Fenomenologia dell’Hair Salon


C’è stato un tempo in cui riuscivo a credere ai consigli gratificatori delle riviste femminili: “Stanca e stressata? Fai qualcosa solo per te. Regalati un trattamento e fatti coccolare nel tuo hair salon preferito”.

Hanno smesso di chiamarsi parrucchieri tra la metà e la fine degli anni Novanta. Poco a poco, sono spariti i negozi con la vetrina singola, i prezzi discretamente in vista e la pila di riviste con i tagli possibili appoggiati su tavolinetti di formica; negozi nei quali entravi, chiedevi una spuntata e colpi di sole per uscire dopo due ore alleggerita di ottantamila lire – diciamo 80/90 euro di oggi. Al loro posto sono comparsi “i saloni”, spazi grandi come ex capannoni industriali con declinazioni che vanno dal Natural hair style, tutti legno e piante d’arredo, tisana bio all’ingresso e sottofondo che spazia da Ludovico Einaudi all’indie melodico, ai Rock salon, in cui la divisa d’ordinanza di hair dresser ed hair designer sono anfibi e jeans neri, la musica è ispirata alla compilation classic rock di Spotify e cassettoni di legno lucidato funzionano da sedute. In mezzo, c’è un mondo che passa dallo stile Airbnb – l’uniformità del minimal, di gusto, senza personalità ma senza difetti apparenti – ai saloni di grand hotel con viste spettacolari sulla città, dove – mi raccontava compiaciuto un protagonista – fare un’acconciatura costa facilmente 400 euro (ma sicuramente non la chiamano acconciatura).

Il problema dei salon è che una volta varcato l’ingresso devi abdicare a qualsiasi razionalità, ragione, persino raziocinio, accettando di sorridere compiaciuta quando la tua colorist, dopo averti sciacquato i capelli, inizia a squittire di gioia per quanto è venuto bene il colore mentre le colleghe accorrono a darle ragione e tu provi a rintracciare nello specchio davanti a te un bagliore, una scaglia di luce, un riflesso dorato, senza vedere assolutamente nulla. Normalmente questa è la fase in cui hai già ascoltato mezz’ora di discorsi privatissimi al lavatesta: la peculiarità dei salon è che i discorsi non sono quelli delle clienti bensì delle e degli incaricati al lavaggio, che approfittano di quei minuti di svantaggio oggettivo delle clienti – col collo incassato in un lavandino e l’acqua che cola dentro i vestiti – per farsi confidenze intimissime. E siccome i salon sono espressioni di questi tempi, ti può capitare di ascoltare tuo malgrado delle difficoltà dell’integrazione di chi sta cercando di cambiare sesso (celò), di fellatio praticate e ricevute nel bagno del salon (celò), di litigate con coinquiline seguite a notti di cheta&coca (celò) e di tutto lo spettro, anche molto più normale, che si trova nel mezzo. 

Il che, comunque, non è niente di sgradevole in principio, a parte per la mal riposta speranza iniziale della “mattina tutta per te” che cancellerà lo stress, perché oltre a non essere evidentemente una mattina solo per te lo stress inizia ad accumularsi insieme alle chiamate a cui rispondere a partire dalla terza ora di stazionamento sulla poltroncina, che in casi estremi non è nemmeno l’ultima. I trattamenti, infatti, si moltiplicano quanto i nomi per chiamarli e, soprattutto, gli sforzi per evitarli.
– Ti ho messo una crema per i capelli secchi, la lasciamo in posa una decina di minuti e poi facciamo il tonalizzante che deve stare anche lui un quarto d’ora.
– Ma il tonalizzante a cosa serve precisamente?
– Evita che si ossidi il colore.
– Guarda il tonalizzante magari non lo farei, va bene così.
– Ma no, cara, non si può non fare, cambia tutto il risultato, abbiamo fatto una base fredda apposta così la scaldiamo col tonalizzante, e poi uniforma bene il risultato, no, davvero, poi noi siamo famosi per il colore, fidati!


Fidati.
E ci si può anche provare, con stress e uggia crescenti, fino all’arrivo alla cassa, dopo aver scosso la testa tra le venti e le trenta volta per cercare di tornare ad avere un aspetto normale e scorgere, in un posto isolato dietro la nuca, quello speciale colpo di luce per cui vale la pena aver visto rincorrersi fuori dalle vetrine splendenti il brusio della prima mattina, gli aperitivi del mezzogiorno e i primi tè del pomeriggio, sempre affondata nella stessa poltrona. Ma no, una volta alla cassa fidarsi è impossibile perché il conto non solo è pari a un terzo del mutuo di casa ma è pieno di voci incomprensibili come la bolletta telefonica o quella del gas.

Scena realmente vissuta, Roma, autunno 2020: mi faccio consigliare da un’amica un parrucchiere, approdo in un salon, prendo appuntamento alle 19,30, chiudono alle 22. Dalle 1930 alle 22 riescono solo a sistemare un po’ taglio e doppie punte, ma se torno sabato alle 13 facciamo i colpi di sole. Conto: 90 euro. Torno sabato, mi siedo alle 13, esco alle 18.30. Conto: 270 euro. Quando me lo mette di fronte sbianco. Chiedo spiegazioni. Inizia a menzionare il toner, l’antifriz, il balancing, la crema pre colore e post colore, lo shampoo ayurvedico, il supplemento per i prodotti bio, l’asciugatura e il ginocchio che fa contatto col gomito. Dico che insomma, mi pare largamente largamente fuori misura, per non dire che mi ha fatto pagare due volte shampoo e asciugatura, ma mica ero stata io lenta la volta scorsa. Scuote la testa desolato come un operatore di un call center in carne e ossa, vero, che deve dimostrarti che ha pena perché ti sta scippando. Pago, e passo il resto del weekend a meditare di chiamare la Guardia di Finanza. Ma non lo faccio perché, sono certa, sono io che non ho chiesto ragguagli e lasciato che mi circuissero: è così che funziona il salon.

Con questo spirito, da un paio di lustri, affronto le mie due o tre sedute annuali. L’altro giorno, mentre uscivo, ho sentito che non posso più sopportarlo: inizierò a fare da sola. Studierò la chimica del colore, imparerò a tagliare, a tonalizzare, a produrre creme e  impacchi e unguenti. 
Alla fine sarò diventata una terrapiattista contraria alla scienza, e allora ricordatevelo: è stata tutta colpa del capitalismo arrembante dei salon. 

 

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