Risvegli

Poi stamattina mi sono svegliata col magone, e infreddolita, anche se in questa stanza austriaca ci sono ventisei gradi costanti. Ho preso l’iPad per mettere su un classico dei risvegli col magone, Nothing compares to you, invece all’ultimo ho fatto partire Me ne frego di Achille Lauro. Ho ridacchiato per la scelta, mentre mi passava il magone.
(Ma Sinead O’Connor poi l’ho ascoltata lo stesso)

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Essere donne

Ho un’ansia sottile che non mi molla. Maledetti ormoni maledetti.
Forse dovresti smettere di ascoltare Tabula rasa elettrificata di prima mattina. 

 

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Che cos’è l’amor

Tutti gli standard di quello che avevo sempre creduto essere romanticismo franano davanti a Bob Dylan e Joan Baez in Rolling Thunder inquadrati stretti mentre si guardano negli occhi, bellissimi e ancora giovani ma non più ventenni, e lui le dice You see, it’s thought, the head always fucks you up, e lei lo ama ancora e ha sposato l’uomo sbagliato, e lui forse non l’ha mai amata e di sicuro non l’ama più, e lei lo sa.
Barbara Straisend e Robert Redford in confronto sono dei principianti, Come eravamo precipita nell’abisso, Dirty Dancing nemmeno si qualifica;
e io non vi perdonerò mai per non avermi detto di guardarla prima, questa scena.
 

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Le stories, invecchiare, il marketing

Ho capito di essere invecchiata il giorno in cui sono arrivate le Stories, e io non solo non ho avuto voglia di scoprire come funzionassero, ma mi è parso ridicolo farlo, un po’ come dieci anni prima mio fratello  – 11 anni più anziano di me – mi domandava sbigottito perché scrivessi i fatti miei su Facebook. 
Appurato che sono invecchiata, il mio senso di imbarazzo nei confronti degli adulti che dedicano minuti a creare affreschi multimediali a durata limitata scegliendo musica e colori, e ovviamente il lato migliore di sé, si fa più grande ogni giorno; ma si fa più grande anche la consapevolezza che forse mi sto comportando come i reazionari, quelli che storcono il naso di fronte alle cose nuove, e le ridicolizzano perché non sanno come prenderle. 
E no, non sono capace di dire “ma chissenegrefa, fai come credi e lascia che gli altri facciano”, perché sulle Stories si reggono ormai investimenti di marketing milionari, vetrine e isterie digitali, e io ho un problema serio con l’idea che qualsiasi spazio diventi qualcosa da vendere, uno strumento per convincere la gente a comprare quello di cui sovente non ha bisogno, o per mettersi in vendita. Persino quegli spazi che dopo 24 ore scompaiono.  

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Le canzoni dell’anno

Una volta, a inizio dicembre trovavo sempre il tempo per scrivere un post sulle canzoni dell’anno. Non un semplice elenco delle più ascoltate, ma quelle che avrei portato su un’isola deserta con me se avessi dovuto scegliere. Fare l’elenco non era cosa banale: ragionamenti e scelte e fogli riempiti a matita e cancellati e riscritti, infine immortalati in una foto pubblicata a corredo del post, come testimonianza dell’intensità della decisione. 

Poi, più di recente, il mio tempo libero si è ridotto drasticamente, gli impegni hanno preso a inseguirmi anche quando credevo di non averne e forse, pur senza avere il coraggio di esplicitarlo, ho iniziato a chiedermi se non fosse un po’ troppo adolescenziale, quell’elenco. Troppo privato, intimo, appartenente a una sfera che cerco di non dare in pasto proprio a tutti, dopo l’ingozzata di Facebook e annessi degli anni ruggenti a cavallo tra i venti e i trenta. 
Ho smesso di chiedermelo per un po’, rinunciando alla classifica, ma quest’anno ho infine stabilito che non me ne frega nulla se sia adolescenziale. Perché fare liste è bellissimo, specie alle fine dell’anno, quando ripensare ai momenti, e alla musica con cui li hai vissuti, diventa in una sorta di liturgia commemorativa del bello e del brutto, di quello che siamo contenti di portarci di là e di quello che ci porteremo comunque ma se fosse rimasto dentro al 2018 magari sarebbe stato meglio. A suo modo, è come prepararsi ad accogliere l’anno nuovo dopo aver messo in fila le cose. Mica con gli altri: con se stessi. Agli altri però tocca la fortuna di potersi prendere le canzoni migliori, se interessati. L’elenco, insomma, diventa quasi un regalo. E infatti io vado pazza per quelli degli altri. 

(Poi, a dire il vero, io un mese e mezzo fa ho provato a fare una lista dei film migliori di sempre con gli amici strettissimi della chat che non vorresti mai far leggere a nessuno: prima, mi hanno prima preso in giro per l’anzianità delle mie scelte – quelli che ogni tanto vanno a rota di Jules e Jim, capiamoci  –  e poi snobbato. Dovevo essere amica di Nick Horby io, mica di Falco, Renatino e Nic).

Comunque, ecco, quello che si chiude è stato un anno strano, denso, complessivamente molto bello ma puntellato qui e là di down pazzeschi; un anno trasformativo, direbbero quelli seri, ma soprattutto un anno in cui da giugno in poi non c’è stato un solo giorno in cui non abbia ascoltato una specifica canzone che ho scoperto  con l’arrivo dell’estate – in ritardo di qualche anno rispetto alla sua pubblicazione – e di cui mi sono innamorata con la stessa intensità con cui una vita fa mi sono innamorata di Bob Dylan. 

La regina incontrastata della classifica è lei, quindi. E la classifica è stranamente molto italiana: non so dire perché, quest’anno è andata così.
Vale la regola della tradizione: soltanto la prima tra quelle elencate qui sotto è realmente la prima. Le altre sono intercambiabili, non sono realmente in classifica. Ma la prima no, la prima è quella che se stasera mi trovassi dispersa nell’Oceano indiano vorrei con me. 

(A proposito: questo è il post con l’elenco delle canzoni dell’anno che scrissi su questo blog nel 2009. Che tenerezza rileggerlo, quanta gioventù c’era dentro).

  1. Nuvole senza Messico, Giorgio Canali
    Me l’ha buttata lì Spotify, rivelandosi più utile di quello che sarei mai disposta a concedergli e  compromettendo le decine di pezzi che ho scritto quest’anno sui rischi dell’intelligenza artificiale. Stavo andando a Venezia, in un giugno sensazionale, con il cielo azzurro dipinto e l’umore galleggiante come la città. 
    Devo averla ascoltata 20 volte, solo quel giorno. E almeno una – almeno, ma spesso più  di cinque – tutti gli altri giorni dell’anno. 
    Sta suonando anche adesso, ça va sans dire. Bastano pochi versi a capire il capolavoro, ma se fossi in voi la metterei all’istante in heavy rotation.
    Ammiro gli inutili segni di croce / di chi aspetta la guerra per morire in pace / è la vita che va, è la vita che va, è la morte che viene / è la consolazione del morire insieme /Che risposte ci suggerirà questo vento dislessico / Che porta con se solo nuvole, nuvole, nuvole senza Messico…
  2. Voglio una pelle splendida, Afterhours
    Non sono mai stata una fan sfegatata degli Afterhours, ma questo è un classico che parla anche dei giorni in cui stiamo vivendo. Un giorno mi è venuta in mente pensando a Salvini, e non me la sono più tolta di dosso. 
  3. Viva, Zen Circus
    Che dire? Li avevo sempre ignorati, o evitati. E non so se resteranno nei miei ascolti futuri. Ma negli ultimi mesi questa canzone l’ho avuta in sottofondo spessissimo. Il testo funziona, e la musica ti fa venire voglia di scuotere tutto. E serve, serve di brutto. 
  4. Hotel Supramonte, Fabrizio De André 
    Tra febbraio e marzo ho passato interi weekend a guardare vecchissimi video di Faber e di Tenco e di un’epoca che rimpiango senza nemmeno averla vissuta. La canzone, va da sé, è una delle cose più struggenti che siano mai state scritte.
  5. Chloes Dancers / Crown of Thorns, Mother Love Bone 
    C’è tutta la mia storia in questo pezzo, dai 13 anni in poi. C’è un passato che mi prende a calci lo stomaco ogni volta che attacca il piano, sempre, immancabilmente. È la canzone che ho ascoltato come prima cosa una mattina di rara tristezza, piangendo a letto, e poi in bagno, e poi per strada, e poi chiusa in un bagno pubblico. 
    I Mother Love Bone sono il grunge prima che noi sapessimo cos’era, sono l’ultima cosa che abbia senso quando si parla di fenomeni che cambieranno il mondo. La canzone è un capolavoro, non c’è niente altro da dire. Se ci mettete sopra che Andy la cantava a 22 anni, prima di morire di eroina, è anche più facile lasciare che vi devasti.
  6. All Apologies, Nirvana 
    Per quelli come me che alla musica devono tanto, che sono stati cresciuti dalla musica e nella musica, che ci si sono specchiati e protetti e rivestiti, i Nirvana e Kurt Cobain sono il canto del cigno.
    Quest’estate, a Seattle, sotto a un cielo azzurro da far male, mi sono seduta sulla panchina su cui si sedeva Cobain, nel suo parchetto, di fianco alla casa in cui si è ammazzato, e ho ascoltato All apologies a volume da audiolesi, come avessi avuto 16 anni.
    In the sun / I feel as one. 
  7. Sally, Vasco Rossi
    L’ho cantata tutta la vita questa canzone, ma solo quest’anno ho capito davvero cosa volesse dire. È poesia pura. 
  8. Hemingway, Paolo Conte
    Basta il sax con cui attacca per capire perché sia nell’elenco, non serve altro. 
  9. Pavan Guru, Gurunam Singh
    Non è propriamente una canzone, ma un mantra. Cantato su una linea melodica capace di metterti in pace col mondo. Negli ultimi tre mesi dell’anno l’ho ascoltato almeno una volta al giorno, spesso di più. E un paio di volte mi sono anche illusa di aver capito tutto. 
  10.  Don’t think twice, it’s allright, Bob Dylan
    Probabilmente ci sono stati anni in cui l’ho ascoltata di più: questo non è stato il mio anno più dylaniato di sempre. Ma metti che sull’isola mi ci mandino davvero, mica si può rischiare di non aver messo nell’elenco un Dylan così. 

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Voci

È tutto il giorno che pelo castagne, le faccio bollire, le passo per il dolce di Natale.

Sei da sposare.

Bravo, metti in giro la voce.

(L’amico che ti vuole bene)

 

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Essere adulti

Comunque ci pensavo e questa cosa di invitare i tuoi da te per Natale è veramente una roba da adulti, non so se sarei in grado…
Guarda che sei tu quella incinta: io mi limito a cucinare due portate e un dolce. Tu scodelli un figlio per sempre.

[Amiche pre-parto, verso i 40 e non sentirli ]

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Umanamente completa

Ieri sera sono uscita con le mie amiche. Ci siamo fatte una boccia.
Stamane ho portato mia figlia all’asilo e ora sto tornando a letto. Oggi il mio apporto all’umanità sarà zero. Ho anche già messo su una lavatrice, quindi sono soddisfatta, umanamente completa. 

(9 della mattina, un giorno di dicembre, l’amica geniale)

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Appunti per un giornale che non c’è

Sono convinta, convintissima, che sarebbe il momento perfetto per fondare un nuovo giornale. Un giornale di carta, oltretutto (non solo, ma anche).

Conosco perfettamente i dati di vendita, quelle sulle abitudini di lettura, il costo di stampa e distribuzione, eccetera; non mi sfugge nemmeno che molti esperimenti recenti – incluso qualcuno al quale ho partecipato, come Pagina99 – siano finiti male.

Il momento è comunque perfetto.

Esiste una fetta enorme di popolazione (di sinistra) che non ha un giornale di riferimento, e con giornale di riferimento non intendo vicino a qualche partito. Parlo dei valori: quelli tradizionalmente appartenenti alla sinistra — non per forza alla militanza dura e pura, ma certamente a un afflato di fondo: la vicinanza ai più deboli, la difesa del lavoro sul capitale, l’importanza della cultura e della scuola, l’internazionalismo, i diritti civili, l’antimilitarismo, eccetera — che forniscono una chiave di lettura sul mondo. E che possano creare una comunità che condivide una certa visione del mondo stesso.

I giornali, con le loro prime pagine e la scelta di mettere in evidenza una cosa o l’altra, questo fanno: gerarchizzano i fatti e interpretano. Mentre su internet o in un newsfeed conta il singolo titolo, l’impaginazione delle notizie ha un suo ruolo fondamentale, perché dice qualcosa dell’importanza dei fatti, o almeno dell’importanza secondo chi il giornale lo fa. 
Per me molto spesso quello che succede in Cina o nella Silicon Valley, dove aziende private stanno facendo le regole dell’accesso alla conoscenza e delle dinamiche relazionali nella quasi inconsapevolezza generale, è molto più importante delle ciance di partito. E non solo lo è per me, ma vorrei che lo fosse per tutti quelli intorno: se lo fosse per tutti, si potrebbe sperare per esempio che la pulizia etnica degli uiguri da parte della nazione più popolosa al mondo diventasse prioritario anche nell’agenda di quei partiti che invece cianciano d’altro.

Lo spazio per un giornale esiste perché c’è una parte enorme di cittadini che non ha riferimenti, e ancorché si informi saltabeccando qui e lì tra siti, leggendo editoriali linkati sui social o comprando sporadiche copie di Internazionale e del Manifesto, di base non si ritrova in niente di quello che c’è in edicola (Internazionale è un caso più unico che raro, ma, attenzione, è un giornale fatto con intelligenza ma usando il lavoro di altri). Gente che investirebbe magari tre euro alla settimana per qualcosa da conservare, su cui imparare: un buon giornale può essere come un libro. Gli italiani di libri ne comprano pochi, è vero: ma qui comunque stiamo parlando di nicchie.

Un giornale siffatto dovrebbe fare quello che in Italia non si fa: spendere molti soldi per fare storie molto approfondite con il tempo che richiedono. Dimenticandosi dogmi tipo “Certo morti in Medio Oriente valgono come 10 morti in Europa”, specie se quei 100 morti raccontano di un mondo.
Storie documentate, fotografiche, lontane, vicine, seriali. Sul mondo e su casa nostra. Sull’economia e sulla politica ma con una visione lontana da tutto quello che è il chiacchiericcio di cui per lo più farciamo i quotidiani (con la pretesa di “Dare le notizie” e “informare i cittadini”), e che invece racconti come nascono le cose, dove nascono, perché.

Il che vuol dire che stiamo parlando di un prodotto su cui un filantropo o una fondazione possa decidere di spendere qualche milione di euro, sapendo che per i primi anni non li recupererà. Ma anche che non sono perduti: perché se il giornale andasse come può andare, e iniziasse a vendere abbonamenti perché produce cose che altri non fanno, potrebbe pian piano arrivare a break even. In Francia ce l’ha fatta Mediapart, con un’idea diversa (giornalismo di inchiesta legato perlopiù a questioni d’affari e politiche); in Olanda ce l’ha fatta The Corrispondent. In Italia Jacobin ha appena lanciato la propria campagna e io mi sono anche abbonata, ma si tratta di un prodotto di giornalismo “accademico”, più che di racconto o di inchiesta, e men che meno di notizie.

In questo inesistente giornale che vorrei direttore e redattori non sarebbero malati di protagonismo; non passerebbero le giornate a cementare il proprio ego sui social distribuendo pareri e notiziole (se una cosa è una notizia, allora si scrive bene facendola capire a tutti, non agli amichetti per mostrare che le cose le sai); non farebbero battute maldestre su cose serie; non darebbero del tu a quelli di cui scrivono; non sarebbero in televisione più di quanto sono in redazione. 
Mi piacerebbe un giornale che tornasse a essere un vero corpo condiviso, intimo e pubblico al contempo. In cui riconoscersi e mettersi comodi. Un giornale che rifugga l’autoreferenzialità e le dinamiche malate di questi tempi: per esempio quella per cui prima si tira al piccione contro qualcuno (l’ultimo, il povero Dario Corallo: uno colpevole di aver detto molte cose giuste e una frase sfortunata su Burioni, che comunque è idolatrato senza alcuno spirito critico per i modi e i toni che usa), poi si intervista qualcuno che si interroga sul tiro al piccione (“l’altra campana”), poi ci si impossessa del pensiero che nel frattempo sta sorgendo nel dibattito pubblico sul fatto che alla fine il qualcuno non aveva poi del tutto torto, ad ascoltarlo. Ecco: magari se lo si ascoltasse prima ci risparmieremmo le fasi intermedie.

A me pare che i lettori esistano ancora, e qualche giornale, da ultimo La Verità, l’ha dimostrato. 
Ovviamente, La Verità è fin dal titolo un giornale che non c’entra nulla con quello di cui ho scritto finora, e uno dei più lontani possibili da me: ha altri metodi (sarebbe bello a proposito chiedere a Belpietro a cosa è servito rivelare l’identità della compagna di Saviano, se non a metterne a rischio la vita, e chi è stato così gentile da dargli l’informazione facendo un servizio a Salvini), altra visione del mondo, altra vicinanza alla politica. Però ha provato che il dogma “I giornali di carta non vendono” è una sciocchezza, e quasi nessuno ha voglia di farsi martoriare dai pop up e dalla pubblicità per risparmiare tre euro, se pensa che quei tre euro siano ben spesi.

Ecco, mi piacerebbe sia spendere bene quei tre euro, sia lavorare perché qualcuno li spenda bene, facendo parte di questo ipotetico giornale. Mi piacerebbe proprio metterlo su, e c’è un sacco di gente con cui vorrei lavorare. Senza l’idea più innovativa del secolo ma tornando banalmente a fare quello che i giornali dovrebbero fare, hanno fatto e raramente ancora fanno. 
Non so a chi chiedere i soldi, però, e non penso che per fare una roba così basti un crowdfunding: ce ne vogliono tanti, bisogna investire parecchio e avere molta pazienza prima di pensare di raccogliere.

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Dove?

Dove vorresti vivere?
In una canzone di Bob Dylan. 

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