Chi sono? [Dialoghi davanti al microonde, #2]

Personalmente, alterno due mesi di ricerca spirituale a due mesi di ricerca della migliore crema antirughe sul mercato. 

[l’amica geniale – non quella, una meglio – via whatsapp]

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Dialoghi davanti al microonde #1

Cosa vuoi fare oggi?
Leggere tutto il giorno.

[Tra me e me, cercando una bustina di tè verde nella dispensa, dopo aver letto gli incipit di Roth]

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Essere minoranza

Io, cosa significhi essere minoranza, lo so da sempre.

Sono minoranza dalla nascita, quasi per statuto. Il mio nome non ha santi (né eroi), non è comune e non è nemmeno italiano, anche se io lo sono.

Sono minoranza nella mia famiglia, in cui tutti hanno studiato giurisprudenza, inclusi i parenti acquisiti, e io a cinque anni già impaginavo il giornalino della prima elementare, sapendo che quello avrei fatto — o almeno voluto fare — nella vita.

Ero minoranza alle elementari, unica non battezzata in una scuola di suore, la sola che mi aveva  preso a cinque anni.

Ero minoranza alle medie, quando i miei compagni ascoltavano gli 883 e io ero malata dei Guns N’ Roses e dei Nirvana, per lo sgomento dei miei.
(Mio padre stava guardando il Tg3Notte quando arrivò la notizia che Cobain si era suicidato. Passavo dalla sala per caso, a quell’ora ero già a letto. Scoppiai a piangere, inconsolabile. Mio padre mi gelò: «Cosa cazzo piangi che non lo conosci nemmeno?»)

Ero minoranza nel posto in cui sono nata, Chiavari, una cittadina deliziosa ancorata a routine e abitudini che già a 15 anni mi avevano fatto secca: infatti chiesi di poter andare a studiare in America e scappai. D’altronde, anche i miei erano minoranza, a loro modo: arrivati da Milano, dove erano arrivati da Torino, dove erano arrivati da Aosta, dove si erano conosciuti essendo uno siciliano, l’altra bergamasca. Finiti in un posto in cui la maggior parte degli abitanti è stanziale da generazioni, passandosi case, attività commerciali, espressioni dialettali.

Nell’ultimo decennio sono stata minoranza rifiutando diverse offerte di lavoro, nel momento in cui già il giornalismo era una crisi mostruosa (che sarebbe peggiorata), per paura di annoiarmi, a fare il mestiere così. Andando via da posti di lavoro fissi e incarichi tecnicamente allettanti, pur di sentirmi libera, e poi sentendomi quotidianamente in balia del mutuo, dei conti, delle fatture emesse, pagate, non incassate. Ma comunque meglio che all’altra maniera.

Sono stata minoranza quando mi ha chiamato una parlamentare nota, chiedendomi di lavorare per lei: per due giorni ho pianto, sapendo che accettare era per mille ragioni la cosa più sensata. Non me la sentivo di lavorare per questi, e ho detto no.

Sono stata minoranza altre centomila volte, e lo sono per natura, indole, testardaggine, orgoglio, stupidità, vanità.

Oggi sono minoranza insieme a un sacco di altra gente, ma in modo del tutto diverso. E spaventoso.

Lo sono ogni volta che vedo un tweet di Salvini e capisco cosa c’è dietro, come sta fregando la gente, come la gente ha voglia di farsi fregare. Lo sono quando penso a quelli delle Iene, con ribrezzo per le campagne che hanno fatto negli ultimi dieci anni, e mi rendo conto che hanno vinto loro, che i metodi sono i loro. Non importa che per me Nadia Toffa o Giarrusso non saranno mai giornalisti o scrittori: lo sono per chi li segue, e chi li segue è la maggior parte del Paese. 
Noi che stiamo a casa a imbarazzarci per Conte che tiene su un cartello con scritto #DecretoSalvini con l’aria di un ostaggio, ma senza la dignità per metterlo giù, siamo ultra minoranza: fuori dal nostro recinto per qualcuno è spettacolo, per altri è politica, per altri è normale.

Metaforicamente, siamo già in un ghetto: infatti ci chiamano élite, intellettuali, buonisti, sinistroidi e qualsiasi altra cosa, anche se magari facciamo fatica a far quadrare i conti, abbiamo votato i radicali e non abbiamo mai letto Guerra e Pace. 
Lo siamo perché i criteri che ci eravamo dati, i nostri metri di giudizio, le cose che avevamo imparato per affrontare il mondo, la vita e il lavoro non servono più. Sono superati, sono vecchi. Le nostre ragioni sono vane, perché si esprimono in lingue e sintassi che non sono più universali: anche se volessero, gli interlocutori non riuscirebbero a capirci.

Ero abituata a essere minoranza, ma ora è cambiato tutto. E a questo non ero preparata.

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Dispacci, Seattle #4

In giro per la West Coast è tutto un succedersi di cartelli in difesa delle minoranze, dei migranti, della comunità Lgbt. Non menzionano mai Trump nello specifico – ed è  giusto, perché non è dall’uomo che bisogna difendersi bensì da una cultura  profondamente radicata che lui ha contribuito a rivalutare  – ma si riferiscono a tutto quello che è successo negli ultimi due anni, da I believe that Black Lives Matter a Parents and their children shouldn’t be divided by force.

A Seattle, che è una città vivace e non conformista – nonostante Amazon, Microsoft, Boing e Starbuck, la Big America Corporatation che ha sede qui – molti bar e ristoranti hanno affisso adesivi sui vetri con cui rassicurano le persone gay, transgender, rifugiate: Here you are safe, qui siete al sicuro.  

Mi è sembrata una cosa fortissima: siete al sicuro, vi stiamo offrendo protezione, da chi non vorrebbe che foste quel che siete, da chi non vi vuole in giro, da chi potrebbe aggredirvi o farvi male in altra maniera.
Evidentemente specificarlo serve, evidentemente quella cultura di cui parlavamo sopra, l’intolleranza, la rabbia sociale, l’ignoranza, la prevaricazione, l’egoismo e tutto quello che sta rinsaldando il mostro nero dei nostri anni, esiste eccome. Non è solo marketing: potete fidarvi o meno, ma lo so, l’ho sentito, l’ho visto.

Ecco, allora mi chiedo: quand’è che importeremo questa cosa in Italia, dove il nero in giro è lo stesso, se non peggio? (Qui almeno formalmente l’industria più potente al mondo, Big tech, è schierata a favore delle minoranze, talvolta in aperto contrasto con l’Amministrazione su specifiche scelte come il Travel Ban, il divieto di immigrazione per certi cittadini e per i loro congiunti; da noi non mi pare di aver sentito una sola società o famiglia che conta, dalla Ferrari a Della Valle passando per Cucinelli che normalmente è il santo de noantri, dire qualcosa). 

Ce ne sarebbe molto, molto bisogno, e non solo nella solita Milano, che essendo la capitale nazionale del marketing ha capito subito come posizionarsi  – e meno male, non fraintendetemi.
Ci sarebbe bisogno anche che, una volta successo, i media (di destra, soprattutto, ma anche alcuni dei molti che si definiscono indipendenti e menano colpi al cerchio e alla botte con la stessa felicità con cui scrivono tweet) non lanciassero la grancassa canzonatoria delle magliette rosse o dei radical chic o delle bandiere della pace che furono.  

Serve rispetto, anche quello. 

 

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Seattle, Dispacci #3

La sede di Amazon a Seattle è stupenda: legno e cafeterias e tre sfere giganti che contengono una foresta – una foresta vera, anzi più foreste: specie tropicali ma anche sequoie, felci e piante carnivore asiatiche; poi naturalmente anche tavolini e Wi-Fi in abbondanza. Be, cosa pensavate? Si produce, non siate sciocchi  – e la sensazione di essere una star solo a metterci piede o a far shopping al negozio di Amazon Go, entrato così solidamente nell’immaginario collettivo come il futuro, a diposizione solo per pochi istanti e pochi prescelti, che non appena davanti alla porta mi son affrettata a scaricare la App e a precitarmi a comprare qualcosa.

Dicevamo, comunque, che la sede di Amazon è pazzescamente figa, e sono sicura che siano molti quelli che entrando la mattina (o la notte, è il classico building 24 hours) pensino veramente quel Pretty cool, Pretty Amazing duh che raccontano a te mentre ti descrivono la loro routine di Amazoner. Tanto più cool se è vero che gli orari di lavoro “sono il tipico 8-5”, come dice quello della comunicazione parlandomi  dei propri, anche se va detto che se lavori nelle Pr per Amazon e alle 17 hai finito forse sei una discreta pippa, perché con le grane da smazzare a ciclo continuo di un posto così quando ritengono che alle cinque poui andartene, ecco,  probabilmente il tuo contributo non è essenziale, almeno non per le grane vere.

Ma, insomma, la sede di Amazon è stupenda davvero. E anche il magazzino di stoccaggio tutto robotizzato, 30 km fuori dal centro, è pazzesco: i robot fanno qualsiasi cosa intelligente e la comunicazione spiega sempre che sanno tutto perché “Il sistema”, non meglio definito se non con un misto di machine learning e software, fornisce loro ogni indicazione. Poi magari ne scriverò meglio, ma l’essenza è che il robot è veramente una potenza: in  ogni fase sa quali prodotti son dentro a una scatola chiusa e quali scatole non son state chiuse bene soltanto guardandole, e quali prodotti mettere vicini perché fra due giorni con la ripresa delle scuole venderanno di più o magari quali spedire a 200 chilometri perché in quella città li chiedono di più, eccetera. I robot sanno tutto, danno indicazioni precise, segnalano gli errori, elaborano schemi e indicano scelte. A chi? Agli umani, che come in un gioco di specchi di un film distopico fanno il lavoro senza cervello che facevano prima le macchine: aprono, scartano, sollevano, infilano nei cassetti. 

È un rovesciamento totale dello schema tradizionale dell’interazione uomo-robot: gli uomini eseguono, gli altri decidono. Ma è tutto preciso, ben fatto, efficacissimo, perfetto per il cliente cui si offre un servizio eccezionale. 

E insomma, pensavo oggi, guardando le foreste nelle sfere prima e poi gli umani che eseguono le indicazioni dei robot, che Amazon è la sintesi perfetta di dove è andato il mondo e sempre più andrà con la specializzazione delle competenze e l’allargarsi  del divario tra la rendita da lavoro e da capitale (leggi: Piketty) e l’immaterialità degli strumenti con cui si soddisfano sempre più bisogni: chi ce l’ha fatta sta nel mondo scintillante, bellissimo, biodiverso, protetto e connesso; chi non ce l’ha fatta esegue compiti elementari sotto la supervisione di macchine e computer, con le gambe affaticate per i troppi hamburger a pochi dollari e una sensazione di lontananza fisica e separazione tipica del terzo mondo. 
In mezzo, un esercito che potrebbe farcela ma anche non essere all’altezza, ancora in bilico, che si sdilinquisce sulle meraviglie del primo mondo con la speranza che  aiuti a entrare stabilimente nel circolo, sospendendo ogni altro pensiero o desiderio.

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Dispacci, Seattle #2

Seattle, Crocodile bar, una sera come tante. C’è una band giovane che suona, un po’ sfigatina; sulle tivù giganti sopra al bancone passa l’Unplagged dei Nirvana (The man who sold the world) e qualcuno abbassa il volume della band per far sentire Cobain. 

Giusto così, o forse no. Però chi se ne frega del giusto quando c’e Cobain e i suoi che lo omaggiano. 

 

 

 

 

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California, Dispacci #1

Dimentichiamoci per un secondo Mueller e il Russiagate, e diciamolo.
La vera resistenza quaggiù la fa il calcolo delle calorie sotto ai menù, quei numerini magici che oggi mi hanno salvato dall’ingollare 720 calorie di un’insalata di pollo (due volte una carbonara, nemmeno Einstein saprebbe spiegare come ci riescano). Non c’erano otto anni fa e non ci saranno più fra qualche anno, capiamoci, specie se alla presidenza resta uno che beve 12 CocaCola (zero, vabbè) al giorno.

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Dall’emergenza pitbull a quella migranti, in tre mosse

L’estate in cui i pitbull divennero emergenza è così lontana che quasi non la si ricorda: era il  2003 e il susseguirsi di aggressioni – o, meglio, del racconto di tali aggressioni sui media – fu così spinto che nel settembre di quell’anno l’allora ministro della Salute Sirchia varò la cosiddetta ordinanza pitbull per mettere paletti alla loro circolazione.
Da allora, i pitbull sono una specie di fiume carsico dell’informazione nostrana: appaiono e scompaiono nelle cronache a seconda della stagione (l’estate è meglio) e della predominanza di altre notizie più urgenti. Con una micro ricerca, si scopre per esempio che ci sono state quattro aggressioni di pitbull nei giorni scorsi, tanto da far scattare la richiesta di un patentino per chi ne possiede uno, ma di queste non si è avuto sostanzialmente notizia: i giornali e i le piattaforme social erano infatti piene della malattia di Sergio Marchionne e di un’altra emergenza, quella dei migranti.

Anche i bambini dimenticati in auto sono – purtroppo – un affluente del fiume carsico dell’informazione: ci sono state estati in cui sembrava che ogni giorno un genitore disgraziamente dimenticasse il proprio figlio, esperti che ci spiegavano della sindrome della memoria, cori collettivi di condanna o di comprensione verso questi sventurati genitori già evidentemente dilaniati dal dolore. Una ricerchina rapida, forse non esaustiva ma solo a titolo di esempio, dice invece che dal 1998 a oggi i casi sono stati otto: tantissimi, ma sono convinta che, affidandosi alla propria memoria, molti ne avrebbero contati molti di più.

Qualcosa di simile sta succedendo quest’estate con gli strupri commessi da richiedenti asilo. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, via social, ci ha informato negli ultimi giorni di due casi – uno a Piacenza, uno a Reggio Emilia – commessi da un ragazzo del Mali e da un ucraino richiedenti asilo. Non esistono ovviamente dati sulle violenze del 2018, perché gli ultimi esistenti – reperibili sul sito dell’ufficio centrale di Statistica del ministero dell’Interno – si riferiscono al 2016. In quell’anno, il totale è stato 4.046.  Nel 2018, parlando al parlamento europeo,  Salvini (allora non ancora ministro) disse: «In un anno i reati compiuti da cittadini stranieri sono stati 250 mila: il 55% dei furti, il 51% dello sfruttamento della prostituzione, il 45% delle estorsioni, il 40% degli stupri, 1.500 stupri in un anno e l’Europa che fa?». La frase già da sé significa che la maggioranza degli stupri sono commessi da italiani e non da stranieri,  ma soprattutto omette che nel 2017 il numero degli stupri è calato di quasi 1.000  rispetto a 10 anni prima, anche se contemporaneamente il numero degli stranieri nel Paese è cresciuto del 71,18%  e quello dei richiedenti asilo del +681,69.
Chi avesse voglia di approfondire ulteriormente può leggersi questo lavoro della fondazione Hume, che peraltro ha un approccio che non minimizza affatto l’apporto che gli immigrati hanno sulle statistiche della criminalità (pur distinguendo il ruolo in diversi crimini: un conto sono i furti con destrezza, un altro sono le lesioni).

Il punto però – e perdonate se ci è voluto un po’ ad arrivarci – è che i numeri, ancorché spesso invocati, non sono poi così semplici da maneggiare: spesso devono essere interpretati, messi in relazione ad altre variabili (emarginazione e povertà, tra gli altri). Da soli sono parziali, per quanto possa sembrare strano, giacché si prestano a essere letti in un modo o nel suo opposto (come dimostra la frase di Salvini sopra riportata). E sono fortemente influenzati dall’emotività: valeva per i pitbull, per i bimbi dimenticati in auto, ora per i richiedenti asilo che stuprano donne.
Senza timore di smentita, si può dire che il ministro dell’Interno è stato molto accorato e molto emotivo rispetto a questi stupri. Ha scritto diversi post su tutti i social, usando caratteri maiuscoli e dopo aver raccolto centinaia di commenti ha anche promesso un’ulteriore stretta sui richiedenti asilo.

Nelle ultime settimane, mi sono sforzata di dedicare molto più tempo di quello che vorrei (e persino che avrei) a discutere su Facebook di migranti, della comunicazione del governo, delle misure proposte. Ho scritto due diversi post che tra risposte e controrisposte hanno totalizzato intorno ai 200 commenti ciascuno (qui e qui).
I post mi hanno costretto a  giornate estenuanti, e la parola non è eccessiva.
Tuttavia, ho imparato alcune cose utili. La prima, forse banale, è che l’emotività vince sui numeri mille a uno. Più di una persona ha risposto dicendo che se ne frega dei numeri, perché quello che conta è ciò che vede coi propri occhi. Potrebbe essere un discorso parziale, ma in parte motivato, se non fosse che persino laddove quello che si vede non coincide con la realtà, le opinioni non cambiano.  «Il lungomare di Chiavari è diventato un posto in cui non puoi neanche far giocare i bambini», ha scritto una persona (riassumo discorsi più lunghi), e domenica mi sono data la pena di andare a controllare: il lungomare non ha segni particolari di sporcizia, degrado o pericolo. Dunque non solo che non si crede ai numeri (una laureata in giurisprudenza ha detto di non fidarsi delle statistiche dell’Istat, perché «chissà come le fanno») ma si deforma la realtà materiale, a portata di mano, per farla coincidere con il proprio pregiudizio.

La seconda cosa che ho imparato è che le persone di cui sopra non sanno discutere di un tema. Non che manchi loro la capacità linguistica, ma non sanno stare su un punto: se si parla di numeri, loro risponderanno con la saggezza popolare. Se si parla di inquinamento, loro tireranno fuori la bontà dei coni gelato. Se chiedi loro di definire radical chic, diranno che non vale la pena parlarne. L’incapacità di rispondere punto su punto è una specie di campanello d’allarme chiarissimo: l’emotività sta prendendo piede e cancella ogni possibilità di un dialogo razionale, se mai potesse esserci. Più si entra nello specifico, poi, più è impossibile ottenere una risposta. E più cresce l’aggressività.

E siamo al terzo punto. L’aggressività non è mai (per fortuna, per ora), esplicita. Ma si manifesta con la derisione, il sarcasmo, il discredito: «Non prendo lezioni da te», «Voi radical chic con la maglietta rossa che fatturate alle multinazionali», «Voi che siete così buoni quanti profughi avete in casa?» sono alcune delle frasi che mi sono state rivolte, e ancorché abbia provato a replicare nel merito a ciascuna, con calma, non solo non ho ottenuto risposta ma ho invece assistito a un esplodere di applausi, faccine sotto ai commenti derisori.
Il metodo, peraltro, arriva dall’altro: i bacioni, le carezze, le derisioni sono pane quotidiano dei politici sui social (mi duole ricordare che gufi, rosiconi e ciaone sono prodotti indecenti della comunicazione renziana e piddina). Ed è un metodo con cui si demolisce il dialogo, si annientano le questioni e si banalizzano numeri, dati, informazioni. Sono il metodo (non lo stile, attenzione: il metodo), a cui sono abituati coloro che passano parecchie tempo sui social.

Insomma: i numeri sono complessi e difficili da interpretare anche da chi vorrebbe farlo. Inoltre molti non sono interessati a farlo, né ci provano: sono più a loro agio con l’emotività solleticata da numeri decontestualizzati, o magari inesistenti, che si tratti di pitbull, di bambini dimenticati in auto o degli strupri commessi dai richiedenti asilo. Una volta solleticata quell’emotività, tuttavia, è impossibile ricondurla alla ragione: si entra nella fase tre, quella della derisione, del sarcasmo e del discredito.

Qualche settimana fa sull’Irish Times è comparso un ottimo pezzo che in sostanza diceva questo: nessun autocrate è partito avendo il 90% dei consensi. Di norma, si parte con qualcosa vicino (o inferiore) al 40% e da lì si sondano gli umori, spostando sempre più in là l’audacia (o la moralità) delle proprie proposte: si vede come reagiscono gli elettori, si aggiusta il tiro, si sposta poco a poco l’asticella. L’esempio riportato era  Trump con la separazione dei figli dei migranti dai loro genitori, su cui poi è stato costretto a tornare indietro.

Ora, la mia sensazione è che le tre fasi di cui sopra siano la palestra perfetta per giocare con questa campagna di conquista del consenso. Si allenano le persone a essere sempre più emotive e sempre meno razionali; si veicolano messaggi che smontano il dissenso con un po’ di sarcasmo e un po’ di umorismo calato dall’alto, condivisibile e replicabile a mezzo hashtag; si prova infine a spingere l’asticella sempre un po’ più in là.

Il risultato non è per forza un autocrate, ma nell’immediato sono provvedimenti che anche solo cinque anni fa sarebbero sembrati inumani. Come la decisione di cacciare le Ong dal mare. O di chiudere i porti. O di stringere sulle richieste d’asilo e di diminuire i permessi umanitari.
Misure su cui non è dato interrogarsi, perché sono giuste per forza: questo suggerisce l’emotività. Dunque non solo si accettano e si sostengono, ma accrescono la fiducia nei confronti di chi le mette in campo. Che poi non servano a risolvere un problema reale, ma solo a creare un consenso basato su percezioni artefatte, che un domani sarà ampliato con altra emotività e altre percezioni artefatte e altre misure per soddisfarle, è un effetto collaterale di cui molti non si rendono conto, ma di cui il politico di turno è perfettamente consapevole.

E hai voglia a dirlo, a raccontarlo, a provare a spiegarlo con i numeri. Chi non gioca con le regole basate sulle tre mosse, è fuori dall’arena. Che abbia ragione o torto nell’esprimere il dissenso, in questo momento non conta nemmeno: è come se parlasse un alfabeto diverso, incomprensibile ai più. Questa è la fase in cui siamo.
Per recuperare un dialogo, e cercare di recuperare la logica, bisogna quindi intanto ricostruire un alfabeto comune. Ma nessuno sa da dove partire.

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La fatica di essere migliori

L’altro giorno, su Facebook, sono incappata nel post di una persona che conosco. Parlava di esperienze lavorative e m’è venuto un colpo: quasi nulla di quello che aveva scritto era vero.  Sono rimasta a fissare lo schermo prima incredula e poi infuriata, trattenendomi dall’istinto di rispondere: avevo già le parole nei polpastrelli, in tre righe avrei potuto smontare non solo la retorica – stucchevole – ma soprattutto le falsità, rivelando la pochezza della persona. Un sacco di gente ne sarebbe stata contenta – a nessuno piace sentirsi preso in giro, magari anche da chi ti ha fatto parecchi brutti sgarri – e molti altri d’altronde devono avere avuto il mio stesso istinto. Ma nessuno  ha risposto niente.
Qualche giorno dopo, ripensandoci, ne sono fiera. Si trattava sì di bugie, ma per smentirle avrei dovuto gettarmi nel fango, abbassarmi a un livello che non voglio considerare, raccontando qualche retroscena. Soprattutto, avrei lasciato la persona alla mercé di un assetato gruppo di incazzosi feriti in cerca di rivalsa, con l’esplosione di una notevole quantità di rabbia e di attacchi di vario genere che – fin troppo facile prevederlo – sarebbero rapidamente diventati personali.  

Non rispondere, insomma, mi è sembrata la scelta più giusta, anche a costo di mandare giù un bel rospo. È stato faticoso, certamente, ma è una fatica che va fatta: per cercare di essere migliori. Non solo della persona in questione, ma soprattutto dei molti che da anni – e negli ultimi mesi ancora di più – vomitano sui social la propria bile, inquinando l’ambiente e il dibattito. C’è chi lo fa per sfinimento, magari perché la vita è stata dura. C’è chi lo fa perché è facile fare i bulli protetti dall’anonimato. C’è chi lo fa per ignoranza e chi perché nel gruppo si lascia andare agli istinti più bassi, alle cose più miserevoli. Penso a quei mentecatti che – quando Mattarella stoppò il primo tentativo di fare il governo con Savona  – commentarono cose truci come «Hanno ucciso il Mattarella sbagliato», o a quelli che per anni hanno dato della puttana a Laura Boldrini o a Elsa Fornero; quelle bestie che mettono in giro notizie false e le lanciano in aria come mangime a piccioni, in attesa solo che inizino a beccare. 

Qualcuno può pensare che sia cosa di poco conto, “roba da social”, ma sbaglia. Intanto perché sui social oggi si svolge gran parte del dibattito pubblico, nel bene e nel male: dal vicepremier Di Maio che ritwitta Jerri Calà (guardare per credere) a Salvini che ogni giorno bombarda Internet di foto, battute e annunci, al ritmo di uno ogni due ore (a proposito: ne preparo ogni sera una selezione per gli amici che bazzicano poco i social: se volete ricevere questo inconsueto “Album del giorno”, scrivetemi). E poi perché questo clima mefitico, i miasmi della rabbia e dei più bassi istinti, si stanno spargendo (da tempo) nel mondo fuori dal web, tirando fuori il peggio da ognuno. Sono circolate storie negli ultimi giorni di attacchi razzisti in spiaggia, un tizio che ha strappato dalle mani il bancomat di una ragazza nigeriana con successiva colluttazione e altre parecchio brutte; uno può anche scegliere di non crederci, ma io posso riferirne di due che so per certo, successe a persone che conosco. 
C’è chi dice che è cambiato il clima nel Paese; altri dicono che è sempre stato così. Io penso una cosa molto più banale: quando un certo tipo di linguaggio e di modalità espressiva vengono sdoganate dall’alto (e quindi in qualche modo, diretto e non, anche incoraggiate), allora chiunque si sente libero di essere la versione peggiore di se stesso. Di dire e di fare quello che magari ha sempre detto e fatto con pochi amici, ma contenendosi in pubblico ed evitando di riversarlo sugli altri: non per convinzione ma per una implicita accettazione della continenza, delle regole imposte dal contesto complessivo, dalla società, dagli standard acquisiti di decenza ed educazione. O anche solo per paura delle reazioni, o della vergogna. Ma se tutto salta – gli standard, la decenza, la vergogna -, se l’operazione di contenimento dall’alto viene a mancare, ecco che diventa legittimo essere la versione peggiori di se stessi. Peggio ancora, la versione peggiore di se stessi viene esaltata, in nome della presunta autenticità del popolo, della rivolta del basso contro l’alto (quali che siano), dei bagni di realtà.

In un clima così, rovesciare le cose è difficilissimo. Ma provare è obbligatorio. Con ogni mezzo, e in primis non essendo indulgenti con se stessi. Certe dinamiche si spezzano solo se – anche indirettamente – non vengono più avallate. Si tratta di un lavoro quotidiano, di un incessante monitoraggio di se stessi, di perdere tempo ad argomentare, ragionare, informare e informarsi. Non usavo così tanto Facebook da anni, ma di recente mi sforzo di tenere animato un dibattito su certi temi e di rispondere argomentando anche a quelli che vorrei mandare a quel paese. Spesso mi scoccio, a volte non mi riesce bene, talvolta vorrei poter essere libera di dire il peggio: ma la differenza tra chi mi piace e chi no è che i primi fanno la fatica di essere migliori. 

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Cose che odio al mondo

1. Il ritardo

2. Gli aeroporti senza il finger

3. Gente che non si lava abbastanza

(Chiamatelo un post promemoria, da aggiornarsi con una certa costanza)

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