politica e dintorni

Mattarella, Savona, le opinioni polarizzate e come se ne esce

Quando Conte è salito al Colle, ieri sera, ero bloccata in autostrada in coda. Ho cercato una radio che trasmettesse in diretta i discorsi e il dibattito conseguente; smanettavo su Twitter cercando informazioni aggiornate. Sulla timeline mi appariva il solito mix di battute, notizie e analisi condensate, più o meno motivate, compiaciute, allarmate e polarizzate. 
M’è passato tra le mani un tweet di un collega, coetaneo, molto quotato, di quelli che già c’è chi dice «Quando sarà il direttore del Corriere» (a dirlo sono persone di destra oggi ricompatatte nel centrismo renziano, solo per precisazione), uno per me misurato fino al limite della banalità di quello che chiamo “buonsensismo”, cioè il dire sempre la cosa giusta, quella su cui è difficile dissentire, anche a scapito di una riflessione più profonda e radicale.

Il tweet commentava Paolo Savona, un po’ come fosse stato Savonarola, sostenendo che era «un pericolo per l’Italia e per gli italiani», dunque Mattarella si era trovato in una posizione obbligata. Non era certamente solo: il buonsensismo (e forse qualche interesse personale) ha fatto sì che Savona fosse descritto come un anziano facinoroso, fieramente antieuropeo, con ruggini personali col capo della Bce, pronto a guidare l’Italia – lo ha detto anche Mattarella – fuori dall’euro con rischi incalcolabili. Cose vere? Non dette così.

Che Savona sia scettico con la modalità con cui l’euro è stato costruito, sui parametri di Maastricht, su certe politiche dell’Europa non è in dubbio: e tuttavia,  praticamente chiunque nell’arco politico, in momenti alterni e con frasi diverse, lo è stato e ha manifestato uguali preoccupazioni. Da anni non sentiamo altro che richieste di flessibilità, la necessità di cambiare l’Europa, di renderla più umana, meno germanocentrica, di rivedere i Trattati e via discorrendo.  Savona è stato molto esplicito in certe sue critiche, anche sulla Germania, e anche se non so se abbia del tutto ragione o meno, so però che l’uomo ha ricoperto ogni genere di incarico istituzionale in Italia e per quanto la sua amarezza con la Ue si possa essere accentuata non è lecito né onesto trattarlo come una Le Pen qualunque. Dubito inoltre che, se fosse stato nominato ieri, avrebbe avuto concretamente il modo di condurci su chissà quale baratro: esistono tempi tecnici, riunioni fissate con sei mesi di anticipo, lunghissime negoziazioni. David Cameron lanciò il referendum sulla presenza di Londra nella Ue a gennaio 2012; il referendum si tenne a giugno 2016: ci sono voluti 4 anni, durante i quali se  avessero voluto gli inglesi avrebbero tranquillamente potuto cancellare la consultazione. 

Insomma, Savona avrebbe incendiato l’Italia portandola a picco? Non lo posso sapere ma non credo, un po’ per chi è lui («un signore garbatissimo, con profonda conoscenza della finanza pubblica», lo ha descritto un altro giornalista di recente, uno che lavorava in un settimanale di economia, e oggi, per via della contrazione in Mondadori, lavora a Donna Moderna: quindi, per capirci, un giornalista che non ha la pretesa di influenzare il dibattito del Paese) e un po’ perché esistono regole, tempi e modi ai quali ci si sarebbe dovuti attenere. Credo anche che Savona sarebbe stato molto meno dannoso (molto meno, moltissimo meno, tremendamente meno) che Salvini agli Interni a gestire la questione immigrazione: ma quest’ultimo è un personale giudizio politico. E quindi è stato davvero povero il modo con cui i colleghi, la stampa di sistema  – sì, in questo caso è di sistema, e dirlo non significa fare il gioco di Grillo, bensì dire il vero – ha provato ad azzopparlo, dipingendolo come un cretino. Ritengo che Mattarella abbia fatto un errore molto grosso a impuntarsi, per ragioni sia politiche che istituzionali; penso anche che Mattarella sia in balia di questa crisi, la subisca più che gestirla, abbia sbagliato quasi tutte le mosse. 

Questo fa di me una sostenitrice di Savona, di Salvini, di Di Maio, o una contro la presidenza? Ma ci mancherebbe. Il governo Lega-M5S mi si profilava davanti come un incubo, disprezzo politicamente i due, non conosco l’opera omnia di Savona e credo fortissimamente alle istituzioni: non come modo di dire per darsi un bon ton da élite responsabile – detesto il termine responsabile – bensì perché senza una cornice di regole condivise salta il concetto stesso di Repubblica. 
Rivendico però il diritto di dire che penso che Mattarella abbia sbagliato, che Savona andasse confermato e che la stampa abbia gestito la questione ministro dell’Economia con un’immaturità da  scuola media, dando un contributo cruciale – e di questo sì bisognerebbe sentirsi responsabili – alla polarizzazione del dibattito pubblico. E cioè a dividere tutto in buoni e cattivi, eroi o carogne, giusto o sbagliato, come succede da troppo.

Breve riepilogo per smemorati, e certo mi dimentico qualcosa: quando Berlusconi disse che contro di lui si erano mossi poteri forti e l’Europa intera venne massacrato, oggi lo ammettono candidamente tutti; quando Monti arrivò era il dio della sobrietà col Loden: poi abbiamo infilato il pareggio di bilancio in Costituzione e oggi si pensa che alcuni errori fatti allora (vedi esodati e Fornero, ma anche il tasso di rappresentati di interessi privati in quel governo, vi ricordate la vicenda Ligresti?) siano stati gravissimi; di Matteo Renzi si esaltava qualsiasi stupidaggine, paginate apologetiche sul prendere il Frecciarossa, l’iPhone sempre connesso, la corsetta della mattina e la pizza la sera: oggi Renzi è colui che ha distrutto il Pd.  Tutto, sia detto con grande chiarezza, senza mai una riflessione, senza mai dire «Scusate, abbiamo sbagliato, forse non ci abbiamo pensato abbastanza, ci siamo fatti prendere la mano perché suggeriti, imbeccati, perché vittime di buonsensismo». Poi il buonsensismo sulla Grecia ha fatto sì che chiunque oggi scriva che la ricetta di Europa e Fondo monetario internazionale è stata sbagliatissima, ma quando allora i greci scendevano in piazza con la stessa fermezza venivano bollati come cicale inconsapevoli, o molto peggio. 

Avremmo dovuto imparare dunque, se solo ragionassimo sulle cose, che il bianco e nero non funzionano, non consentono tonalità o sfumature,  impongono strade che poi svoltano repentinamente, e nessuno vuole quelle svolte. Le persone non giudicano più qualcosa accogliendo tutti gli elementi della riflessione, ma sulla base di fedeltà quasi tribali: i responsabili contro gli antisistema, la casta contro l’élite, l’Europa contro i no-euro, il progresso contro i no-tav. La polarizzazione dei giudizi è pericolosissima, ma non si riesce a scapparne, nemmeno tra coloro che dovrebbero costruire il dibattito pubblico (torniamo al tweet su Savona «pericoloso per gli italiani», e c’è da chiedersi se uno non si senta ridicolo nel descrivere così un ex ministro, capo di Confindustria, economista 80enne). Se critichi la gestione della Tav in Val di Susa sei un terzomondista, poco conta che chi te lo dice non sia mai andato in Val di Susa e tu invece ci abbia passato giorni e ti sia letto documenti e conti economici. Se pensi che Mattarella abbia sbagliato, sei contro Mattarella, non contro quella specifica decisione, e via discorrendo. 

Il mondo invece è molto più complesso, ogni elemento andrebbe valutato senza apriori, con profondità di giudizio e riflessioni di lungo periodo. Questo non succede, né tra molta parte delle élite né, tantomeno, tra chi élite non è e formula i propri giudizi su poche informazioni malconce, strumentalizzate, mal scritte e mal documentate. Su Facebook ma non solo; anche banalmente prendendo per buone certe frasi dette in televisione che poi non significano nulla, o sono palesemente sbagliate. L’altro giorno avevo in macchina un tizio – BlaBlacar – che sosteneva che l’Italia avesse venduto le coste alla Francia (vecchia storia, riesumata qualche mese fa da Meloni): quando gli ho detto che le cose non stavano così, che l’Italia non aveva ratificato il trattato, che la Francia aveva ammesso l’errore sulle cartine geografiche  eccetera, ha continuato a sbraitare sul «coglione di Gentiloni», che oltretutto è anche un falso storico perché la vicenda inizia nel 2012.  Abbiamo creato una parola per descrivere questo atteggiamento, post truth, cioè post verità, ma poi non siamo andati a riempirla di quella consapevolezza che serve a “denuclearizzarla”.

Il mio timore è che non siamo in grado di farlo perché il gioco ci è scappato di mano. Ieri sera leader politici invocavano l’impeachment di Mattarella al telefono con Fabio Fazio, che subito dopo aver chiuso con Martina ha dato il palcoscenico a Fedez e J-Ax che cantavano “Comunisti col Rolex”: e oltre all’effetto repubblica delle banane,  è difficile non cogliere la continuità tra quel titolo e quello che stava succedendo politicamente in una sera di pura follia. La coscienza delle persone è annichilita nel pensiero binario, e nessuno si occupa più di formarla in alcun modo: non la scuola – dove ormai i docenti cercano di sopravvivere, non più di strutturare il Paese – non gli opinionisti (avete presente cosa è successo a Michele Serra?), non i giornali o le televisioni, che aizzano gli animi. Il problema non è nemmeno la follia di aver pensato per qualche giorno che un premier praticamente scelto a caso per essere un robot potesse essere teleguidato da due politici e tallonato da responsabili della comunicazione per evitare che assumesse iniziative proprie (infatti Conte avrebbe potuto dire: faccio ministro Giorgetti d’accordo col Quirinale e chiuderla lì, invece ha rimesso il mandato perché così gli hanno detto di fare). Il problema è che le persone, il popolo, la gente, chiamatelo come volete, è una massa informe sovreccitata, che ha le soluzioni senza nemmeno aver messo a fuoco bene i problemi, che cerca “emozioni forti”, che vuole azioni eclatanti perché ha bisogno di rivincita, se non di vendetta. E quando aizzi la gente così, quando porti l’esasperazione a questo livello, il problema  non è più lo spread: è che prima di convincerli a rimettersi ad ascoltare, a capire, a studiare deve succedere qualcosa di bruttissimo. Una guerra, una carestia, le brigate rosse, qualcosa che metta tutti in ginocchio e azzeri forzatamente le cose. 

È uno scenario drammatico, ma io penso che sia quello che ci aspetta. Abbiamo una responsabiltà anche noi in questo, noi con i nostri tweet, con le opinioni certe, con l’assenza di sfumature e la certezza che il nostro bianco sia il solo vero bianco, tutto il resto nero. Ma il mondo, per fortuna, è fatto di grigi. 

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