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    Beirut/Dispacci #6

    Così siamo saliti su un bus in direzione sud. Una pletora di soldati dal sapor mediorientale e noi due biondicci. Abbiamo ottenuto un permesso dai militari per superare il checkpoint a metà strada e poi via, nelle mani di un aspirante Schumacher che non ha esitato a deviare su un’autostrada chiusa, con tanto di slalom delle betoniere intente a stendere il cemento, pur di evitare la coda. E il respiro si è fatto più leggero man mano che le case diradavano e il mare diventava più largo e i colori più ocra e le nuvole più basse, con le casette bianche e i bananeti e piccole piazze brulicanti di uomini…

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    Beirut/Dispacci #5 e 1/2

    Due ragazzini, seduti su un taxi con noi. How old you? 30. He your boyfriend? Friend. Love him? Somehow, he’s a friend. Love her? She is a friend. Have children? No, no children. You have boyfriend? Mmmh…Boyfriend, emhh. Not for children, no no no. [Try, just a little bit harder.]

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    Beirut/Dispacci #5

    La parte meridionale di Beirut è un buco nero scomparso anni fa dalle mappe. E dalle coscienze. Superata la divisione est/ovest con la fine della guerra civile, una linea netta è stata tracciata sotto Manara e Achrafiye; la contrapposizione non più tra quartieri arabi o cristiani, bensì tra zona Hezbollah e resto del mondo. Bollivo da giorni nel desiderio di spingermi laggiù, dove un sacco di gente, incluso molti arabi che abbiamo conosciuto, non è mai stata (Domani andiamo nel sud di Beirut. Bello, nella costa, Tiro, Sidone? No, no, nel sud della città. Ah. E cosa ci andate a fare?). Non che sia così strano: si fatica a trovare…

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    Beirut/Dispacci #4

    sottotitolo: Lezioni da imparare E comunque voi provateci a dire a un beirutese alle 4 della mattina che volete andare a casa a dormire, ché l’indomani si lavora. Risponderà: Domani c’è la guerra. Non è che sia facile dargli torto.

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    Beirut/Dispacci #3 e 1/2

    Vi potrei risparmiare il racconto di come ieri notte sbronza di vodke mi sono lasciata trasportare in un locale dove suonano musica araba – certo, dopo aver cantato time after time e bette davis eyes al karaoke ed essermi fatta inserire nella lista nera degli avventori nei secoli dei secoli – e aver accettato che un esercito di strafiche libanesi provasse a insegnarmi a ballare come le odalische insistendo but it’s easy mentre io goffamente provavo a spiegare che sono rigida come un bastone e per me non sarà mai easy; e di come ho comunque provato a ballare per compiacerle ottenendo effetti grotteschi e sentendomi un’idiota totale con un’ingestibile…

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    Beirut/Dispacci #3

    Da due giorni Beirut è sovrastata da una cappa di smog e umidità che ingiallisce il paesaggio. Questa mattina alle sette e mezza, mentre raggiungevamo la fermata del bus che ci avrebbe portato a Jbail, quaranta chilometri a nord, mi sentivo già appiccicosa come se avessi fatto il bagno nella colla di pesce: un ottimo modo per presentarsi all’intervista con un promettente musicista alternowell, figlio di una dei più grandi compositori arabi (ma questo l’abbiamo capito una volta lì, vedendo le locadine del suo concerto alla Scala di Milano – ovviamente gli avevo già chiesto, Scusa, Kalif chi?). I trasporti pubblici a Beirut si chiamano service e sono alternativamente vecchie…

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    Beirut/Dispacci #2

    soundtrack: Everything in its right place Abbiamo iniziato a lavorare, con una massima in testa: “I soldi non è come li fai, è come li spendi”. Ogni ulteriore interpretazione è lasciata ai singoli (ma senza spingersi troppo in là con la fantasia). Intanto, per spianare la mia carriera e diventare presto la firma di punta del NYT, mi sono assicurata di rompere lo specchio del bagno stamattina. Mentre giravamo per il quartiere alla ricerca di uno nuovo ci siamo imbattuti in una signora preoccupatissima per gli anni di disgrazia che mi sarebbero piovuto addosso; costernata e animata, in un inglese stentato ma gentilissimo, mi ha spiegato che avrei potuto evitarli…

  • Dispacci,  viaggi

    Beirut/Dispacci #1

    Con un’ora e mezza di ritardo rispetto al previsto, e quattro chiamate senza risposta di Edoardo sul telefono, sono arrivata a Beirut alle 3 di notte. Ad attendermi il tassista che mi aveva mandato a prendere, un tizio di mezza età con un sorriso largo e un po’ molle, incapace di parlare altro che arabo. Il che ha iniziato a essere un problema a nemmeno tre minuti dall’uscita delle porte scorrevoli, quando si è accorto di non ricordarsi dov’era parcheggiata la macchina: girava avanti e indietro per il parcheggio dell’aeroporto emettendo suoni gutturali, mentre io sudavo copiosamente, con 20 chili di zaino sulle spalle, cercando di saltargli dietro. Dopo dieci…

  • gea and the city,  musica,  viaggi

    only fly for freedom

    Nove anni fa esatti vivevo a Valencia, era appena uscito All that you can’t leave behind e io ascoltavo Walk on dalle 20 alle 30 volte al giorno. Già allora non erano più gli U2 di un tempo, Bono si era montato la testa, il disco era un pallido tentativo di ritornare alla semplicità abbacinante di The joshua tree e un sacco di altre cose così, tutte vere peraltro. Ma questa strofa ce l’avevo piantata in testa e stasera, in un luglio milanese quasi africano, mentre faccio lo zaino per Beirut, mi rimbalza tra il cuore e i polmoni proprio come in quella lunghissima estate spagnola. You’re packing a suitcase for…

  • alla rinfusa,  personaggi,  viaggi

    iconoclasta

    Edo è andato ad Arles e ne ha tirato fuori un progetto fotografico. Le foto fanno morire dal ridere, guardatele una di seguito all’altra. (Nota bene: funziona meglio se sapete cosa è il festival internazionale della fotografia di Arles e chi è Paolo Woods – un amico, tra le altre cose).