gea and the city

A long way down

Ho scritto una email alla mia amica con oggetto “La puttana”. Foto allegata.
Ma non era una donna: era una ruga.
Una dannata ruga che da sei mesi, più o meno, tutte le mattine mi si formava come un solco dall’occhio sinistro a metà della guancia. Un rigagnolo profondo, un taglio di Fontana per niente rivoluzionario sul mio visino 32enne.
Per sei mesi, se ne andava entro un’ora dal risveglio: faceva le prove generali, questa stronza.
Nel ristrettissimo circolo di amiche ammesse a vedere La stronza – a mezzo autoscatti con gli occhi gonfi e la pelle giallastra sotto le lampadine del bagno alle 7 della mattina  – si accettavano ormai scommesse: quando diventerà permanente? Cosa sarà a dare il colpo di grazia all’elasticità della pelle e a lasciarla lì, in mezzo alla guancia, tableau vivant del tempo che passa inesorabile?
Hanno perso tutte. Soprattutto, ho perso io: adesso La stronza è  viva e lotta contro di me.
Stamane non se ne è andata. E non so se sono stati gli eccessi di ieri sera, ultimi di una settimana in effetti un po’ sopra le righe per i miei standard recenti.
So solo che ho chiamato la mia amica e le ho detto: Vedi, ho i segni del tempo che mi dovrebbe lasciare la fatica di aver fatto e accudito un figlio, che invece magari non farò, e giù lacrimevoli lamenti.
Lei, serafica, mi ha risposto: Basta che prendi cinque chili: ti si distende la pelle e addio rughe.
Manco morta, così prima di dire addio alle rughe dico addio agli uomini. 

P.s Sì, papà, se per caso stai leggendo questo blog: è pieno di parolacce e le parolacce non stanno bene sulla bocca di una signorina.
Nemmeno le rughe stanno bene sulla faccia di una signorina, però.

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