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1969/1972

C’è una parte della storia d’Italia da cui sono profondamente coinvolta; curiosamente, coincide con il periodo più nero della recente vita repubblicana.

Sono gli anni caldi che si aprono con la strage di Piazza Fontana – 12 dicembre 1969 – e si chiudono con l’omicidio Calabresi, 1972. È l’inizio di quel vortice che porterà agli anni di piombo; che apre lo stragismo di Stato e il peccato originario di questo Paese. Sono gli anni di una Milano che non ho visto, ma che immagino: una Milano solida, ancora non annacquata nella sua versione da bere, una Milano che confina con la Staliningrado d’Italia (Sesto San Giovanni, roccaforte del Pci e del movimento operaio), una Milano di tensioni politiche e rivoluzionarie. Sono gli anni, infine, in cui si consumano vicende dolorose, drammi individuali che diventano storia: Pinelli, Calabresi.

Il merito di avermi fatto scoprire il valore di quel momento e dei suoi protagonisti (che prima liquidavo con il verso di una canzone dei MCR che oggi non riesco più ad ascoltare: “Anarchici distratti che cadono giù dalle finestre”) è di Mario Calabresi, figlio del commissario assassinato e giornalista, che ha pubblicato il libro forse più toccante che abbia mai letto: Spingendo la notte più in là.

Con la forza e la dignità di chi vuole trasformare il dolore individuale in riflessione collettiva, Calabresi racconta del padre, di Pinelli, di entrambe le famiglie, dei rapporti che li legavano; racconta della sua vita e di quella dei due fratelli, rimasti orfani e con una madre appena 27enne: il più grande, Mario, aveva allora tre anni e l’ultimo ancora non era uscito dal calduccio del ventre materno.

Tratteggia, in modo caldo e sincero, mai volutamente o casualmente patetico, la storia del suo dramma familiare che si fa dramma di un Paese. È un libro che andrebbe letto nelle scuole, regalato ad amici e parenti, distribuito durante le manifestazioni; io ne ho acquistate un paio d’anni fa una dozzina di copie, e le ho donate a molte persone che desideravo lo leggessero.

La moglie di Pinelli, l’anarchico ingiustamente accusato della strage di piazza Fontana e morto in circostanze mai chiarite con un volo dalla stanza del commissariato dove era interrogato, non ha scritto nulla, ma non ha mai smesso di chiedere la verità. Nel 2009 il presidente Napolitano, con un gesto che restituisce dignità alle istituzioni, ha invitato sia lei che la moglie di Calabresi al Quirinale, e ha inserito Pinelli nell’elenco delle vittime di piazza Fontana. A 80 anni passati, Licia Pinelli rilascia poche interviste in occasione della ricorrenza della strage, e con lucidità e compostezza non smette di chiedere che sia fatta chiarezza sulla fine del marito.

Quello che colpisce nelle due famiglie, Pinelli e Calabresi, che la storia ha legato loro malgrado, dipingendole come contrapposte frontalmente, è invece la profonda condivisione, fatta di umanità e dignità rarissime. Sentendole parlare si capisce cosa siano la rettitudine, la tenerezza, la compostezza.

In un Paese sopraffatto dal ciarpame, politico, comunicativo e morale, il messaggio dei Pinelli e dei Calabresi entra nel cuore e sedimenta. Fa crescere un desiderio di cambiamento che non è fuga dal reale, ma urgenza di penetrarlo e stravolgerlo.

2 Comments

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    De Liuk

    Grazie Ge, non sono mai riuscito a leggerlo perché non ho mai avuto due minuti liberi da quando l’ho comprato. Non posso ignorarlo ancora

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