Ciao Franci


Ieri notte se ne è andato il Dima. Così, senza addurre motivazioni plausibili, per usare un’espressione che di sicuro lo avrebbe fatto ridere.
Era stato il mio maestro di giornalismo, e prima ancora una sorta di zio; più di un amico, un pezzo della famiglia.
Il Dima aveva la capacità di dirmi quando una cosa andava bene o no, su un articolo e nella vita di tutti i giorni. Geolina, quel rossetto ti invecchia andava di pari passo a Geolina, questo pezzo non mi trasmette emozioni. In entrambi i casi, sapevo che aveva ragione, anche se a volte provavo flebilmente a questionare.
Da tempo non lavoravamo più insieme, ma mi teneva d’occhio a distanza. La settimana scorsa, dopo aver letto un mio pezzo, mi aveva scritto una mail: “Oggi sono proprio orgoglioso di te. Non c’entro niente, lo so. Ma è come dire: ho visto il mio vicino in televisione… io quello lì lo conosco! E io conosco Geolina dolce che è proprio brava”. Gli ho risposto: “Tutto merito tuo, Fra”. Oggi, quando mi hanno chiamato per dirmi che non c’era più, ho ringraziato il cielo di averle scritte, quelle quattro parole.
Non so perché Fra se ne sia andato così. Nel sonno, come una persona affaticata.
Affaticato lo era di certo, ma la vita in lui sgorgava come acqua dalla fonte.
Aveva sofferto molto, quando un qualche pirla trentenne in giacca e cravatta appena assunto in Mondadori aveva pensato di iniziare a ridurre i costi partendo dal suo giornale. Non aveva capito nulla, ovviamente; e infatti dieci anni dopo avrebbero pagato qualcun’altro per fare la stessa cosa che Fra aveva intuito anni luce prima del resto del mondo. Ma quella storia gli aveva fatto male, anche se non lo diceva: il Dima era uno che viveva per scrivere, più che il contrario. Aveva tutti i difetti del giornalista, e le qualità di un uomo straordinario.
Quando la sera stavi cercando di andare a casa alle otto e lui ti chiamava di là nella sua stanza avresti voluto imprecare, perché ben che andasse ci saresti rimasto mezz’ora, e magari avresti pure dovuto riaccendere il computer.  Fra non aveva il senso del tempo, viveva solo e parlava incessantemente. Al posto di un computer aveva uno shuttle della Nasa, con duecento cose attaccate, monitor, telefoni, chiavette, decoder, e cazzapuffi vari, come li chiamava lui.
Si rollava a getto continuo delle microsigarettine che dimenticava dappertutto; le trovavi infilate tra la tastiera e il monitor e gli dicevi Cazzo fra, qui no, dai, e lui ti rideva in faccia beato e contento.
Era un uomo pieno di talento, con la testa tra le nuvole ma capace di scendere al momento giusto; era delicato e burbero e brontolone e allegro, e io non riesco ancora a piangere, ma so che presto dovrò fare i conti con il fatto che non c’è più.

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