Dispacci, India – Trichy #9

L’India è quel Paese in cui puoi passare il pomeriggio a vedere templi del X secolo godendo di una bellezza maestosamente sconvolgente e poi trovarti alle dieci di sera, in piena città, di fronte a poveri cristi scalzi che scavano buche a bordo strada a mani nude, evitando a stento gli schizzi di fango degli autobus, nell’indifferenza generale.

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Dispacci, India – Auroville #8

Il signore che ci avrebbe ospitato aveva precisato: “La casa è low profile”, e mentre il tuc tuc ci portava ad Auroville avevo quasi paura di capire cosa low profile potesse significare per un indiano. Ma avevo sottovalutato almeno due cose: cos’è Auroville, e chi ci costruisce una casa dentro.
Auroville è “una città utopica, senza moneta, fondata su ideali di uguaglianza e sugli insegnamenti spirituali di Sri Aurobindo”, per sintetizzare tonnellate di scritti e documenti più o meno ufficiali. Fondata nel 1968 da un gruppo di seguaci del guru non distante da Pondicherry, l’enclave francese dove Aurobindo (uomo politico e d’azione prima di diventare guida spirituale) si era rifugiato negli anni della lotta agli inglesi, la città utopica ha avuto da subito ambizioni e cardini così rilevanti da essere l’orgoglio del governo centrale, che la sovvenziona generosamente. Cinquant’anni fa i pionieri presero una collina in cui non c’era nulla e fecero crescere una foresta imponente, nella quale nel corso dei decenni hanno costruito le proprie abitazioni e ogni altra attività: dalla mensa alimentata a pannelli solari in cui gli aurovilliani si ritrovano e mangiano gratuitamente, a scuole, laboratori, campetti sportivi, teatri e negozietti. Fulcro del tutto è il Matrimandir, la palla dorata dentro (e intorno) alla quale ci si riunisce a meditare. Il denaro, teoricamente, è proibito: tutto quello che si produce (e si vende) dentro ad Auroville serve a finanziare la comunità, che distribuisce a ogni membro una specie di paga mensile.
Non serve l’anniversario della summer of love per capire che il progetto negli anni ha attirato persone da tutto il mondo (pare che i massaggiatori non li prendano nemmeno più, tanti ne sono arrivati), e che le cose nei fatti sono un po’ più complicate di così: ma per scriverne bisognerebbe aver chiesto un permesso speciale al capo delle relazioni con il pubblico degli aurovilliani, e se un po’ suona come la burocrazia della Casa Bianca qualche ragione c’è.
In ogni caso, i confini della città sono sfumati: non c’è un perimetro esatto di cosa sia Auroville e, a rilento, nuove costruzioni continuano a nascere per nuovi cittadini (che pagano per la casa che avranno, e poi la lasceranno alla città). Nel frattempo, sulla collina circostante è sorto un po’ di tutto: decine di guest house, un hotel di lusso, gelaterie e pizzerie, ristorantini, negozietti, centri di yoga, massaggi, medicina ayurvedica e via discorrendo, tutti affollati di visitatori ma frequentati anche dagli aurovilliani (che pagano cash, ma a cifre scontate: i soldi in realtà si usano).
Stando alle scarse indicazioni ricevute, casa nostra doveva essere all’inizio della collina, prima che il via vai di vecchie moto, ape car, autobus, macchine, animali randagi, fricchettoni, imprenditori in cerca di affari e viaggiatori in cerca di spirito, diventi frenetico.
E non solo, incredibilmente, l’abbiamo trovata al primo colpo, ma quando il cancello si è aperto ci siamo trovate dentro l’insperabile: un salone enorme arredato con un gusto minimal chic e materiali naturali, una piscina interna (definita molto liricamente “Il luogo delle conversazioni in acqua”, ma l’acqua ancora non c’è), una vasca per pesci rossi – anche lei ancora vuota – che ai pesci rossi apparirà grande quanto l’oceano indiano, svariate camere di ottimo gusto con bagno privato, una sala meditazione, una sala cinema (senza cinema) e una grande cucina, regno del custode nepalese, alloggiato con la moglie in una depandance esterna.
Era tutto così bello che mi ha preso, nei primi minuti, qualcosa di simile all’euforia per la situazione non del tutto comune in India: casa grande, pulita, dove lavare i propri vestiti senza temere malattie infettive, in posto interessante, con altri invitati francesi e ospite poliglotta e acculturato e molto gentile.
Così, dopo un lauto pasto, abbiamo pensato di fare un giro nei dintorni con lo scooter affittatoci dal nepalese: modello Heavy Duty, cilindrata 50, a miscela, ruote del diametro di 30 centimetri, non esattamente perfette per la Dakar tra gli sterrati di argilla e sassi delle stradine interne di Auroville, ma comunque parecchio affidabile.
Almeno finché non ha effettivamente iniziato a piovere, gli sterrati son diventati pantani e, soprattutto, l’intero impianto elettrico di Auroville è saltato irrimediabilmente, lasciando non solo tutti al buio, ma soprattutto senza ventilatori, con temperature registrate intorno ai 40 gradi.
La prima notte l’abbiamo trascorsa in un sudario: con le finestre aperte, la pioggia ti finiva in testa; con le finestre chiuse, si arrivava facilmente a quel torpore dei sensi registrato intorno ai sessanta gradi.
L’indomani, quando nonostante la notte insonne mi sentivo già di dominare l’heavy duty abbastanza per avventurarci nel delirio del traffico indiano, abbiamo riparato prima a Pondicherry e poi, per cena, nel posto consigliato dai francesi: hotel di lusso, con generatore elettrico e persino debole connessione internet. Peccato che tra le dotazioni dell’heavy duty non ci fossero i fari, ed è toccato guidare giù per i tornanti con le luci frontali di decathlon in testa, quelle cioè che fanno a stento abbastanza luce per leggere un libro in campeggio.
Il terzo giorno l’abbiamo passato cercando invano un angolo di spiaggia decente in cui fare un bagno, ma tra trattori sulla spiaggia per rimettere le barche in secca e sporcizia accumulata abbiamo finito col rinunciare, trascorrendo la giornata con gli aurovilliani. La mattina seguente avremmo dovuto alzarci alle 4.30 per la meditazione collettiva di fronte al Mandrimal, momento cardine della collettività.
La corrente, nel frattempo, era tornata e riandata via: in casa non c’era una candela, il tasso di umidità faceva crescere il muschio sui muri, non si poteva cucinare alcunché e la roba in frigo era comunque probabilmente marcia e nemmeno tutta la spiritualità di Aurobindo poteva placare la nevrastenia degli occidentali riscopertisi adoratori del petrolio e della sua capacità maieutica in termini di luminosità e comfort.
Per pareggiare le imprecazioni del terzo giorno, abbiamo dovuto in effetti alzarvi alle 4.30 per andare a meditare: esperienza toccante.
Subito dopo, però, un autista appositamente reclutato ci attendeva per portarci in un albergo fronte mare un po’ più a Sud: per tenere la via, serve energia. Anche elettrica, ho scoperto.

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Dispacci, India – Tiruvannamalai # 5

Sono entrata nel bagno dell’ashram a piedi nudi, ho paura d’aver preso il colera.
Tranquilla, il colera mica lo prendi coi piedi.

[rassicurazioni, capitolo 1]

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Dispacci, India – Tiruvannamalai #7

Atto primo

Mi son svegliata e l’occhio mi faceva male, più male della sera precedente. Ma ci ho messo un po’ a realizzarlo, perché nel frattempo mi faceva male anche un sacco di altra roba: la schiena, avendo dormito su un asse di legno con sopra un materasso spesso quattro centimetri; la gola, nonostante, incurante del ridicolo, mi fossi avvolta una sciarpa intorno al collo per averla vinta contro il bocchettone dell’aria condizionata posizionato a 30 centrimetri dal letto; le narici, perché a metà della notte di Chennai (come oggi si chiama Madras) dalle finestre aperte ha iniziato a salire quell’olezzo di discarica così frequente in India, mescolato a diesel non raffinato euro 1 e a frittura d’uova; l’apparato gastrointestinale, interessato da reazioni chimiche paragonabili alla fissione del nucleo grazie alla cena a base di chappati in salsa di fagioli gentilmente offerta dalla nostra ospite.
Tra una constatazione di indolenzimento e l’altra, ha fatto in tempo anche a salirmi la paranoia delle possibili pulci dentro alla coperta in cui avevo dovuto rifugiarmi a metà notte, sempre per via del famoso bocchettone del condizionatore (un’altra botta di animali pruriginosi e Cirri mi avrebbe preso per i fondelli pubblicamente per l’eternità, oltretutto).
Alla fine, insomma, e solo dopo aver declinato una generosa dose di riso piccante e spezie alle 8 della mattina, ho capito che la cosa peggiore era l’occhio, gonfio come una pallina da ping pong. Un orzaiolo, con ogni probabilità. “Mancanza di igiene”, ho letto su Internet tra le possibili cause: eppure, seppur in bagni indiani, appena trovo dell’acqua mi ci butto sotto.
Quando tre giorni dopo ho visto le scimmie giocare e sfregarsi col bucato appena fatto, asciugamani inclusi, tutto è parso più ovvio.

Atto secondo

Abbiamo comprato banane e biscotti e siamo salite su un autobus per Tiruvannamalai, città della montagna sacra, di ashram, di pellegrini, di spiritualità diffusa e permeante.
Fuori da Chennai, superate le discariche a cielo aperto e l’umanità abbandonata alla polvere e ai rifiuti, il paesaggio rigoglioso, puntellato di palme, mucche e scolaretti vestiti a tinte pastello, ispirava una quiete insolita per questa parte di mondo. L’autista del bus, ferraglia arrugginita vecchia probabilmente 40 anni e milioni di persone affondate nei sedili rotti, si è impegnato a spezzarla ogni 25 secondi circa, suonando il clacson con una violenza tale che ho dovuto mettere i tappi per le orecchie: anche così ne sono uscita frastornata, rimbambita dal rumore, dal caldo micidiale e dalla polvere sollevata dal carrozzone.

Atto terzo

Al terzo giorno l’occhio ha iniziato a farmi seriamente male, e né l’ascensione alle sei della mattina alla montagna sacra né l’energia ipnotica delle preghiere in uno degli ashram più noti d’India sono bastati a farmene dimenticare.
Chiaramente, il mio orzaiolo era poca cosa rispetto alla vastità delle situazioni di Tiruvannamalai: su Pradakshina road, la strada che cinge la montagna per 14 chilometri (e che andrebbe percorsa da ogni pellegrino) i saddhu vestiti d’arancione siedono tramortiti dal caldo, forse dalla fame, probabilmente dal divino, possibilmente qualcuno dall’oppio; gli occidentali girano vestiti di bianco inamidato, entrano ed escono dagli ashram e dai supermercatini che paiono assemblati apposta per loro, con le farfalle DeCecco e le spezie già pronte in busta; l’elefante ammaestrato è costretto a impersonare Ganesh e a benedire i fedeli con un buffetto della proboscide, previo incameramento nella stessa di qualche moneta di buon auspicio; le scimmie saltano fuori da ogni tettoia, pronte a rubare ogni cosa incustodita; le capre schiattano sotto al sole bollente legate su piastre di cemento da proprietari non esattamente sensibili al benessere di animali che non siano vacche; e al ristorante più frequentato del villaggio un italiano narra distrattamente di cobra soliti attraversare le stradine nei pressi (“No, è un po’ che non si vedono in giro, stanno nella boscaglia perché qui c’è troppo caldo”, risposta dei locali).

Il mio orzaiolo, però, faceva male ugualmente, a dispetto di mondi molto più complessi di me. E iniziavo a pensare che forse non fosse solo un orzaiolo.
Dopo aver valutato la soluzione ayurvedica fai da te, e aver scartato l’ipotesi di una farmacia locale, Cristina ha intuito che la soluzione migliore fosse il medico dell’ashram: chi meglio di colui attorno al quale ruota una comunità con centinaia di persone e relativi disagi?
Ci siamo messe alla ricerca del dispensario, sfinite dalle indicazioni degli indiani: un cenno del capo dall’alto verso il basso può voler dire destra, sinistra, vai dritto o non lo so, ma se anche fosse così non sarei intenzionato a fartelo sapere. Abbiamo girato a vuoto, chiesto a un americano, superato una casupola sormontata da un cartello e infine, scalze come d’obbligo, siamo entrate nel dispensario.
L’infermiera indiana scalza e in sari mi ha fatto scrivere su un foglio nome ed età, poi le ha riportate su un foglio a macchina: Gea, femmina, 37.
Poi mi ha fatto sedere in attesa del medico, che è arrivato quasi subito e del santone aveva poco e niente: alto, semplice, spiccio come il medico condotto d’un villaggio di gente che può veramente avere bisogno, m’ha guardato un nanosecondo e prescritto due farmaci, scrivendoli sul foglietto diligentemente compilato dall’infermiera.
Stavo ringraziando sentitamente chiedendo quale fosse la farmacia, quando ha tirato fuori due confezioncine di cartone spiegando che qui non si compra ma si distribuisce a chi ha bisogno.
E avrei potuto blaterare che il mio percorso spirituale è parecchio indietro, quindi più che gli antibiotici per occhi mi serve un distillato d’asharam, ma come al solito l’occhio mi faceva abbastanza male da condurmi velocemente al sodo: namasté namasté, e ora mettiamoci le gocce.
Più facile a dirsi che a farsi: la medicina cruciale deve essere stata confezionata da crudelissimi ingegneri brutalisti della DDR, e al posto del contagocce sinuosi di cui è provvisto qualsiasi collirio ha una specie di beccuccio rigido tipo caffettiera impossibile da utilizzare. Dopo svariati tentativi, e dopo che l’infermiera in sari ci aveva dimostrato con uno sforzo sovraumano che in fin dei conti non era poi così difficile far scendere le gocce, Cristina e io abbiamo optato per l’unica soluzione possibile: tagliare il dannato beccuccio.
Da allora, le gocce scendono quasi copiose. L’orzaiolo o quello che è, invece, non se n’è ancora andato.

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Dispacci, India – Chennai #6

Prima avevo un negozio, ma non c’era abbastanza lavoro. Qui se guadagni meno di 150 mila rupie la tua aliquota è del 10%. Ma se ne guadagni di più è del 25%. L’Iva è al 28%. Se metti 100 rupie in banca, in tre transazioni non c’è più niente. La situazione è tremenda.

Ma il primo ministro Modi cosa sta facendo?

È un bugiardo. È un illitterato. Un uomo di campagna che ha costruito una carriera coi soldi. Ma gli indiani sono troppo innocenti: si vendono per 400 rupie.

[lezione di vita da un tassista, al quale dai 3,70 euro per un’ora di corsa e mezza (sua) di attesa, e tutti dicono che l’hai pagato carissimo]

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Dispacci, India – Chennai #4

In tutti i Paesi asiatici il clacson è usato con una certa libertà: più che un segno di avvertimento, un’allerta permanente. Il che, peraltro, rispecchia la natura del traffico.

In India tuttavia è qualcosa di più, quasi un segno di mascolinità: più suoni, più sei uomo.

Ed è così che oggi l’autista del bus Chennai-Tiruvannamalai, sul quale incautamente ci siamo sedute in prima fila, mi ha totalmente stordito: e non basta che abbia messo prima gli auricolari e poi addirittura i tappi per le orecchie, sono arrivata a destinazione frastornata come mai mi era successo per il rumore, con quel senso di nevrastenia da il prossimo che dice una sillaba lo meno che deve essere proprio la spiritualità che tutti vengono cercando quaggiù.

(Il prossimo, per la cronaca, era l’autista di un tuc tuc che dopo tre minuti di contrattazione serrata sul prezzo mi ha accolto dandomi una gomitata nell’occhio con l’orzaiolo, ma la divinità hindù deve averlo protetto dalla mia possibile reazione).

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Dispacci, India – Chennai #3

Sto faticando a fare foto.

Normalmente rischio l’effetto giapponese, qui invece ho un blocco. Scatto immagini, le riguardo e mi pare che non restituiscano nulla: non la sporcizia sedimentata in stratificazioni geologiche, non l’accozzaglia di oggetti, cemento, fiori freschi, fiori calpestati e incenso ai margini della strada, non le facce impastate di sudore, polvere e vita, non le mucche sdraiate in mezzo alla strada e centinaia di scooter, tuc tuc e auto incastrate intorno, non la gente buttata per terra a dormire e non – soprattutto – l’ordinarietà della scena, l’assoluta normalità, in cui l’unico vero elemento distonico sei tu con il tuo trolley colorato e gli occhiali da sole e i capelli biondi.

 

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Dispacci, India – Goa #2

La classe media indiana esiste, e consuma smartphone e selfie stick (nonché, sospetto, soft porno in quantità).

Coi primi ci fa foto ovunque: si fa e ti fa. Hanno più foto di me in spiaggia gli indiani che tutta la mia famiglia, inclusi i parenti di secondo grando. Nel soft porno, infatti, alla fine ci sei dentro tu: cos’altro ci faranno mai con quei duecento selfie che ti hanno chiesto di fare in quanto strano soggetto esotico?

 

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Dispacci, India – Goa #1

Dicono che a Goa ci vadano solo gli europei, qualche russo, un po’ di israeliani a mandare giù Mdma per dimenticarsi gli orrori della militarizzazione continua. Noi, però, ci abbiamo trovato praticamente solo indiani: quelli ricchi, turisti del weekend, che scappano dalle città e si intingono in questa giungla umida affacciata sul mare per bere birre e farsi selfie di coppia, etero e gay, senza divieti o timori. Di Mdma neppure l’ombra, ma non l’abbiamo cercato: che in giro ne esistano cascate è certo. 

Dire Goa, comunque, non ha molto senso: il nome è quello dello Stato, una striscia lussureggiante e vagamente amazzonica. Sarà il passato coloniale portoghese, con le case colorate e le chiese maestose in mezzo alla foresta, ma a Panjim oggi mi pareva di essere tornata in Brasile.  C’è pure un quartiere che si chiama Altinho, che un po’ sa di Pelurinho (Brasile) e un po’ di Trinidad (Cuba), ma col triplo degli insetti e l’acqua di scolo che si impasta con il terriccio, le foglie e la polvere formando un’argilla rossiccia che ti si attacca ai piedi e alle gambe a mo’ di henné permanente. 

Poi c’è l’acqua quella dei monsoni, ogni qualche ora: il cielo passa dalla tonalità grigio chiaro pm10 a quella grigio scuro nubifragio in quattro minuti, un venticello si alza a illuderti con temporanee promesse di refrigerio e poi il cielo scarica 15, 20, 60 minuti d’acqua per cui non si scompone nessuno, e ormai nemmeno più noi.

Sui motorini gli indiani si compattano ancor più: quello che sta in mezzo – il numero medio per scooter è tre persone – tira fuori l’ombrello e copre sommariamente gli altri, quello che guida ripone il cellulare in tasca all’asciutto (normalmente ce l’ha in mano), il terzo si guarda intorno come se nulla fosse.  Al termine dello scroscio il tasso di umidità passa dal consueto 80 al 160% e gli animali emergono dal sottosuolo; ieri un insetto non meglio identificato lungo circa 4 centimetri di colore marrone stava camminando lungo il petto di Cristina: l’ho cacciato sentendomi un’eroina e mentre mi chiedevo dove fosse finito l’ho visto scendermi giù da una coscia, con orrore pari solo a quello di quando salgo sulla bilancia il 27 dicembre.

Il monsone – per cui lo Stato spende in campagne educative del tipo: La stagione delle pioggia è qui, il traffico sarà un po’ più complicato del solito, quando esci di casa portati un libro – in ogni caso si è portato via i turisti sballoni, ma non la spiaggia. Oggi, dopo essere state a Old Goa, che fu una volta a capitale dell’impero indiano portoghese, grande quando Londra, con sette basiliche immense piantate nel mezzo di una vegetazione da Libro della Jungla (in effetti, Kipling era indiano), siamo partite alla volta del litorale Sud, costeggiando casette coloniali tutte colorate nascoste tra alberi e risaie.

Non pioveva, i bimbi indiani in mutande facevano il bagno nell’acqua ingrigita dal vento e dalla sabbia, i loro fratelli maggiori giocavano a calcio senza mai segnare un gol e al tramonto l’intero villaggio si era riversato sulla battigia, a prendere l’ultimo sole. Un’altra Goa è possibile.

 

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Le foto di Obama, e quelle di Trump

La settimana scorsa, a Cortona, sono incappata in una conferenza di Pete Souza, l’ex fotografo di Obama alla Casa Bianca. Non so dire se tecnicamente Souza sia un grande fotografo – stando ai parametri a volte perniciosetti per cui gli appartenenti a una categorie professionale parlano degli altri, specie se ancora vivi – ma so di certo che è stato eccezionale. 
Magari non avete idea di chi sia ma avete comunque visto i suoi scatti, essendo stati sostanzialmente in mostra permanente sulla stampa intera per tutti gli anni della presidenza Obama: tra i meriti di Souza c’è quello di aver reso umano un mito e di aver mitizzato l’uomo.  
Indice sommario: il presidente che gioca col bambino vestito da Spider Man, una corsa col cane Bo (e non chiedete perché Dudù non muove alla stessa tenerezza), un hamburger in maniche di camicia, una partitella a basket, oppure lui e Michelle in ascensore, a guardarsi negli occhi dopo una festa, o tutto lo staff nella situation room al momento dell’assassinio di Bin Laden eccetera eccetera. 


È probabile che in questi anni le foto di Souza mi abbiano ammaliato anche per via dell’adorazione che ho per Obama (e no, non perché fosse un nero con una storia costruita ad arte. Trump almeno un merito ce l’ha: la differenza tra i due è così spaventosa che oggi nessuno può più dire che ci piaceva Obama solo perché era “diverso”). Mi sono chiesta più di una volta se mi stessi bevendo uno storytelling ben confezionato – che poi Filippo Sensi ha provato a imitare in modo un po’ grottesco con Renzi -, se stessi inconsapevolmente ripiegando tutto il mio spirito critico, se mi stessi ammalando ogni giorno di più di esterofilia e erbadelvicinismo, per così dire. 
In parte; può essere. Non bisogna essere Asor Rosa per capire che, certo, nel portarci a un centimetro dalla faccia di Obama contratta dalla stanchezza Souza stava servendo un bon bon di benevolenza nella vita politica e nella capacità di giudicarla. Ci stava seducendo nemmeno troppo lentamente, scodellando l’immagine dell’uomo giusto e giudizievole, padre amorevole, marito appassionato, presidente sempre presente a se stesso senza perdere il lato giocoso, affabile, umano.
Non so voi, ma io di donne non innamorate di Obama non ne conosco. E di uomini politici di similsinistra che non abbiano provato a imitarlo, nei modi e nello stile, neppure. 

In ogni caso mi ero quasi rassegnata a dimenticarmi dei momenti felici in cui la mattina aprivo i quotidiani e nel riquadro generalmente destinato a XFactor e alla ricetta del baccalà alla vicentina si trovavano gli ultimi scatti di Souza, quando l’ho sentito raccontare un aneddoto.
Stava mostrando una foto di Trump, preso di spalle, che entra nello Studio Ovale, probabilmente nei giorni del passaggio tra i due presidenti. Sullo sfondo un muro bianco occupato da un grande quadro.
«Ah, quel quadro non c’è più», ha buttato lì. «Quelli di Time hanno fatto un servizio di recente: hanno scattato dalla stessa posizione e ora su quella parete il dipinto è stato sostituito da una grande televisione». 
In sala qualcuno ha riso, inclusa me: un desolato risetto carico di nostalgia. 
A casa, invece, ho aperto Instagram e sono andata a guardare le cose che posta Trump (o qualcuno dei suoi), che generalmente scorro evitando di mettere a fuoco. 
Tipo queste.
 



Sono, semplicemente, rozze. Grossolane, brutte nei colori, senza gusto se non quello di un celodurismo da America della Rust belt che scola lattine di birra sul retro di un pick up.
Stanno alla classe come gli strilli di copertina dei magazine degli Anni 80, alla sottigliezza di pensiero quanto Rovazzi o Bello Figo, all’eleganza quanto la visiera dritta al Borsalino. 
E non è solo questione che l’elettore di Trump, quello cui lui si rivolge scompostamente davanti al maxischermo che fu quadro oggi sempre sintonizzato su Fox News, è sensibile solo (o particolarmente) a questi tipi di messaggi, essendo l’elettore stesso celodurista, incastrato negli anni 80, aspirazionalmente milionario ma senza un centesimo per andare al cinema. 
No, nella scelta comunicativa di Trump c’è di più: c’è Trump. 
Non è una scelta meditata: è lui che deborda. Lui, quello che ha sposato Ivana Trump e che delle donne racconta di afferrarle per i genitali (l’ho scritta bene: I grab them from the pussy suona un po’ diverso). Che ripete 30 parole da scuola media compulsivamente (nasty! sick! bad !good! nice! TUTTE MAIUSCOLE, ovviamente), che si addormenta davanti alla tivù con il telefono in mano e gli scappa di twittare Covfefe digitando a caso, perché non ha nemmeno l’autocontrollo necessario a capire quando sta per crollare e mettere giù lo smartphone. Che rifiuta di leggere documenti della Cia più lunghi di mezza facciata (meglio se glieli riassumono a voce) e articola il pensiero in 140 caratteri massimo. 
Insomma, la comunicazione di Trump è lo specchio di Trump, e ne rappresenta meglio di qualsiasi analisi la superficialità.
Obama trasmetteva un’immagine, anche grazie agli scatti di Souza: semplice ma raffinata, popolare ma di classe, identitaria ma inclusiva. Trump  entra nei social media con la bomba H, ogni post è un piccolo ordigno nucleare che annulla la possibilità di interrogarsi, di diventare curiosi, di coltivare la fantasia. 
Un giro su Instagram, probabilmente, restituisce il personaggio Trump molto più di tutto quello che ne scriveranno i giornali e i biografi. Ha il pregio di togliere i dubbi: lo puoi quasi toccare, lo vedi grande, grosso e goffo, caricaturale in gesti sempre uguali, sempre un po’ troppo.
Il paragone con le immagini di Obama è così feroce da essere quasi intellettualmente insostenibile: pare di aver fatto un salto indietro di tre decenni, prima che instagram e le serie tivù riuscissero a livellare verso il medio anche i gusti dei senza speranza, per pura emulazione.
A breve – penso (spero) – uscirà una semiologia dell’immagine di Donald Trump. Purtroppo all’università non ho studiato abbastanza per scriverla io: sempre dopo ci si accorge di come si è sprecato il tempo. 

[in compenso, con Gabri abbiamo creato questo: esercizi di controcultura mainstream]

 

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