o quattro volte You sick?

Quando ormai mi si potrebbe strizzare ottenendone brandelli di pelle e lardo di balena, le massaggiatrici mi sollevano in posizione eretta sul siluro convesso, a mo’ di soprammobile basculante col fondo rotondo pieno di sabbia, e annunciano che è il momento del bagno di vapore. Mi accingo dunque a camminare verso una stanzetta a mo’ di bagno turco, magari spartana ma rilassante. Invece mi infilano a forza dentro una scatola di legno, con un buco per far uscire la testa. La situazione è simile a quella del gioco di prestigio in cui il mago ti blinda dentro una scatola e sega a metà: solo che nel mio caso il parallelepipedo di legno è riscaldato da non so che, dentro la temperatura è di sessanta gradi almeno, ed essendo io bassa a stento riesco a far emergere tutto il collo dal cubo infernale. Quando la signorina con il raffreddore chiude l’ultima asse della cassa mi prende qualcosa di simile a un attacco di panico, e medito di dare un calcio alla scatola e uscire: loro mi guardano come fossi un animale strano, chiedono conferma del mio stato in lingua Tamil, rispondo in italiano: se parlassi inglese il risultato sarebbe uguale. 

A gesti, una delle due mi spiega che devo stare dentro circa 10 minuti, e fa per abbandonare la stanza: la fermo con un suono gutturale, ché nemmeno quando a sette anni credevo nelle fiamme dell’inferno, con tutta la potenza immaginifica dell’infanzia, riuscivo a concepire una situazione peggiore. 

Dopo tre minuti, sto sudando ruscelli in piena: li sento staccarsi da un determinato punto del corpo, come se fosse la montagna, e percorrere la pelle a mo’ di valle sotto al Gran Canyon, per poi gocciolarmi sui piedi (la scatola sarà larga 60 per 70 per 100 centimetri, o giù di lì), già fradici. Al quinto minuto, i ruscelli iniziano a staccarsi anche dalla fronte, mi finiscono sugli occhi, appannano la vista già provata dal vapore: vorrei pulirmi la faccia ma ho le braccia incastrate nella scatola infernale, inizio a soffiare manifestando un disagio che la massaggiatrice in nessun modo è disposta ad alleviare. Ancora cinque minuti, mi fa capire, e sta diventando una prova di carattere, più che di forza. Al settimo minuto, i ruscelli sono diventati fiumi, con la portata del Tamigi: faccio in tempo a pensare che sto per morire disidratata, o che almeno sverrò a breve, prima di supplicare la ragazza col raffreddore di tirarmi fuori, Stop!, stop!!, stop!!!

Una volta liberata, ho il diritto di fare la doccia per riprendermi: mi indicano una stanza piena di secchi d’acqua, che mi verso addosso generosamente. Nel frattempo, la mia biancheria è fradicia e inservibile: devono essersi dimenticati di darmi quella di carta. O forse non esiste. 

Mi invitano a rivestirmi, come se tutto fosse a posto: ho la pressione così bassa che impiego circa 10 minuti, mentre uno specchio arrugginito e appannato mi rimanda il volto di una tipa sconvolta, i cui capelli sarebbero biondi se non fossero arruffati in un unico dread, con borse sotto agli occhi che toccano il mento.

Tutto bene il massaggio?, mi chiederà con entusiasmo la couchsurfer ore dopo. 

Oh yeah!

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Dispacci, India – Madurai #10

L’India è anche quel Paese in cui per prendere un treno devi prenotare tre giorni prima, oppure accettare di fare a gomitate con decine di indiani, anche loro senza posto e quasi certamente senza biglietto, carichi di stracci e di diffidenza verso la donna bianca, per contenderti con loro dieci centimetri di panca dura su cui sedere.

Il treno, infatti, è una scatola metallica di quelle che se ne son viste nei musei alle elementari, fischia come la locomotiva dei film Western, non ha finestrini né porte né bagni, viaggia adagio adagio in prossimità di ogni fermata per consentire ad ambulanti di ogni genere di appendere le loro mercanzie ai giunti dei vagoni e di saltare dentro per fare affari.

Dentro si trova un’umanità assortita, che dice delle disuguaglianze e del razzismo del Paese più di mille libri. Giovani occidentalizzati ma non abbastanza da parlare un inglese comprensibile ascoltano musica sullo smartphone, svolgendo e riavvolgendo con cura maniacale le cuffie Apple nella propria custodia (gli auricolari sono originali; il telefono no); una ragazza musulmana si rifiuta di aver vicino donne bianche; gruppi di persone si tengono i posti a vicenda e scacciano chi non è dei loro; un’anziana scalza fruga con un bastone sotto ai sedile in cerca di cibo, poi si sdraia per terra nell’indifferenza generale e per ore tutti la scavalcheranno calpestandola un po’ (le ho offerto il mio posto, non l’ha preso); un ragazzo con i piedi (scalzi) piagati resta in piedi un po’ perché nessuno gli fa spazio, poi si arrampica nel vano bagagli e si addormenta. 

Tutto intorno, sotto a vecchi ventilatori che penzolano dal soffitto, chi può si allunga sui sedili duri come il legno, nel sudiciume generale, e prende sonno finché il baccano della stazione successiva o l’odore della polvere di ferro che si leva dai binari lo costringono a svegliarsi.

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