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Poesie nuove

La mia risibile vita culturale, impantanata da un paio d’anni tra le sentinelle del Medio Oriente e le secche affettive della Darsena, può fregiarsi di due-dico-due esperienze da raccontare.
Giovedì sono andata al Macao – il grattacielo dei Ligresti occupato la settimana scorsa: finché c’è vita c’è speranza – a vedere Guido Catalano: un po’ poeta un po’ cabaretista un po’ conversatore divino.
Catalano è un torinese 40enne con due musicisti genovesi a metà tra Tom Waits e Pancho Villa: pungenti, accoglienti, ironici il giusto.
Il titolo del suo ultimo libro è Ti amo ma posso spiegarti, il che chiarisce perché lo abbia trovato perfetto dopo qualche ora di scambi di vedute con il mio ex.
Mi sento di consigliarlo caldamente, anche chi non ha ex recenti né passati: basta avere un cervello.
Venerdì, invece, ho ascoltato il monologo di due ore – ma pare mezza – di Ascanio Celestini in Pro Patria. Su Celestini c’è poco da dire: è un attore stupefacente. E un pensatore che ci vuole, magari in alcune parti vagamente vetero-retorico (a me piace così, a dire il vero, ma mi hanno insegnato a essere intellettualmente onesta: che palle), della sinistra che sciorina formule vecchio stampo.
O almeno questo pensavo, mentre raccontava con la rincorsa, inscenando un detenuto che immagina un dialogo con Mazzini e ricostruisce la storia del Paese e dei suoi risorgimenti (più d’uno), lo stato attuale delle carceri. Mi dicevo: facile, sì, dire che è inumano, ma la punizione, la pena, il dolore, i soldi per mantenere i carcerati, e perché dobbiamo farcene carico noi, e insomma.
Poi mi è venuto in mente che forse è proprio questo il limite del pensiero moderno e certamente di molta sinistra: non riuscire più a pensare in grande, svincolati dai numeri e dalla razionalità quotidiana. A fare il salto verso un concetto più alto e umano e utopico, quindi a cui tendere.
Ecco a cosa serve andare a vedere Ascanio Celestini. A ritrovare una direzione. Alla modica cifra di 14 euro: altro che finanziamento ai partiti.

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