libri

you can feel it

Non ho mai creduto alla teoria secondo cui gli oggetti parlano. Che si tratti di un quadro, di un abito o di un libro, sono troppo pragmatica e amante del razionale per pensare che un campo bioenergetico si crei tra te e l’oggetto della contemplazione, intimandone l’acquisto, lo scorrere di lacrime, l’urgenza del possesso e varie ed eventuali. Semplicemente, direi, c’è un gusto del bello o una fascinazione per alcuni soggetti che tutti abbiamo a guidare le nostre scelte.

È seguendo questo criterio che qualche mese fa ho scrollato la polvere dalla copertina di un libro sepolto in una bancarella di Covent Garden, London town. Decine di microscopici puntini brillanti splendevano sulla cover bianca, e una sola scritta, pulita, recitava: A million little pieces. Bingo. Sul retro, un paio di commenti sbalorditivi del New Yorker e di Bret Easton Ellis avrebbero convinto ad acquistarlo anche un analfabeta.

Me lo sono portato a casa e ho aspettato qualche settimana prima di prenderlo in mano. La sera che è successo, però, non sono più stata in grado di mollarlo. Ero in partenza per la Germania, con un aereo alle 7 am: alle 4 stavo ancora leggendo sotto le coperte. Ho letto in aereo, rannicchiata vicino al finestrino, con qualche lacrima a scorrere furtiva. Ho letto dopo l’intervista, sul taxi, la sera in albergo, la mattina prima di ripartire. Ho letto, e mentre leggevo assorbivo per osmosi un modo di pensare e di essere forti e coraggiosi; un dolore che è rinascita; una rinascita che è paura.

James Frey usa pochissima punteggiatura. I suoi libri sono sussurri e grida; le parole si accavallano sulla pagina, si rincorrono, accelerano d’improvviso come un respiro affannoso. James Frey usa parole semplicissime per dire cose enormi, come la morte, l’amicizia e l’amore. James Frey, soprattutto, è quello che scrive: la storia che racconta – almeno in A million little pieces – è quella incredibile della sua vita.

Una vita che inizia a sfasciarsi a 13 anni con la dipendenza dagli alcolici e diventa dolore allo stato puro intorno ai 17, quando alcol, cocaina e crack prendono il sopravvento. Il libro è la storia di un recupero che inizia sfiorando la morte, e che la accarezza ancora molte e molte volte nel suo dipanarsi. È una storia che passa attraverso la galera, incontri importanti, un talento da scoprire, un istituto di riabilitazione, amici poco raccomandabili. È, infine, un percorso, in cui la traiettoria di James – protagonista nonché autore – finisce con il coincidere con quella di chi legge, in un equilibrio delicato di messaggi e attese. A patto di volerli o saperli cogliere.

Frey è stato per me lo stesso buco nero di emozioni che fu Tabucchi alla sua scoperta, moltissimi anni fa: il desiderio quasi morboso di nurtirmi di parole, di dischiudere l’anima, di cadere a ogni pagina e scoprire come rialzarsi a quella successiva. Frey mi ha dato alcune risposte, che forse erano lì da sempre, ma ancora non avevo afferrato. Insomma, mi ha parlato.

Non è stato sufficiente per cambiare la mia opinione circa il dialogo con gli oggetti, ma abbastanza per comprare a scatola chiusa qualsiasi cosa abbia scritto dopo. In aereo ieri ho finito My friend Leonard, proseguimento del primo.

Oggi mi sento a rota, orfana di qualcosa. Ma ricca, calma, distesa.

5 Comments

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    Belinde

    Non credo riuscirò mai a leggere un libro alla tua maniera. Non intendo per l’applicazione, la costanza o l’alienazione: da sempre quando trovo una lettura interessante scompaio dalla faccia della terra per tutto il tempo necessario. Quello che mi stupisce (e affascina) nella tua esperienza è il livello di empatia raggiunto con l’Autore.
    Non amo il genere “storia vera” ma qualcosa ho letto, e mirabile dictu alcuni testi mi sono persin piaciuti; l’aspetto che mi è interessato era dato dalla concatenazione degli eventi narrati, dal susseguirsi di cause ed effetti che poi è l’analogo dell’intreccio in un’opera di narrativa: l’idea che qualcuno, qualcuno di *reale*, potesse aver vissuto sulla propria pelle quegli eventi non generava in me che un saltuario senso di stupore. Cosa implica questo? Di primo acchito, sembrerebbe che non abbia “fatto miei” quei libri, avendoli letti con la stessa partecipazione di un saggio di etologia. Eppure anche Lorentz mi *ha* dato qualcosa: ha fornito elementi alla mia parte razionale che continuo tutt’ora a sfruttare; Lorentz come quei pochi scrittori di autobiografie con cui ho avuto a che fare. Sono entrati nella mia vita in un modo forse più subdolo, alterando la mia visione del mondo quasi senza farmene rendere conto.

    Tutta questa pappardella alla fine a cosa ci porta? A un nulla di fatto: buana Gea ordina di scrivere e Belinde prontamente esegue. Non potevo parlare del libro perché non l’ho letto (nonostante “un milione di piccoli pezzi” mi pare fosse stato pubblicato in Italia quando lavoravo in libreria, ma forse mi sbaglio), non potevo scrivere idiozie perché il post non lo permetteva: l’unica alternativa era svicolare…

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    el rubio

    Until now I managed to collect “999.000 little reasons” to read this book, but, after visiting your web, dear “tia Fea”, and reading your passionate and vigorous defence of the writer’s work I have no choice but to read it…and, of course, because I promised you I would do it.

    Te echo de menos loca…

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    gea

    Belinde: tuttii libri ti entrano dentro (o, meglio, tutti quelli che vale la pena di leggere). L’empatia con l’autore è un fatto emotivo ed emozionale; io sono così: mi sembra di conoscerlo questo ragazzo. Mi sembra di essermi chiesta a lungo le stesse cose che si chiede lui mentre cerca la sua strada.
    Poi, certo, non mi succede sempre così. Essendo un’esteta, anche della lingua, solo ciò che è scritto in modo caldo, diretto e penetrante mi arriva, a volte anche a prescindere dal messaggio. Sto leggendo per esempio adesso il libro scritto dalla figlia di una vittima del terrorismo, e siccome non mi piace come è scritto non riesco a entrare nel suo dolore.

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