Mattarella, Savona, le opinioni polarizzate e come se ne esce

Quando Conte è salito al Colle, ieri sera, ero bloccata in autostrada in coda. Ho cercato una radio che trasmettesse in diretta i discorsi e il dibattito conseguente; smanettavo su Twitter cercando informazioni aggiornate. Sulla timeline mi appariva il solito mix di battute, notizie e analisi condensate, più o meno motivate, compiaciute, allarmate e polarizzate. 
M’è passato tra le mani un tweet di un collega, coetaneo, molto quotato, di quelli che già c’è chi dice «Quando sarà il direttore del Corriere» (a dirlo sono persone di destra oggi ricompatatte nel centrismo renziano, solo per precisazione), uno per me misurato fino al limite della banalità di quello che chiamo “buonsensismo”, cioè il dire sempre la cosa giusta, quella su cui è difficile dissentire, anche a scapito di una riflessione più profonda e radicale.

Il tweet commentava Paolo Savona, un po’ come fosse stato Savonarola, sostenendo che era «un pericolo per l’Italia e per gli italiani», dunque Mattarella si era trovato in una posizione obbligata. Non era certamente solo: il buonsensismo (e forse qualche interesse personale) ha fatto sì che Savona fosse descritto come un anziano facinoroso, fieramente antieuropeo, con ruggini personali col capo della Bce, pronto a guidare l’Italia – lo ha detto anche Mattarella – fuori dall’euro con rischi incalcolabili. Cose vere? Non dette così.

Che Savona sia scettico con la modalità con cui l’euro è stato costruito, sui parametri di Maastricht, su certe politiche dell’Europa non è in dubbio: e tuttavia,  praticamente chiunque nell’arco politico, in momenti alterni e con frasi diverse, lo è stato e ha manifestato uguali preoccupazioni. Da anni non sentiamo altro che richieste di flessibilità, la necessità di cambiare l’Europa, di renderla più umana, meno germanocentrica, di rivedere i Trattati e via discorrendo.  Savona è stato molto esplicito in certe sue critiche, anche sulla Germania, e anche se non so se abbia del tutto ragione o meno, so però che l’uomo ha ricoperto ogni genere di incarico istituzionale in Italia e per quanto la sua amarezza con la Ue si possa essere accentuata non è lecito né onesto trattarlo come una Le Pen qualunque. Dubito inoltre che, se fosse stato nominato ieri, avrebbe avuto concretamente il modo di condurci su chissà quale baratro: esistono tempi tecnici, riunioni fissate con sei mesi di anticipo, lunghissime negoziazioni. David Cameron lanciò il referendum sulla presenza di Londra nella Ue a gennaio 2012; il referendum si tenne a giugno 2016: ci sono voluti 4 anni, durante i quali se  avessero voluto gli inglesi avrebbero tranquillamente potuto cancellare la consultazione. 

Insomma, Savona avrebbe incendiato l’Italia portandola a picco? Non lo posso sapere ma non credo, un po’ per chi è lui («un signore garbatissimo, con profonda conoscenza della finanza pubblica», lo ha descritto un altro giornalista di recente, uno che lavorava in un settimanale di economia, e oggi, per via della contrazione in Mondadori, lavora a Donna Moderna: quindi, per capirci, un giornalista che non ha la pretesa di influenzare il dibattito del Paese) e un po’ perché esistono regole, tempi e modi ai quali ci si sarebbe dovuti attenere. Credo anche che Savona sarebbe stato molto meno dannoso (molto meno, moltissimo meno, tremendamente meno) che Salvini agli Interni a gestire la questione immigrazione: ma quest’ultimo è un personale giudizio politico. E quindi è stato davvero povero il modo con cui i colleghi, la stampa di sistema  – sì, in questo caso è di sistema, e dirlo non significa fare il gioco di Grillo, bensì dire il vero – ha provato ad azzopparlo, dipingendolo come un cretino. Ritengo che Mattarella abbia fatto un errore molto grosso a impuntarsi, per ragioni sia politiche che istituzionali; penso anche che Mattarella sia in balia di questa crisi, la subisca più che gestirla, abbia sbagliato quasi tutte le mosse. 

Questo fa di me una sostenitrice di Savona, di Salvini, di Di Maio, o una contro la presidenza? Ma ci mancherebbe. Il governo Lega-M5S mi si profilava davanti come un incubo, disprezzo politicamente i due, non conosco l’opera omnia di Savona e credo fortissimamente alle istituzioni: non come modo di dire per darsi un bon ton da élite responsabile – detesto il termine responsabile – bensì perché senza una cornice di regole condivise salta il concetto stesso di Repubblica. 
Rivendico però il diritto di dire che penso che Mattarella abbia sbagliato, che Savona andasse confermato e che la stampa abbia gestito la questione ministro dell’Economia con un’immaturità da  scuola media, dando un contributo cruciale – e di questo sì bisognerebbe sentirsi responsabili – alla polarizzazione del dibattito pubblico. E cioè a dividere tutto in buoni e cattivi, eroi o carogne, giusto o sbagliato, come succede da troppo.

Breve riepilogo per smemorati, e certo mi dimentico qualcosa: quando Berlusconi disse che contro di lui si erano mossi poteri forti e l’Europa intera venne massacrato, oggi lo ammettono candidamente tutti; quando Monti arrivò era il dio della sobrietà col Loden: poi abbiamo infilato il pareggio di bilancio in Costituzione e oggi si pensa che alcuni errori fatti allora (vedi esodati e Fornero, ma anche il tasso di rappresentati di interessi privati in quel governo, vi ricordate la vicenda Ligresti?) siano stati gravissimi; di Matteo Renzi si esaltava qualsiasi stupidaggine, paginate apologetiche sul prendere il Frecciarossa, l’iPhone sempre connesso, la corsetta della mattina e la pizza la sera: oggi Renzi è colui che ha distrutto il Pd.  Tutto, sia detto con grande chiarezza, senza mai una riflessione, senza mai dire «Scusate, abbiamo sbagliato, forse non ci abbiamo pensato abbastanza, ci siamo fatti prendere la mano perché suggeriti, imbeccati, perché vittime di buonsensismo». Poi il buonsensismo sulla Grecia ha fatto sì che chiunque oggi scriva che la ricetta di Europa e Fondo monetario internazionale è stata sbagliatissima, ma quando allora i greci scendevano in piazza con la stessa fermezza venivano bollati come cicale inconsapevoli, o molto peggio. 

Avremmo dovuto imparare dunque, se solo ragionassimo sulle cose, che il bianco e nero non funzionano, non consentono tonalità o sfumature,  impongono strade che poi svoltano repentinamente, e nessuno vuole quelle svolte. Le persone non giudicano più qualcosa accogliendo tutti gli elementi della riflessione, ma sulla base di fedeltà quasi tribali: i responsabili contro gli antisistema, la casta contro l’élite, l’Europa contro i no-euro, il progresso contro i no-tav. La polarizzazione dei giudizi è pericolosissima, ma non si riesce a scapparne, nemmeno tra coloro che dovrebbero costruire il dibattito pubblico (torniamo al tweet su Savona «pericoloso per gli italiani», e c’è da chiedersi se uno non si senta ridicolo nel descrivere così un ex ministro, capo di Confindustria, economista 80enne). Se critichi la gestione della Tav in Val di Susa sei un terzomondista, poco conta che chi te lo dice non sia mai andato in Val di Susa e tu invece ci abbia passato giorni e ti sia letto documenti e conti economici. Se pensi che Mattarella abbia sbagliato, sei contro Mattarella, non contro quella specifica decisione, e via discorrendo. 

Il mondo invece è molto più complesso, ogni elemento andrebbe valutato senza apriori, con profondità di giudizio e riflessioni di lungo periodo. Questo non succede, né tra molta parte delle élite né, tantomeno, tra chi élite non è e formula i propri giudizi su poche informazioni malconce, strumentalizzate, mal scritte e mal documentate. Su Facebook ma non solo; anche banalmente prendendo per buone certe frasi dette in televisione che poi non significano nulla, o sono palesemente sbagliate. L’altro giorno avevo in macchina un tizio – BlaBlacar – che sosteneva che l’Italia avesse venduto le coste alla Francia (vecchia storia, riesumata qualche mese fa da Meloni): quando gli ho detto che le cose non stavano così, che l’Italia non aveva ratificato il trattato, che la Francia aveva ammesso l’errore sulle cartine geografiche  eccetera, ha continuato a sbraitare sul «coglione di Gentiloni», che oltretutto è anche un falso storico perché la vicenda inizia nel 2012.  Abbiamo creato una parola per descrivere questo atteggiamento, post truth, cioè post verità, ma poi non siamo andati a riempirla di quella consapevolezza che serve a “denuclearizzarla”.

Il mio timore è che non siamo in grado di farlo perché il gioco ci è scappato di mano. Ieri sera leader politici invocavano l’impeachment di Mattarella al telefono con Fabio Fazio, che subito dopo aver chiuso con Martina ha dato il palcoscenico a Fedez e J-Ax che cantavano “Comunisti col Rolex”: e oltre all’effetto repubblica delle banane,  è difficile non cogliere la continuità tra quel titolo e quello che stava succedendo politicamente in una sera di pura follia. La coscienza delle persone è annichilita nel pensiero binario, e nessuno si occupa più di formarla in alcun modo: non la scuola – dove ormai i docenti cercano di sopravvivere, non più di strutturare il Paese – non gli opinionisti (avete presente cosa è successo a Michele Serra?), non i giornali o le televisioni, che aizzano gli animi. Il problema non è nemmeno la follia di aver pensato per qualche giorno che un premier praticamente scelto a caso per essere un robot potesse essere teleguidato da due politici e tallonato da responsabili della comunicazione per evitare che assumesse iniziative proprie (infatti Conte avrebbe potuto dire: faccio ministro Giorgetti d’accordo col Quirinale e chiuderla lì, invece ha rimesso il mandato perché così gli hanno detto di fare). Il problema è che le persone, il popolo, la gente, chiamatelo come volete, è una massa informe sovreccitata, che ha le soluzioni senza nemmeno aver messo a fuoco bene i problemi, che cerca “emozioni forti”, che vuole azioni eclatanti perché ha bisogno di rivincita, se non di vendetta. E quando aizzi la gente così, quando porti l’esasperazione a questo livello, il problema  non è più lo spread: è che prima di convincerli a rimettersi ad ascoltare, a capire, a studiare deve succedere qualcosa di bruttissimo. Una guerra, una carestia, le brigate rosse, qualcosa che metta tutti in ginocchio e azzeri forzatamente le cose. 

È uno scenario drammatico, ma io penso che sia quello che ci aspetta. Abbiamo una responsabiltà anche noi in questo, noi con i nostri tweet, con le opinioni certe, con l’assenza di sfumature e la certezza che il nostro bianco sia il solo vero bianco, tutto il resto nero. Ma il mondo, per fortuna, è fatto di grigi. 

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Le responsabilità del giornalismo

E così siamo arrivati alla mattina dopo l’Armageddon, che a pensarci non era poi così imprevedibile e impensabile come parecchie prime pagine e commentatori ci hanno spiegato nelle ultime 24 ore. 

Non serve dire perché non era difficile da intuire – mi fregio di aver detto per settimane che il Pd non avrebbe preso il 20% e che la Lega avrebbe sorpassato Forza Italia; in compenso, sul resto della sinistra e sulla Bonino ho sbagliato grandemente – ma è invece utile ricordare quanto per mesi ci è sembrato scontato che l’unico esito possibile fosse un altro governo Renzi-Berlusconi, il famigerato Nazareno Bis. I giornali, di qualsiasi inclinazione, l’hanno descritta non solo come l’unica soluzione, bensì come il solo progetto possibile per la legislatura nascente: tutti, ogni giorno, con articolesse e commenti e indiscrezioni fatte dei soliti virgolettati piazzati ad hoc. Salvo poi, un paio di settimane fa, ingranare la retromarcia e iniziare a sparare titoli sul Nazareno che non si sarebbe fatto, senza mai nemmeno sprecare una mezza riga per dire: scusate, sono mesi che vi diamo come certa, scontata e quasi indispensabile una cosa che invece non stava nei numeri, ci dispiace, abbiamo fatto una cazzata. 

Considero l’atteggiamento – sia il prima che il dopo – gravissimo, e ne ho discusso a lungo con colleghi (i quali, molti facendo politica, non sono stati esattamente d’accordo: ma non c’è da stupirsene). E credo che sia l’occasione per fare chiarezza, su almeno due cose cruciali.

La prima è l’origine della certezza che ci è stata propinata per mesi, ossia l’inevitabilità della coalizione Pd-Fi. Diciamocelo una volta per tutte: nessun giornalista politico che carpisce una dichiarazione “scomoda” o riflessioni sul futuro – ovvero le cose all’origine degli scenari prospettati –  le pubblica senza avere una specie di assenso di chi l’ha pronunciata o di coloro che gli stanno intorno e se ne fanno interpreti, perché se lo facesse sarebbe destinato a non sapere più niente nel futuro. Verrebbe escluso dal giro di quelli a cui le cose si fanno arrivare, i giornalisti con cui «si parla», come si dice in gergo.
Il giro dei virgolettati rubati e delle indiscrezioni è insomma una partita in cui ogni giocatore, di ogni partito, passa a un giornalista qualcosa che gli fa comodo che venga pubblicato, riguardo la propria formazione o avversari, e di cui il giornalista, a seconda della propria serietà e mezzi, verifica la veridicità o la verosimiglianza.

Cosa significa, all’atto pratico? Che scenari, congetture e piani B sono stati fatti filtrare per mesi sui giornali e sono stati dati come inevitabili, senza che nemmeno i sondaggi suffragassero le ipotesi: si è detto fino all’ultimo giorno che la volatilità del voto era massima. E quindi –  e qui arrivo al secondo punto – i giornali hanno contribuito a dettare un’agenda politica e a polarizzare il dibattito intorno a ipotesi di cui non solo non potevano in alcun modo valutare la fattibilità, ma che chiaramente hanno influito energicamente sulla percezione degli elettori: quanti avranno votato CinqueStelle per evitare il sicuro inciucio Renzi Berlusconi?

A queste mie riflessioni fatte in pubblico, qualche collega ha risposto: «È sempre stato così, bisogna animare il dibattito». Io non so dire se ai tempi della Prima Repubblica fosse così: non c’ero e (ri)conosco le dinamiche del mestiere da meno di 15 anni. So però di certo che la risposta è – per me e, suppongo, per molti elettori – disarmante. Ed è, probabilmente, anche in parte la causa del crollo delle copie dei giornali. 

Esiste una responsabilità nel fare i giornalisti, ed è tanto più ampia quanto più si tocca la materia viva capace di influire sulla vita di tutti. La politica questo dovrebbe essere, e finché viene trattata soltanto come un trono di spade qualsiasi, come intrighi di palazzo e battaglie d’onore e cretini contro furbi, tale sarà percepita dalla gente: con valore zero. Il che spiega perché i primi che arrivano e propongono due cose che suonano concrete («Aboliamo la Fornero», «Il reddito di cittadinanza»: che si possano o meno fare è altro conto) vengono creduti e sostenuti. 

Soprattutto, il giornalista sa che si sta prestando a un gioco, pur con il nobile intento di dare una notizia (che spesso però è una non notizia): ma non lo sanno quelli che dovrebbero leggerlo. 
E il disinvolto dispiegare (non) notizie contrastanti, o scenari opposti, senza nemmeno un briciolo di riflessione su come quanto scritto fino a quel momento possa aver contribuito a un certo risultato – allo scoramento degli elettori, per esempio; al polarizzare il dibattito su cose non reali sottraendo tempo a quelle reali; alla percezione sempre peggiore che i cittadini hanno di molto giornalismo – bè, è il chiaro segno che davvero stiamo dalla parte sbagliata delle vicende: non sopra, come ci piacerebbe far credere, e sicuramente non dalla parte del popolo che vorrebbe essere informato e riflettere con spunti critici, ma da quella di chi deve autoalimentare il proprio circolo di attenzione. 

Non stupiamoci poi se al governo va chi i giornali e i giornalisti li ha sempre trattati a pesci in faccia, portandosi con se metà Italia che non sa nemmeno che faccia abbiano Repubblica o il Corriere: mi pare del tutto comprensibile. Forse, addirittura, inevitabile. 

 

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Parole divertenti che ho imparato in Messico

La Cruda

La cruda è la sensazione fisica del post sbronza, quel rincoglionimento sommato a dolore di testa, nausea, insofferenza agli odori che in Italia non ha un nome, a meno che non sia spuntato di recente: da quando, priva di un rene, ho disgraziatamente quasi smesso di bere (quasi).

In castigliano si dice resaca, e mi è sempre parsa un’espressione geniale: visualizza quel moto di eterno ritorno, il “mi torna su” che si mormora con la testa tra le mani quando si accende la prima sigaretta dopo una sbornia seria.

La cruda però porta la descrizione a un livello superiore, più vivido, viscerale; infatti la cruda se cura,non si fa semplicemente passare (normalmente con l’ausilio di un panino di carne di maiale bagnato nel pomodoro piccante e spruzzato di limone, accompagnata da una coca cola: tarta ahogada y cola)

Ahorita

Ahorita, cioè adesso, subito, proprio ora, diminutivo vezzeggiativo che coccola il tempo, con in più quella punta di soavità melensa di cui è intriso lo spagnolo americano, come tutti avremmo imparato se avessimo guardato Topazio in lingua originale, al posto che nel terribile doppiaggio di ReteQuattro.

Ma comunque il punto forte di ahorita è, ovviamente, che non esiste: adesso può essere fra due ore, domani o persino ieri. Una proposta per ahorita può avere la stessa forza delle diete annunciate dopo il pranzo della domenica a partire dal lunedì, per capirci. L’importante, però, è fingere che non sia così.

Penosamente

Cioè con un dispiacere profondo, sincero, autentica sofferenza: come quello cui è stata costretta oggi la polizia locale nell’informarmi che guidavo in modo non consono alle regole e che quindi dovevano multarmi per l’equivalente di dodici giorni di salario (che già di per sé è un modo magnifico di quantificare la sanzione).

Ora, io facevo i sessanta all’ora in una statale e avevo appena finito di seguire le indicazioni di altri poliziotti per superare un blocco di camion, intorno a me le auto sfrecciavano, alcune senza targa, e parecchi in moto non avevano il casco, ma non ho comunque provato a protestare, specie dopo che mi hanno sequestrato patente e passaporto dicendo che me li avrebbero ridati a pagamento avvenuto. Penosamente, erano costretti a comportarsi così.

Altrettanto penosamente ho risposto al machissimo con occhiali scuri e parlata trascinata che i documenti però mi servivano parecchio, e che magari avremmo potuto accordarci su una cifra lievemente inferiore, essendo io chica straniera.

Penosamente, lui e il socio piccolo e tarchiato si sono accordati e mi hanno chiesto solo sei giorni di salario: subito, in effectivo, cioè in contanti. Nel portafoglio avevo complessivamente poco di più, in una banconota sola, e mentre lo spilungone se la metteva in tasca restituendomi i documenti si è penosamente scusato di non potermi dare il resto.

 

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La nuova droga di New York

In questi giorni a New York sono diventata una tossica di Whole Foods.
Whole Foods è una catena di supermercati biologici – e anche vegetariani, vegani, integrali, chilometro zero e tutti questi aggettivi positivi con cui si può connotare il cibo, e non solo – che qualche mese fa è stata comprata da Amazon per una cifra astronomica, 13 miliardi e rotti di euro. Ne ho scritto recentemente su Pagina99, un articolo che una come me dovrebbe leggere e poi farsi qualche domanda – su se stessa, innanzitutto: ma fare i giornalisti ed essere coerenti mica devono sempre per forza coincidere.
La prima volta che ho passato mezz’ora in un Whole Foods, comunque, è stato proprio per lavoro: ero andata a cercare dei biscotti senza glutine e mi sono bloccata davanti a un muro a cinque ripiani di latte senza lattosio: ce n’erano 59 varietà. Tra l’attonito e lo sgomento ho proseguito e mi sono messa a contare i cereali, poi gli aceti, gli sciroppi e cosi via, con il sospetto che valesse la pena di pensarci su.
Quando sono uscita, ero combattuta tra la fascinazione e il rigetto, entrambi fasciati nella tendenza a ridicolizzare per comprendere: esattamente in cosa saranno diverse le 59 bevande senza lattosio che tanto si sa – io lo so: io le compro, io sono allergica al lattosio – sono unicamente dei surrogati di normalità per chi non vuole o non può caricarsi le calorie del latte intero?
Nei giorni seguenti lo scetticismo non mi ha abbandonato, ma il richiamo delle 59 varietà ha iniziato ad agire con prepotenza su di me: qualsiasi cosa mi servisse, andavo a prenderla nell’immenso WholeFood dietro a casa. Finché ho sostanzialmente smesso di aver bisogno di scuse per passarci delle discrete mezz’ore: una sera ero invitata al ristorante da amici e mentre camminavo lungo la 54Esima quasi ne ero dispiaciuta, pensando al tabuleh libanese che avevo addocchiato la mattina.
Da WholeFood, infatti, puoi prendere la tua scatola di cartone rigorosamente riciclato e riempirla di quello che vuoi: ci sono vasche di broccoli perfettamente verdi e regolari, pomodorini, carciofi tagliati in spicchi perfetti, carote arancioni da mettere il buon umore, spinacini, insalate di tutti i tipi lavate e illuminate da qualche residua gocciolina, come se fosse rugiada e ci trovassimo in un campo dell’Idaho e non nella giungla urbana di Manhattan. Ci sono venti varietà di olive e un Soup Bar in cui scegliere tra sette o otto zuppe del giorno. C’è l’angolo sushi, dove due asiatici preparano al momento: ti puoi sedere e ordinare o prendere una delle vaschette appena fatte, che vanno esaurite ogni mezz’ora, non distante da giganteschi banchi di pesce in cui trionfano granchi da tre chili e il salmone selvatico dell’Alaska. C’è la gastronomia italiana, in cui si trovano i friarielli e il brasato, e quello mediorientale, con l’hummus, il babaganoush e il tabuleh.
Da Whole Foods c’è tutto, ed è tutto bello, buono, ben esposto. Secchi pieni di fiori freschi e piante di orchidee in vaso ti accolgono all’ingresso, alla discesa delle scale mobili che separano il magico mondo organic dal resto del centro commerciale; la colonna musicale è sempre ricercata – Talking Heads, Beck, Patti Smith – e a qualsiasi ora del giorno e della notte ci trovi centinaia di persone che girano per gli scompartimenti e controllano provenienze e prezzi in sneakers e tuta, e pur sotto ai neon e con carrelli strapieni fanno tutta un’altra impressione rispetto alla volgarità di quelli che due piani sopra inseguono con la stessa determinazione scarpe di Jimmi Choo o cereali in scatola.
Perché da Whole Foods ci vanno quelli che alla cassa prima di pagare prendono al volo una copia del New Yorker e magari anche una tesserina da 50 dollari per la beneficenza: come le ricariche telefoniche o quelle per l’Apple store, solo che il valore viene devoluto a una qualche Ong, e tu che hai fatto la spesa da Whole Foods rispettando l’ambiente e la natura e la salute, forgiando la tua levatura morale con l’acquisto consapevole, puoi anche essere buono con un solo gesto alla cassa, senza sforzi, perché  la praticità è la prima qualità dell’uomo moderno. E il sistema, quando non ti può combattere, ti accomoda: vince sempre lui, ma l’importante è che tu non lo percepisca.

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Le mie serate a New York

Poi c’è chi dice chissà cosa fai a New York la sera, i rooftop, le luci, tutta quella gente.
Per esempio quel signore pelato, quello della foto qui sotto, che l’altra sera era il solo in sala con me quando sono arrivata al Lincoln Plaza, sulla Broadway in alto in alto, dove praticamente non è piu la Broadway che quasi tutti hanno in mente.
Erano le 19, avevo passato tutto il pomeriggio in biblioteca per scrivere un pezzo da mandare via e m’è venuta voglia di un filmetto. Ho scelto una sala vicino a casa e, proprio come a Milano, il cinema piu vicino è una specie di adorabile residuato bellico: c’è ancora un tizio che ti vende i biglietti e si scendono le scale per arrivare in questo spazio mai rinnovato dagli Anni 70, con le pareti decorate da poster un po’ sbiaditi di film culto e signori annoiati, appoggiati alle colonne, che controllano i biglietti parlottando tra loro.
Avevo scelto una proiezione ma poi, all’ultimo, ho cambiato idea: e quando è iniziato il film – nel frattempo in sala erano arrivate alla spicciolata qualche coppia e un paio di signore da sole, borghesia dell’Upper West, che legge il giornale aspettando che si abbassino le luci – ho scoperto che era un film francese in lingua originale, sottotitolato in inglese. E tutti ridevano, perché era buffo, e a quelli dell’Upper West pensare a Godard e a Agnes Varda ricorda gli anni della loro libertà, e io ridevo di loro che ridevano e ridevo anche di me lì in mezzo a quella scena woodyalleniana; ma contemporaneamente mi sentivo proprio a casa mia, un po’ perché in America mi sento sempre a casa e un po’ perché io sono proprio quel tipo lì, che a NYC va a vedere un film francese in una sala microscopica lontano dal casino.

Oppure quello – sempre per il capitolo le tue serate a New York – che si iscrive a un corso serale di yoga allo YMCA, un corso il cui maestro è uscito diretto da Harry ti presento Sally, ma la prima parte, quella della fine Anni 70, o magari dai Tenembaum. Un tipo con il fisico un po’ da lattina, piccolo ma molto sodo e molto muscoloso, con dei calzoncini di cotone corti evidentemente senza mutande e una zazzera di capelli che nemmeno Bob Dylan all’epoca. Eravamo in palestra lui e io, un signore obeso che sudava anche solo a muovere le dita – Very good John, very good, just a little more -, uno che respirava con la stessa intensità sonora della Quinta strada, una settantenne ultra tonica che cercava di richiamare l’attenzione dell’istruttore, una ragazza di colore incredibilmente più impedita di me e un’indiana che a metà ha abbandonato il corso, poco prima che ci facesse mettere le gambe dietro la schiena e che io rischiassi di non alzarmi mai più da quella posizione.

Così passo le mie serate a New York, insomma. E come si sta bene.

 

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Dispacci, India – Madurai #11

C’è gente in giro che chiede se è vera la leggenda per cui il couchsurfing serva a trovare qualcuno con cui andare a letto; esistono persino articoli di giornale un po’ sciocchi che ne parlano. 

È evidente che chi li ha scritti non ha mai fatto couchsurfing: altrimenti saprebbe che la prima cosa che si fa in un altro continente, dopo aver incontrato la propria amica-couch, è chiedere il contatto del miglior medico ayurvedico in città, per trovarsi qualche ora dopo seduti in attesa del proprio turno per un massaggio terapeutico in uno studio che non ha mai visto un interior design e nemmeno l’Ikea (forse neppure straccio e spazzolone, ma il caos polveroso e marcescente delle strade indiane finisce col rendere sfumati i contorni delle cose: è difficile dire quando un posto è semplicemente realmente sporco o quando è sommariamente pulito ma segnato dal tempo, dal numero di persone che ci sono passate, dalle cianfrusaglie che lo adornano, dalle divise lise e dai piedi consumati di chi si trova al suo interno).

 Il messaggio ayurvedico, dicono quelli che se ne intendono, ai quali non appartengo, è una specie di cura ominicomprensiva, che se praticata con la giusta frequenza può rimettere in sesto quasi tutto. Non provarlo sarebbe da fessi.

Non so, e nessuno mi ha detto, se in altri posti del mondo o anche solo dell’India le massaggiatrici ti facciano stendere su qualcosa di più confortevole del siluro convesso di legno massiccio sul quale invece hanno spiaggiato me, mentre mi ricoprono di olio da un colino (lo stesso che in Italia si usa per le ceretta: per un secondo ho temuto stessero per spiumarmi viva) a partire dai capelli fino alla punta dell’alluce.

Ma dopo poco ho la consistenza di una foca, e quando iniziano a farmi girare da un lato all’altro del corpo scivolo via dal siluro convesso, picchiando in tutti i lati e scatenando nelle due risate che si fanno progressivamente più intense e non nascondibili. Per completare le confessioni dell’occidentale vorrei-essere-migliore-di-come-sono, una delle due ragazzine è devastata dal raffreddore e mi strofina vigorosamente l’olio con le stesse mani con cui ogni quaranta secondi si tocca sotto al naso per pulirsi il moccolo, e son costretta a distogliere lo sguardo dopo aver chiesto vanamente tre o quattro volte You sick?

Quando ormai mi si potrebbe strizzare ottenendone brandelli di pelle e lardo di balena, le massaggiatrici mi sollevano in posizione eretta sul siluro convesso, a mo’ di soprammobile basculante col fondo rotondo pieno di sabbia, e annunciano che è il momento del bagno di vapore. Mi accingo dunque a camminare verso una stanzetta a mo’ di bagno turco, magari spartana ma rilassante. Invece mi infilano a forza dentro una scatola di legno, con un buco per far uscire la testa. La situazione è simile a quella del gioco di prestigio in cui il mago ti blinda dentro una scatola e sega a metà: solo che nel mio caso il parallelepipedo di legno è riscaldato da non so che, dentro la temperatura è di sessanta gradi almeno, ed essendo io bassa a stento riesco a far emergere tutto il collo dal cubo infernale. Quando la signorina con il raffreddore chiude l’ultima asse della cassa mi prende qualcosa di simile a un attacco di panico, e medito di dare un calcio alla scatola e uscire: loro mi guardano come fossi un animale strano, chiedono conferma del mio stato in lingua Tamil, rispondo in italiano: se parlassi inglese il risultato sarebbe uguale. 

A gesti, una delle due mi spiega che devo stare dentro circa 10 minuti, e fa per abbandonare la stanza: la fermo con un suono gutturale, ché nemmeno quando a sette anni credevo nelle fiamme dell’inferno, con tutta la potenza immaginifica dell’infanzia, riuscivo a concepire una situazione peggiore. 

Dopo tre minuti, sto sudando ruscelli in piena: li sento staccarsi da un determinato punto del corpo, come se fosse la montagna, e percorrere la pelle a mo’ di valle sotto al Gran Canyon, per poi gocciolarmi sui piedi (la scatola sarà larga 60 per 70 per 100 centimetri, o giù di lì), già fradici. Al quinto minuto, i ruscelli iniziano a staccarsi anche dalla fronte, mi finiscono sugli occhi, appannano la vista già provata dal vapore: vorrei pulirmi la faccia ma ho le braccia incastrate nella scatola infernale, inizio a soffiare manifestando un disagio che la massaggiatrice in nessun modo è disposta ad alleviare. Ancora cinque minuti, mi fa capire, e sta diventando una prova di carattere, più che di forza. Al settimo minuto, i ruscelli sono diventati fiumi, con la portata del Tamigi: faccio in tempo a pensare che sto per morire disidratata, o che almeno sverrò a breve, prima di supplicare la ragazza col raffreddore di tirarmi fuori, Stop!, stop!!, stop!!!

Una volta liberata, ho il diritto di fare la doccia per riprendermi: mi indicano una stanza piena di secchi d’acqua, che mi verso addosso generosamente. Nel frattempo, la mia biancheria è fradicia e inservibile: devono essersi dimenticati di darmi quella di carta. O forse non esiste. 

Mi invitano a rivestirmi, come se tutto fosse a posto: ho la pressione così bassa che impiego circa 10 minuti, mentre uno specchio arrugginito e appannato mi rimanda il volto di una tipa sconvolta, i cui capelli sarebbero biondi se non fossero arruffati in un unico dread, con borse sotto agli occhi che toccano il mento.

Tutto bene il massaggio?, mi chiederà con entusiasmo la couchsurfer ore dopo. 

Oh yeah!

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Dispacci, India – Madurai #10

L’India è anche quel Paese in cui per prendere un treno devi prenotare tre giorni prima, oppure accettare di fare a gomitate con decine di indiani, anche loro senza posto e quasi certamente senza biglietto, carichi di stracci e di diffidenza verso la donna bianca, per contenderti con loro dieci centimetri di panca dura su cui sedere.

Il treno, infatti, è una scatola metallica di quelle che se ne son viste nei musei alle elementari, fischia come la locomotiva dei film Western, non ha finestrini né porte né bagni, viaggia adagio adagio in prossimità di ogni fermata per consentire ad ambulanti di ogni genere di appendere le loro mercanzie ai giunti dei vagoni e di saltare dentro per fare affari.

Dentro si trova un’umanità assortita, che dice delle disuguaglianze e del razzismo del Paese più di mille libri. Giovani occidentalizzati ma non abbastanza da parlare un inglese comprensibile ascoltano musica sullo smartphone, svolgendo e riavvolgendo con cura maniacale le cuffie Apple nella propria custodia (gli auricolari sono originali; il telefono no); una ragazza musulmana si rifiuta di aver vicino donne bianche; gruppi di persone si tengono i posti a vicenda e scacciano chi non è dei loro; un’anziana scalza fruga con un bastone sotto ai sedile in cerca di cibo, poi si sdraia per terra nell’indifferenza generale e per ore tutti la scavalcheranno calpestandola un po’ (le ho offerto il mio posto, non l’ha preso); un ragazzo con i piedi (scalzi) piagati resta in piedi un po’ perché nessuno gli fa spazio, poi si arrampica nel vano bagagli e si addormenta. 

Tutto intorno, sotto a vecchi ventilatori che penzolano dal soffitto, chi può si allunga sui sedili duri come il legno, nel sudiciume generale, e prende sonno finché il baccano della stazione successiva o l’odore della polvere di ferro che si leva dai binari lo costringono a svegliarsi.

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Dispacci, India – Trichy #9

L’India è quel Paese in cui puoi passare il pomeriggio a vedere templi del X secolo godendo di una bellezza maestosamente sconvolgente e poi trovarti alle dieci di sera, in piena città, di fronte a poveri cristi scalzi che scavano buche a bordo strada a mani nude, evitando a stento gli schizzi di fango degli autobus, nell’indifferenza generale.

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Dispacci, India – Auroville #8

Il signore che ci avrebbe ospitato aveva precisato: “La casa è low profile”, e mentre il tuc tuc ci portava ad Auroville avevo quasi paura di capire cosa low profile potesse significare per un indiano. Ma avevo sottovalutato almeno due cose: cos’è Auroville, e chi ci costruisce una casa dentro.
Auroville è “una città utopica, senza moneta, fondata su ideali di uguaglianza e sugli insegnamenti spirituali di Sri Aurobindo”, per sintetizzare tonnellate di scritti e documenti più o meno ufficiali. Fondata nel 1968 da un gruppo di seguaci del guru non distante da Pondicherry, l’enclave francese dove Aurobindo (uomo politico e d’azione prima di diventare guida spirituale) si era rifugiato negli anni della lotta agli inglesi, la città utopica ha avuto da subito ambizioni e cardini così rilevanti da essere l’orgoglio del governo centrale, che la sovvenziona generosamente. Cinquant’anni fa i pionieri presero una collina in cui non c’era nulla e fecero crescere una foresta imponente, nella quale nel corso dei decenni hanno costruito le proprie abitazioni e ogni altra attività: dalla mensa alimentata a pannelli solari in cui gli aurovilliani si ritrovano e mangiano gratuitamente, a scuole, laboratori, campetti sportivi, teatri e negozietti. Fulcro del tutto è il Matrimandir, la palla dorata dentro (e intorno) alla quale ci si riunisce a meditare. Il denaro, teoricamente, è proibito: tutto quello che si produce (e si vende) dentro ad Auroville serve a finanziare la comunità, che distribuisce a ogni membro una specie di paga mensile.
Non serve l’anniversario della summer of love per capire che il progetto negli anni ha attirato persone da tutto il mondo (pare che i massaggiatori non li prendano nemmeno più, tanti ne sono arrivati), e che le cose nei fatti sono un po’ più complicate di così: ma per scriverne bisognerebbe aver chiesto un permesso speciale al capo delle relazioni con il pubblico degli aurovilliani, e se un po’ suona come la burocrazia della Casa Bianca qualche ragione c’è.
In ogni caso, i confini della città sono sfumati: non c’è un perimetro esatto di cosa sia Auroville e, a rilento, nuove costruzioni continuano a nascere per nuovi cittadini (che pagano per la casa che avranno, e poi la lasceranno alla città). Nel frattempo, sulla collina circostante è sorto un po’ di tutto: decine di guest house, un hotel di lusso, gelaterie e pizzerie, ristorantini, negozietti, centri di yoga, massaggi, medicina ayurvedica e via discorrendo, tutti affollati di visitatori ma frequentati anche dagli aurovilliani (che pagano cash, ma a cifre scontate: i soldi in realtà si usano).
Stando alle scarse indicazioni ricevute, casa nostra doveva essere all’inizio della collina, prima che il via vai di vecchie moto, ape car, autobus, macchine, animali randagi, fricchettoni, imprenditori in cerca di affari e viaggiatori in cerca di spirito, diventi frenetico.
E non solo, incredibilmente, l’abbiamo trovata al primo colpo, ma quando il cancello si è aperto ci siamo trovate dentro l’insperabile: un salone enorme arredato con un gusto minimal chic e materiali naturali, una piscina interna (definita molto liricamente “Il luogo delle conversazioni in acqua”, ma l’acqua ancora non c’è), una vasca per pesci rossi – anche lei ancora vuota – che ai pesci rossi apparirà grande quanto l’oceano indiano, svariate camere di ottimo gusto con bagno privato, una sala meditazione, una sala cinema (senza cinema) e una grande cucina, regno del custode nepalese, alloggiato con la moglie in una depandance esterna.
Era tutto così bello che mi ha preso, nei primi minuti, qualcosa di simile all’euforia per la situazione non del tutto comune in India: casa grande, pulita, dove lavare i propri vestiti senza temere malattie infettive, in posto interessante, con altri invitati francesi e ospite poliglotta e acculturato e molto gentile.
Così, dopo un lauto pasto, abbiamo pensato di fare un giro nei dintorni con lo scooter affittatoci dal nepalese: modello Heavy Duty, cilindrata 50, a miscela, ruote del diametro di 30 centimetri, non esattamente perfette per la Dakar tra gli sterrati di argilla e sassi delle stradine interne di Auroville, ma comunque parecchio affidabile.
Almeno finché non ha effettivamente iniziato a piovere, gli sterrati son diventati pantani e, soprattutto, l’intero impianto elettrico di Auroville è saltato irrimediabilmente, lasciando non solo tutti al buio, ma soprattutto senza ventilatori, con temperature registrate intorno ai 40 gradi.
La prima notte l’abbiamo trascorsa in un sudario: con le finestre aperte, la pioggia ti finiva in testa; con le finestre chiuse, si arrivava facilmente a quel torpore dei sensi registrato intorno ai sessanta gradi.
L’indomani, quando nonostante la notte insonne mi sentivo già di dominare l’heavy duty abbastanza per avventurarci nel delirio del traffico indiano, abbiamo riparato prima a Pondicherry e poi, per cena, nel posto consigliato dai francesi: hotel di lusso, con generatore elettrico e persino debole connessione internet. Peccato che tra le dotazioni dell’heavy duty non ci fossero i fari, ed è toccato guidare giù per i tornanti con le luci frontali di decathlon in testa, quelle cioè che fanno a stento abbastanza luce per leggere un libro in campeggio.
Il terzo giorno l’abbiamo passato cercando invano un angolo di spiaggia decente in cui fare un bagno, ma tra trattori sulla spiaggia per rimettere le barche in secca e sporcizia accumulata abbiamo finito col rinunciare, trascorrendo la giornata con gli aurovilliani. La mattina seguente avremmo dovuto alzarci alle 4.30 per la meditazione collettiva di fronte al Mandrimal, momento cardine della collettività.
La corrente, nel frattempo, era tornata e riandata via: in casa non c’era una candela, il tasso di umidità faceva crescere il muschio sui muri, non si poteva cucinare alcunché e la roba in frigo era comunque probabilmente marcia e nemmeno tutta la spiritualità di Aurobindo poteva placare la nevrastenia degli occidentali riscopertisi adoratori del petrolio e della sua capacità maieutica in termini di luminosità e comfort.
Per pareggiare le imprecazioni del terzo giorno, abbiamo dovuto in effetti alzarvi alle 4.30 per andare a meditare: esperienza toccante.
Subito dopo, però, un autista appositamente reclutato ci attendeva per portarci in un albergo fronte mare un po’ più a Sud: per tenere la via, serve energia. Anche elettrica, ho scoperto.

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Dispacci, India – Tiruvannamalai # 5

Sono entrata nel bagno dell’ashram a piedi nudi, ho paura d’aver preso il colera.
Tranquilla, il colera mica lo prendi coi piedi.

[rassicurazioni, capitolo 1]

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