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    Dispacci, India – Chennai #6

    Prima avevo un negozio, ma non c’era abbastanza lavoro. Qui se guadagni meno di 150 mila rupie la tua aliquota è del 10%. Ma se ne guadagni di più è del 25%. L’Iva è al 28%. Se metti 100 rupie in banca, in tre transazioni non c’è più niente. La situazione è tremenda. Ma il primo ministro Modi cosa sta facendo? È un bugiardo. È un illitterato. Un uomo di campagna che ha costruito una carriera coi soldi. Ma gli indiani sono troppo innocenti: si vendono per 400 rupie. [lezione di vita da un tassista, al quale dai 3,70 euro per un’ora di corsa e mezza (sua) di attesa, e…

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    Dispacci, India – Chennai #4

    In tutti i Paesi asiatici il clacson è usato con una certa libertà: più che un segno di avvertimento, un’allerta permanente. Il che, peraltro, rispecchia la natura del traffico. In India tuttavia è qualcosa di più, quasi un segno di mascolinità: più suoni, più sei uomo. Ed è così che oggi l’autista del bus Chennai-Tiruvannamalai, sul quale incautamente ci siamo sedute in prima fila, mi ha totalmente stordito: e non basta che abbia messo prima gli auricolari e poi addirittura i tappi per le orecchie, sono arrivata a destinazione frastornata come mai mi era successo per il rumore, con quel senso di nevrastenia da il prossimo che dice una sillaba…

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    Dispacci, India – Chennai #3

    Sto faticando a fare foto. Normalmente rischio l’effetto giapponese, qui invece ho un blocco. Scatto immagini, le riguardo e mi pare che non restituiscano nulla: non la sporcizia sedimentata in stratificazioni geologiche, non l’accozzaglia di oggetti, cemento, fiori freschi, fiori calpestati e incenso ai margini della strada, non le facce impastate di sudore, polvere e vita, non le mucche sdraiate in mezzo alla strada e centinaia di scooter, tuc tuc e auto incastrate intorno, non la gente buttata per terra a dormire e non – soprattutto – l’ordinarietà della scena, l’assoluta normalità, in cui l’unico vero elemento distonico sei tu con il tuo trolley colorato e gli occhiali da sole…

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    Dispacci, India – Goa #2

    La classe media indiana esiste, e consuma smartphone e selfie stick (nonché, sospetto, soft porno in quantità). Coi primi ci fa foto ovunque: si fa e ti fa. Hanno più foto di me in spiaggia gli indiani che tutta la mia famiglia, inclusi i parenti di secondo grando. Nel soft porno, infatti, alla fine ci sei dentro tu: cos’altro ci faranno mai con quei duecento selfie che ti hanno chiesto di fare in quanto strano soggetto esotico?  

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    Dispacci, India – Goa #1

    Dicono che a Goa ci vadano solo gli europei, qualche russo, un po’ di israeliani a mandare giù Mdma per dimenticarsi gli orrori della militarizzazione continua. Noi, però, ci abbiamo trovato praticamente solo indiani: quelli ricchi, turisti del weekend, che scappano dalle città e si intingono in questa giungla umida affacciata sul mare per bere birre e farsi selfie di coppia, etero e gay, senza divieti o timori. Di Mdma neppure l’ombra, ma non l’abbiamo cercato: che in giro ne esistano cascate è certo.  Dire Goa, comunque, non ha molto senso: il nome è quello dello Stato, una striscia lussureggiante e vagamente amazzonica. Sarà il passato coloniale portoghese, con le…

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    Dispacci, Negev-Gaza #7

    La verità è che viene da fare gli scemi, a dispetto della serietà con cui si prendono loro. O, forse, proprio per via di quella: raffinamento del concetto abbozzato a Gerusalemme, quando abbiamo pensato di ridare una speranza a migliaia di figli di ultraortodossi condannati a una vita realmente incolore distribuendo copie di Playboy fuori dalle scuole medie, come invito all'(auto)erotismo. Eccoci, gli indiani metropolitani dello shabbattismo. Che, già da sé, onomatopeicamente si presta, specie se ti svegli sopra un altopiano di sabbia nel mezzo del nulla e devi cercare un beduino vegano e senza denti per farti fare colazione perché quelli da cui andresti normalmente di sabato non toccano…

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    Dispacci, Negev #6

    Atto primo Deserto, deserto, ancora deserto. Di sabbia, di roccia, di minerali ferrosi mescolati a sale e a sabbia. Bellezza abbacinante, tagliente, desolante. Ricordi del Sahara, del Mojave, dei Sahrawi, della Death Valley e di tutti i posti in cui ancora non s’è stati ma si spera di andare. Dopo ore di deserto, l’insegna del kibbutz Lotan, presentato dai local mainstream come l’avanguardia dell’innovazione ecosostenibile, pare un miraggio: avranno della frutta? Ci sarà una cerimonia di collettivismo da raccontare? I bambini crederanno nel dio deserto e nel mito della frontiera? La risposta sta nel frigo del microsupermarket zeppo di Coca-Cola e Fettuccini alfredo surgelati, pizze e gelati Nestlè, venduti da…

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    Dispacci, Negev #6

    Ore dopo guidavamo nel nulla lunare del deserto del Negev, con le scarpe da ginnastica attaccate agli specchietti retrovisori per farle asciugare dopo l’affondamento in una pozza salata e prima di fermarci in un McDonalds con gli archi piantanti nella roccia a mo’ di bandiera di Armstrong, e Galimberti ha raffinato il concetto: No, son serio: non è un caso che tutte le religioni più severe sian nate qui, eh. Guàrdate intorno: nun c’è nulla. Nasci qui, dici e ora che cavolo faccio? E t’attacchi al tuo dio.  Facce’ caso: le religioni più bonaccione, più fricchettone, son nate tutte in posti meno ostili, se sta meglio là. Dico cazzate?

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    Dispacci, Ramallah #5

    Ore passate a chiederci se e come superare il checkpoint in macchina – ma glielo chiediamo all’assicurazione se si può? ma ci portiamo dei libri da mostrare? ma al limite parcheggiamo la macchina e andiamo a piedi dall’altro lato? – e poi la AiGo bianca motorizzazione probabilmente 600 ma forse anche due e mezzo che ci hanno noleggiato ha passato il confine Gerusalemme-Ramallah senza che nessuno chiedesse nemmeno un documento.  Il consueto casino di Ramallah ci ha risucchiato in men che non si dica: strade sempre sporche, attraversate da automobili praticamente in qualsiasi direzione possibile – diagonale rispetto al senso di marcia, suonando il clacson in continuazione, tra le preferite…

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    Dispacci, Tel Aviv #4

    La generazione con la divisa e il mitragliatore si è palesata di colpo, dopo due giorni che incontravamo solo hipster in canottiera collegati a grinder, dog sitter per famiglie affluent ed arabi israeliani di ogni età e tipo, rumorosi e bruschi come i loro cugini dei Territori.  Eravamo in centro, nei pressi dell’auditorium, forse il solo posto in cui la città sembra davvero una città. I militari ragazzini erano radunati disordinatamente, un po’ seduti in gruppetti – telefono in mano e fronte sudata – un po’ sdraiati per terra, al riparo dal sole. Ci stavamo chiedendo come mai fossero tutti lì quando ci siamo girati e abbiamo visto una spianata…