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Il tempo ritrovato

Dormo quando bisognerebbe stare svegli e sono sveglia quando bisognerebbe dormire; corro al posto di camminare e lumacheggio al posto di andare; lavoro quando mi ricordo, e mi ricordo sempre meno. 
Non rispondo al telefono se non è essenziale, mangio solo carboidrati – spesso di notte, 
ascolto musica tutto il giorno e mi sento trionfale: ho frugato a casa dei miei genitori e ho trovato i Canti della resistenza europea, Gaber e Jannacci, i Pink Floyd e gli Intillimani, Jesus Christ SuperStar e John Sebastian Bach, i blues del Tennessee e Duke Ellington. 
Mi son ricordata da dove vengo, e dove voglio andare. 

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Le newsletter, nel 2020

Comunque una volta andavano di moda i blog e tutti ne avevano uno; ora invece tocca alle newsletter.
La differenza è che sui blog, come questo, ci veniva e ci viene chi è interessato o magari chi segue un link pubblicato qua e là; mentre le newsletter invadono la posta elettronica con la tenacia delle formiche nelle case di campagna, stracolme di riflessioni e consigli che nessuno ha sollecitato e men che meno richiesto, con le loro discettazioni sedicenti sociologiche più correttamente definibili cazzate (climax raggiunto da uno che l’altro giorno spiegava quali saranno i dieci mestieri del futuro ed erano tutte idiozie che finivano in -ologo, con una menzione speciale per l’esperienzologo), e sono per lo più tentativi patetici e per me quasi sempre imbarazzanti di crearsi un nome, un pubblico o addirittura un brand, come direbbero quelli che nel futuro potrebbero diventare esperienzologi. 

Ora io non ce l’ho con voi, ma non ho richiesto le vostre newsletter e se per caso l’ho fatto è stato per educazione, o perché ho sbagliato nel dare il consenso. E anche se siete amici, credo che dovreste sapere che finite diretti in junk, almeno finché non inizierete a propormi qualcosa di meglio del tentativo di farvi leggere invadendo la posta elettronica altrui. 

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Il lockdown e il telefono

Mi sono ripromessa di usare questo lockdown per diventare una persona migliore, ma al telefono proprio non ho voglia di rispondere. Anche se sono amici. 

Lo so, sembra un dettaglio, e invece non lo è affatto. 

La mia allergia al telefono si fa più accentuata ogni giorno, a talvolta quasi sfiora il ridicolo.
Passo le giornate a desiderare il momento in cui potrò spegnere il cellulare (normalmente, tra le nove e le dieci di sera), e nel frattempo quando squilla smoccolo tra me e me pensando a una scusa; rispondo a una telefonata su tre, a volte schiacciando rifiuta e inviando contestualmente un vocale (dunque tradendo un’ipotetica giustificazione: «Perdonami, non ho visto la chiamata»).
Lo faccio perché provo a essere sincera, a spiegare agli amici per quale ragione non mi va di passare mezz’ora a parlare di nulla, o perché non mi va in quel momento lì: perché vorrei invece leggere, o fare yoga, o cucinare, o pulire il bagno. O anche niente. Perché, semplicemente, sono stanca di occupare una parte rilevante della mia capacità cerebrale e dell’energia che mi è data nella chiacchiera fàtica (quanto ho sempre adorato che si chiamasse così una delle cose che mi costa più fatìca al mondo), e perché, pur avendo provato a organizzare al meglio possibile la mia vita, tutti i giorni arrivo a sera e mi è mancato il tempo di fare qualcosa. 
Va poi anche detto che non è che mi interessi esattamente moltissimo di sentire quotidiane lamentele sul lockdown, sul lavoro che non c’è o su quanto stiamo mangiando: lo so già, lo vivo, lo vedo ogni volta che apro Twitter, Facebook, la televisione. Infatti, preferisco prendere un libro e immergermi in cose e mondi che non conosco, classici che mi sono rimasti indietro, che possano magari darmi stimoli per il futuro o farmi comprendere meglio il presente: ho letto I promessi sposi perché volevo capire come Manzoni descrivesse la peste a Milano quattrocento anni fa, e devo dire che l’ho trovato un documento storico molto interessante (nonché un romanzo pedagogico invecchiato maluccio). 

Ma non è che voglia uscirne come una persona migliore di quella che sono: sono anni che mi succede, anche da molto prima che iniziasse questa bulimia di contatti mediati dalla tecnologia. Spesso semplicemente mi annoio a parlare, non ho nulla da dire di significativo e non ho voglia né di raccontare mie banalità né di ascoltare quelle altrui, anche se voglio un gran bene a chi chiama. 

A mia parziale discolpa, posso dire che se che qualcuno vuole davvero raccontarmi qualcosa, o non lo sento da tempo, o ha bisogno di parlare, allora rispondo con gioia, ci sono con felicità, richiamo, scrivo, mi faccio viva.

Ecco, tutto per dire che in definitiva questa storia del telefono è davvero uno specchio di questi tempi troppo pieni anche quando sembrano vuoti, della necessità di dismettere la bulimia con cui affrontiamo la vita. E non riesco a sentirmi in colpa: avevo programmato di dedicare il 2020 a sfrondare, a dedicarmi con più intensità a quello che mi fa stare bene e mi piace. È toccato iniziare dal telefono, e tutto sommato mi sembra un ottimo modo per fare pulizia.

 

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Ho un debito con la primavera | Spring and I

Ho un debito con la primavera, o forse è lei che vuole qualcosa da me. 
Abbiamo un rapporto intimo, carnale, quasi ossessivo: speranza, appartenenza, rifiuto. Come due ex amanti.

Questa è la seconda primavera che passo in isolamento: oggi è il coronavirus; l’anno scorso un incidente. 

Ero sotto a un respiratore, l’anno scorso, uno di quelli che ti salvano la vita quando i tuoi polmoni non funzionano più, quelli che oggi scarseggiano e vengono rimpiazzati dalla maschere da snorkeling di Decathlon grazie al genio di un gruppo di ingegneri. 

Lo so come si sta sotto a quel casco, me lo ricordo bene. Me lo ricordo anche se stavo prendendo svariati grammi di morfina al giorno e un cocktail di altri farmaci sufficienti a stendere un cavallo. C’è caldo e c’è un rumore infernale, lì sotto. E pesa, il casco, è difficile indossarlo, specie se hai tutte le ossa del corpo rotte come ce le avevo io l’anno scorso. E devi essere bravo, non lasciare mai che la paura che hai da qualche parte, addormentata dai sedativi, si svegli e ti chieda che diavolo ci fai con una cosa da astronauta in testa, che ti immobilizza, che ti spara aria addosso, da cui sai di non poterti liberare. 

L’anno scorso mi hanno liberato il 25 aprile. Mi hanno mandato a casa e con mio fratello abbiamo sorriso della mia nuova festa della liberazione. Poi i sorrisi sono finiti, perché è iniziato il lungo periodo in cui non ero più in ospedale ma ancora non stavo bene, e vedevo scorrere i giorni e le settimane, sentivo la primavera palpitare fuori dal vetro della cameretta in cui stavo rinchiusa, e sapevo di non poterla vivere.

Ci ho messo un paio di mesi l’anno scorso, a rimettermi in piedi. E quasi quattro per stare decentemente: 18 costole e una clavicola rotta, due polmoni collassati, un orecchio riattaccato e punti ovunque ti segnano a lungo. 

Avevo messo in programma una festa, in questi giorni, per celebrare l’anniversario dell’incidente, la vita che mi sono tenuta stretta, l’amore degli amici che mi ha curato più dei farmaci.
Il coronavirus la impedirà: ci sta tenendo in casa, confinati, in rapporti scarnificati e al contempo sovrabbondanti, inondati di chat e dirette instagram, di paure nuove e di congetture su come sarà il mondo prossimo futuro. 

Compivo 40 anni il 23 febbraio, il giorno in cui l’emergenza è scoppiata e si è deciso che avrebbero chiuso Milano. È passato un mese e una settimana, è arrivata la primavera, la sento che profuma sul balcone e corteggia le piante: si sta svegliando la mia gerbera, che precisa come un orologio a cucù ogni inverno se ne va in letargo ma ogni marzo, a dispetto del gelo dell’inverno e delle mie cure non sempre sufficienti, si stropiccia un po’ per poi alzarsi eretta e splendente. 

È arrivata un’altra primavera e non la vedrò: questa volta saremo in tanti a non vederla. Quando ci libereranno, forse, sarà quasi estate. 

E io penso che ho un conto sospeso con la primavera, con la gioia che mi dà attenderla, viverla, lasciare che mi entri dentro e mi scuota, risvegli i miei sensi e scacci via la pigrizia; ho un conto in sospeso con il desiderio di musica e parchi e di primo sole, con le birrette bevute in terrazzo quando le giornate si allungano nella sera, e la luce oscura il telegiornale e il rito dei televisori che si accendono all’unisono.

Ho un conto sospeso con la primavera, ma va bene così. Mi piace anche sapere che abbiamo una relazione speciale, noi due.

I owe to the Spring, or maybe she wants something from me. 
We have an intimate, carnal, almost obsessive relationship: hope, belonging, rejection. Like two former lovers.
This is the second spring I spend in isolation: today is the coronavirus; last year it was an accident. 

I was under a respirator last year, one of those helmets that save your life when your lungs don’t work anymore, those so scarce today, so hard to find that they were partially replaced by Decathlon snorkeling-masks, thanks to the genius of a group of engineers. 

I know how it feels to be under that helmet, I remember it well. I remember it even though back then I was taking several grams of morphine a day and a cocktail of other drugs strong enough to knock out a horse. It’s hot and it’s noisy as hell down there. And the helmet is heavy, it’s hard to sustain, especially with every bone in your body broken like mine last year. And you have to be good, you never can let the fear that you buried somewhere, thanks to the sedatives, wake up and ask you what the hell you’re doing with an astronaut thing on your head that immobilizes you, that shoots air at you, that you know you can’t get rid of. 

Last year I was released on April 25th. They sent me home and my brother and I smiled at my new liberation day. Then the smiles ended, because we entered the days when I was no longer in the hospital but I was still very ill, and I could see the days and weeks go by, I could feel the spring beating outside the glass of the bedroom where I was locked up, and I knew I couldn’t live it.

It took me a couple of months last year to get back on my feet. And almost four to recover almost entirely: 18 ribs and a broken collarbone, two collapsed lungs, one ear cut off and stitches everywhere leave their mark. 

I had planned a party to celebrate the anniversary of the accident, the life I’ve been holding on to, the love of friends who treated me more than drugs. 

The coronavirus will prevent it: it’s keeping us at home, confined, in bare and at the same time superabundant relationships, flooded with chat and direct instagram, with new fears and conjectures about what the world will be like in the near future. 

I turned 40 on February 23, the day the emergency broke out and it was decided to quarantine Milan and Lombardy. A month and a week has passed, spring has arrived, I can feel it perfuming on the balcony and courting the plants. My gerbera is waking up: precise as a cuckoo clock, every winter she goes into hibernation, but every March, in spite of the winter frost and my feeble carecare, it crumples a little and then gets up erect and shining. 

Another spring has come and I won’t see it: this time there will be many of us who won’t see it. And when we’ll finally regain something similar to freedom – – but just similar – perhaps, it will be almost summer. 

And I think that I have an unfinished business with spring, with the joy I feel waiting for it, with its ability to pervade and shake me, to awaken my senses and drive away my laziness. I have an unfinished business with the desire for music and parks and the first sun, with the beers on the terrace when the days get longer in the evening, and the light obscures the news and the rite of the televisions turning on. 

I have a score to settle with spring, but that’s okay. I also like knowing that we have a special relationship, the two of us.

 

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Quarant’anni

Certe mattine di pensieri inutili da coltivare, che scaldano un istante e poi lasciano esposti agli sbalzi climatici. 
E la bellezza di avere l’età per scrollarli via semplicemente scuotendo la testa, senza perdere il piacere di averli fatti. 

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Risvegli

Poi stamattina mi sono svegliata col magone, e infreddolita, anche se in questa stanza austriaca ci sono ventisei gradi costanti. Ho preso l’iPad per mettere su un classico dei risvegli col magone, Nothing compares to you, invece all’ultimo ho fatto partire Me ne frego di Achille Lauro. Ho ridacchiato per la scelta, mentre mi passava il magone.
(Ma Sinead O’Connor poi l’ho ascoltata lo stesso)

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Che cos’è l’amor

Tutti gli standard di quello che avevo sempre creduto essere romanticismo franano davanti a Bob Dylan e Joan Baez in Rolling Thunder inquadrati stretti mentre si guardano negli occhi, bellissimi e ancora giovani ma non più ventenni, e lui le dice You see, it’s thought, the head always fucks you up, e lei lo ama ancora e ha sposato l’uomo sbagliato, e lui forse non l’ha mai amata e di sicuro non l’ama più, e lei lo sa.
Barbara Straisend e Robert Redford in confronto sono dei principianti, Come eravamo precipita nell’abisso, Dirty Dancing nemmeno si qualifica;
e io non vi perdonerò mai per non avermi detto di guardarla prima, questa scena.
 

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Le stories, invecchiare, il marketing

Ho capito di essere invecchiata il giorno in cui sono arrivate le Stories, e io non solo non ho avuto voglia di scoprire come funzionassero, ma mi è parso ridicolo farlo, un po’ come dieci anni prima mio fratello  – 11 anni più anziano di me – mi domandava sbigottito perché scrivessi i fatti miei su Facebook. 
Appurato che sono invecchiata, il mio senso di imbarazzo nei confronti degli adulti che dedicano minuti a creare affreschi multimediali a durata limitata scegliendo musica e colori, e ovviamente il lato migliore di sé, si fa più grande ogni giorno; ma si fa più grande anche la consapevolezza che forse mi sto comportando come i reazionari, quelli che storcono il naso di fronte alle cose nuove, e le ridicolizzano perché non sanno come prenderle. 
E no, non sono capace di dire “ma chissenegrefa, fai come credi e lascia che gli altri facciano”, perché sulle Stories si reggono ormai investimenti di marketing milionari, vetrine e isterie digitali, e io ho un problema serio con l’idea che qualsiasi spazio diventi qualcosa da vendere, uno strumento per convincere la gente a comprare quello di cui sovente non ha bisogno, o per mettersi in vendita. Persino quegli spazi che dopo 24 ore scompaiono.  

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Cose che odio al mondo

1. Il ritardo

2. Gli aeroporti senza il finger

3. Gente che non si lava abbastanza

(Chiamatelo un post promemoria, da aggiornarsi con una certa costanza)

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La nuova droga di New York

In questi giorni a New York sono diventata una tossica di Whole Foods.
Whole Foods è una catena di supermercati biologici – e anche vegetariani, vegani, integrali, chilometro zero e tutti questi aggettivi positivi con cui si può connotare il cibo, e non solo – che qualche mese fa è stata comprata da Amazon per una cifra astronomica, 13 miliardi e rotti di euro. Ne ho scritto recentemente su Pagina99, un articolo che una come me dovrebbe leggere e poi farsi qualche domanda – su se stessa, innanzitutto: ma fare i giornalisti ed essere coerenti mica devono sempre per forza coincidere.
La prima volta che ho passato mezz’ora in un Whole Foods, comunque, è stato proprio per lavoro: ero andata a cercare dei biscotti senza glutine e mi sono bloccata davanti a un muro a cinque ripiani di latte senza lattosio: ce n’erano 59 varietà. Tra l’attonito e lo sgomento ho proseguito e mi sono messa a contare i cereali, poi gli aceti, gli sciroppi e cosi via, con il sospetto che valesse la pena di pensarci su.
Quando sono uscita, ero combattuta tra la fascinazione e il rigetto, entrambi fasciati nella tendenza a ridicolizzare per comprendere: esattamente in cosa saranno diverse le 59 bevande senza lattosio che tanto si sa – io lo so: io le compro, io sono allergica al lattosio – sono unicamente dei surrogati di normalità per chi non vuole o non può caricarsi le calorie del latte intero?
Nei giorni seguenti lo scetticismo non mi ha abbandonato, ma il richiamo delle 59 varietà ha iniziato ad agire con prepotenza su di me: qualsiasi cosa mi servisse, andavo a prenderla nell’immenso WholeFood dietro a casa. Finché ho sostanzialmente smesso di aver bisogno di scuse per passarci delle discrete mezz’ore: una sera ero invitata al ristorante da amici e mentre camminavo lungo la 54Esima quasi ne ero dispiaciuta, pensando al tabuleh libanese che avevo addocchiato la mattina.
Da WholeFood, infatti, puoi prendere la tua scatola di cartone rigorosamente riciclato e riempirla di quello che vuoi: ci sono vasche di broccoli perfettamente verdi e regolari, pomodorini, carciofi tagliati in spicchi perfetti, carote arancioni da mettere il buon umore, spinacini, insalate di tutti i tipi lavate e illuminate da qualche residua gocciolina, come se fosse rugiada e ci trovassimo in un campo dell’Idaho e non nella giungla urbana di Manhattan. Ci sono venti varietà di olive e un Soup Bar in cui scegliere tra sette o otto zuppe del giorno. C’è l’angolo sushi, dove due asiatici preparano al momento: ti puoi sedere e ordinare o prendere una delle vaschette appena fatte, che vanno esaurite ogni mezz’ora, non distante da giganteschi banchi di pesce in cui trionfano granchi da tre chili e il salmone selvatico dell’Alaska. C’è la gastronomia italiana, in cui si trovano i friarielli e il brasato, e quello mediorientale, con l’hummus, il babaganoush e il tabuleh.
Da Whole Foods c’è tutto, ed è tutto bello, buono, ben esposto. Secchi pieni di fiori freschi e piante di orchidee in vaso ti accolgono all’ingresso, alla discesa delle scale mobili che separano il magico mondo organic dal resto del centro commerciale; la colonna musicale è sempre ricercata – Talking Heads, Beck, Patti Smith – e a qualsiasi ora del giorno e della notte ci trovi centinaia di persone che girano per gli scompartimenti e controllano provenienze e prezzi in sneakers e tuta, e pur sotto ai neon e con carrelli strapieni fanno tutta un’altra impressione rispetto alla volgarità di quelli che due piani sopra inseguono con la stessa determinazione scarpe di Jimmi Choo o cereali in scatola.
Perché da Whole Foods ci vanno quelli che alla cassa prima di pagare prendono al volo una copia del New Yorker e magari anche una tesserina da 50 dollari per la beneficenza: come le ricariche telefoniche o quelle per l’Apple store, solo che il valore viene devoluto a una qualche Ong, e tu che hai fatto la spesa da Whole Foods rispettando l’ambiente e la natura e la salute, forgiando la tua levatura morale con l’acquisto consapevole, puoi anche essere buono con un solo gesto alla cassa, senza sforzi, perché  la praticità è la prima qualità dell’uomo moderno. E il sistema, quando non ti può combattere, ti accomoda: vince sempre lui, ma l’importante è che tu non lo percepisca.

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