Dispacci, Negev #6


Atto primo

Deserto, deserto, ancora deserto. Di sabbia, di roccia, di minerali ferrosi mescolati a sale e a sabbia. Bellezza abbacinante, tagliente, desolante. Ricordi del Sahara, del Mojave, dei Sahrawi, della Death Valley e di tutti i posti in cui ancora non s’è stati ma si spera di andare.

Dopo ore di deserto, l’insegna del kibbutz Lotan, presentato dai local mainstream come l’avanguardia dell’innovazione ecosostenibile, pare un miraggio: avranno della frutta? Ci sarà una cerimonia di collettivismo da raccontare? I bambini crederanno nel dio deserto e nel mito della frontiera?

La risposta sta nel frigo del microsupermarket zeppo di Coca-Cola e Fettuccini alfredo surgelati, pizze e gelati Nestlè, venduti da una ragazzina attaccata a WhatsApp: se l’agricoltura funziona, non si vede granché. 

Qualche famiglia s’aggira in quella che in larghe parti sembra più una discarica che un’oasi di verde e pace; l’erba c’è, a dire il vero, ma nella parte riservata alla guest house per turisti: un micro resort nato dalle ceneri del socialismo reale, e tanti saluti a Ben Gurion. 

L’unico segno di speranza sono i pomodori: ne compriamo mezzo chilo nel mercatino, ché il sole ci ha riarso anche le papille gustative, e riprendiamo il cammino. A un’ora di distanza c’è Eilat, il luogo simbolo dell’unione di tre mondi: Africa, Asia e Terra Santa. La coda lunga di una terra riarsa che s’affaccia solo per pochi chilometri sul Mar Rosso, la cui importanza geostrategica si misura dalla dimensione delle bandiere piantate dai tre confinanti: quella giordana da sola è grande più o meno come l’intera fetta di spiaggia che tocca al Paese (gli israeliani invece puntano sulla quantità: i più solerti ne hanno una anche sull’auto, i migliori sionisti addirittura due). 

Eliat ha subito chiaramente l’influenza del gigantismo americano e del kitsch russo: gli hotel con piscina pompano musica techno a volumi da audiolesi alle 5 del pomeriggio,  le spiagge sono invase da rossori incontrollati e sorvegliate da navi cargo e vedette militari che stazionano nelle baia. La passeggiata mare unisce tre nazioni con il collante del cattivo gusto: negozi di chincaglierie, giostre stile Las Vegas, musica alta, camerieri scocciati, buttafuori muscolosi, donne con tacchi troppo alti o veli troppo lunghi.

La prospettiva di mangiare infine pesce ci pare allettante; il sushi bar confinato in un centro commerciale di raro squallore restituisce realtà alle aspettative, e rende chiaro che qui noi non ci si può stare. A questo surrogato di cemento ingrigito della strip di Vegas preferiamo la strip di Gaza. 

Atto secondo

Deserto, deserto, ancora deserto. Colline, canyon, distese chilometriche di roccia e sabbia, disseminate solo di postazioni militari.

Procediamo lungo il confine con l’Egitto, a un metro di distanza dal muro di filo spinato e rete metallica che separa Israele dal Sinai. Da un lato e dall’altro della barriera solo desolazione, sole e soldati nelle garritte, grondanti sudore e – immaginiamo – malinconia di casa, della fidanzata, del caos della città.  

Carri armati, torrette e trincee sono l’unica cosa su cui si appoggia lo sguardo per decine o forse centinaia di chilometri. Come si può fare la guerra per questa cosa qui?, ci chiediamo quasi increduli, ben sapendo che la risposta non sta nel campo del razionale, e forse nemmeno nella teoria delle religioni del Galimberti. Deve essere molto più prosaica, come il cocktail bar da cui siamo scappati a Eliat. 

Atto terzo

Deserto, deserto, ancora deserto. 

Tanto deserto che la poesia e il prosaico finiscono col mescolarsi: ma come si giudica in fondo la poesia? Il cavalletto puntellato su roccia e l’obiettivo che inquadra le chiappe del Galimberti, in una mitica (o mitologica) riedizione della fotografia di paesaggio, come andrebbero definite?

Schiaccio il clic, immortalo la beltà e mi consegno a mia volta alla storia, scendendo giù da uno dei migliori canyon del deserto per donare la mia culata al pensiero fotografico mondiale. E cado, rotolo un poco, mi escorio. Sto in cima a una roccia affacciata sul nulla, piegata a mostrare il didietro, sperando di non far la fine dell’auto schiantata nel burrone.

 Sei portata per le culate commenta Gabri: e dev’essere un po’ quello che Irving Penn diceva a Isabella Rosellini, se non ricordo male. 

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