Archive for category giornali e dintorni

Codici di geometrie esistenziali #1

La signora ecuadoregna che fa le pulizie  a casa mia mi ha chiesto un aumento e glielo ho concesso, dopo tre minuti scarsi di spiegazione (porque sabes, el pais es muy pobre y mi hija no tiene que comer y bla bla).
Io sono sei mesi che entro nella stanza del direttore e gli chiedo un aumento; dopo un’ora di spiegazione esco a mani vuote.
Mi sa che le propongo uno scambio: lei fa la giornalista, ché con le parole evidentemente è meglio di me, e io vado a pulire case altrui. Ché forse guadagnerei anche di più.

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Daje ar Pasok

Per la mia rubrica giornaliera, La cazzata più grossa battuta oggi dall’Ansa (normalmente mi limito a vocalizzarla ai miei, oggi ve la meritate tutti)

GRECIA: ELEZIONI, IN ALA PSICHIATRICA CARCERE VINCE PASOK
A KORYDALLOS SOCIALISTI PRIMI TRA DETENUTI CON PROBLEMI MENTALI
ATENE
(ANSA) – ATENE, 8 MAG – I detenuti delle carceri greche hanno seguito la tendenza nazionale, votando per i partiti minori e demolendo Nea Dimokratia e Pasok. Con un’eccezione: l’ala psichiatrica del carcere ateniese di Korydallos, il più grande del Paese, dove il Pasok ha raccolto il maggior numero di voti, ovvero 20. Lo dice al sito Newsit.gr Antonis Aravantinos, presidente del sindacato delle guardie carcerarie: “I detenuti hanno fatto a pezzi il sistema bipartitico, hanno votato per Tsipras (Syriza), Alba dorata, Greci indipendenti e in generale per i piccoli partiti. Il Pasok ha vinto solo nell’ala della prigione di Korydallos dove si trovano detenuti affetti da malattie mentali, ricevendo 20 voti”.

 

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Pensieri che la notte vanno bene ma la mattina magari no/1

Mi chiedevo mentre rincasavo in un clima emotivo da Gotham City se accetterei che scoppiasse una guerra se sapessi che mi ci mandano da inviata. Distruzione, dolore e strazi in cambio di essere lì a guardarli e schivarli e scriverli, solo perché nella vita ho sempre voluto quello.
La cosa imbarazzante è che, appena allentato il giudizio morale su me stessa, non sono riuscita a rispondermi.

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Grazie del Trota grazie del Trota, bis

In questa primavera che pare autunno, meteorologico e dell’anima, cosa ne sarebbe del nostro umore senza la Lega e il quotidiano spettacolo comico (non proprio gratis, ma vabbé)?
I miei ringraziamenti al Trota, Cooly Noody, la Badante Nera, il Cerchio Magico e i Barbari sognanti.
Nomenclatura da romanzo di Tolkien, demenzialità lumbard.

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I can’t get no reputation

C’è quella roba che chiamano reputazione online, o qualcosa di simile. Significa come la gente parla di te su Internet – al bar, ormai, non ci si va più nemmeno per lamentarsi: troppa fatica schiodare le chiappe dal divano – e ci sono persino aziende che te la calcolano: mica a noi sconosciuti qualunque, ma a quelli fichi e famosi che twittano, bloggano, friendfeedano eccetera.
Io su Facebook c’ho messo sempre e solo delle demenzialità, qualche citazione di Bob Dylan nelle mattine di pioggia (ispirano) e le attività della gloriosa Cani&Porci’s League, il mio personale surrogato al non aver fatto un figlio negli ultimi anni. Di Twitter non ho mai capito un emerito, né peraltro mi ha interessato. Mi sono iscritta quando il direttore ha iniziato a tendermi dei tranelli – Ma hai visto cosa ha cinguettato tiziocaio? Guarda che ti brucia sui tempi – appena un attimo prima che il giornalismo italiano si reinventasse sul social network, in un agonismo à la page che, onestamente, mi imbarazza parecchio.
Comunque, insomma, mi sono iscritta e per due anni mi sono limitata a rilanciare roba di altri una volta ogni tre settimane, più inutile dell’ultimo disco di Vasco Rossi (sì, sì, questa l’ho messa apposta, autocitazione, pardon moi). Poi, nelle ultime settimane, ho scritto anche qualche idiozia più articolata, ma comunque poca roba. Ciononostante, qualche pazzo che forse mi legge in posti migliori ogni tanto pensa di seguire i miei presunti tweet: oggi, per dire, un collega di un altro giornale.
Mi sono presa la briga di cercare informazioni su di lui e sono capitata su una pagina personale in cui la parola più semplice è esegesi e la più difficile non so nemmeno pronunciarla e mi sono sentita in imbarazzo:  se gli altri fanno lo stesso con me e finiscono su geolina probabilmente pensano che l’ho rubato il mio posto di lavoro.

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Inarrivabile Tahrir

Poi leggi un Domenico Quirico così e capisci perché questo mestiere è il più bello del mondo. A saperlo fare.

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Don’t cry for us fornerina

Il ministro Elsa Fornero ha pianto, sì. Un bel momento: dopo vent’anni di barzellette e ballerine è confortante sapere che chi governa capisce l’enormità di quello che sta chiedendo alla gente.
Ma capire non basta: ci vuole la sostanza. Le misure che diano il senso dell’equità: l’Ici alla Chiesa, la patrimoniale, i tagli alla politica, le tasse per i ricchissimi. Solo così chi prende mille euro di pensione non più indicizzata all’inflazione (destinata a esplodere con il prossimo aumento dell’Iva) e deve pagare la tassa sull’immobile rivalutato al 60% può non sentirsi martoriato.
Invece nulla. E dispiace constatare come troppi giornali siao annegati nelle lacrime, dimenticando il resto. Va bene la commozione, lo stile e l’emergenza, ma non anestetizziamo i cervelli.
(Lettera43.it si distingue, e ne siamo fieri)

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29.11.2011

Ho una televisione che non funziona, un iPod troppo pieno, due nocciole e tre noci, un pensiero ricorrente e un sollievo stagionale.
Ho lo stomaco annodato dai dubbi e la testa assediata dalle canzoni.
Ho tanti desideri e pochi denari.
Ho molti sogni e ignoti talenti.
Ho l’ironia dei forti e la paura dei deboli.
Tutto nello stesso sabato mattina.

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ragione batte Gea 1-0

Voglio andare in Libia.
No.
Tanto non esiste alcuna possibilità che mi ci mandino.
Appunto. E se la redazione dovesse votare io direi no.
Mi stai sabotando?
Ti sto facendo ragionare.
Mi vuoi infelice?
Ti voglio viva.  

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Sono una persona orribile/3,4,5,6,7 e qualcosina in più

Partiamo dalla fine. Ci sono serate come questa, in cui entro in casa alle 23 – e la casa, oltretutto, è tremendamente simile a un campo profughi, e lo sarà fino a quando la donna delle pulizie non torna dalle ferie; peccato che potrebbe non tornare mai, visto che mi ha chiesto un lauto anticipo per andare in Perù – in cui mi chiedo perché al posto di farmi studiare, girare il mondo, imparare le lingue e tutte queste baggianate per intellettuali, i miei non mi abbiano messo nel taschino la regola aurea: “Sposa un miliardario” (copyright Berlusconi).
Ovviamente è un pensiero inutile, perché è del tutto evidente che sposarsi è una cosa che non fa per me: ogni volta che ho sfiorato l’idea sono scappata; e se per caso non sono scappata io, se ne è andato lui. Senza dire, poi, che in ogni famiglia deve esserci almeno uno senza il becco di un quattrino, ed è cristallino – quantomeno nella dichiarazione dei redditi – che il destino abbia pescato me per il ruolo.
Quindi, diciamo che non potendo sposare uno ricco e non sapendo fare assolutamente nulla, sono diventata giornalaia (si ringrazia per la sintesi perfetta mio nipote 5enne).
La cosa mi porta oggi a nutrirmi quasi unicamente di torta al cioccolato – se trovate una che alle 23 si mette ai fornelli ditemelo e vado a ripetizioni di stile – e poi a pensare che  buttare giù un elenco ragionato dei propri difetti potrebbe adiuvare una improbabile redenzione dal casino in cui vivo.
Dunque, l’elenco. Sono una persona orribile basterebbe per tutto, ma è troppo semplice, ancorché esaustivo.
Allora andiamo con ordine. Non di importanza ma di recenti incazzature con me stessa.
Sono una dannata impulsiva. E istintiva. E no, non sto barando, non sto vendendo dei pregi mascherandoli come difetti. Sono difetti belli e buoni. E parecchio grandi.
Anche se posso fare valere le attenuanti generiche. Per esempio che sono trasparente come una radiografia (purtroppo non ugualmente sottile), e quindi se faccio una stupidaggine non provo a far finta di niente. Al più cerco di spiegare che non avevo cattive intenzioni; ma di quelle buone sono già pieni i libri di storia (e comunque la gente non ti crede mai).
Il corollario di questo modo di essere è che più mi sforzo di seguire un tracciato che non condivido e più rischio di fare un bottone colossale. Più o meno lo stesso con cui, ad anni alterni, lascio case, fidanzati, famigliari, impieghi e via discorrendo. Trovandomi senza un tetto sulla testa e in disoccupazione. E con parecchie maledizioni vudoo da smaltire.
Ma, va da sé, sono minuzie: un cornetto acquistato a Napoli fa miracoli. Peggio è quello che bisogna buttarci sopra. Una grandinata di insicurezza. Una spolverata di impazienza. E raffiche di ambizione che fanno barcollare.
Poi c’è la frustrazione di quando le cose non vanno come voglio io, che diventa frustrazione logaritmica se non sono nemmeno riuscita a spiegare come avrei voluto che fossero.
Perché, oltretutto, la mia autoritarietà è zero. Detesto chi esercita il potere tanto per, e non sono nemmeno capace di imitarlo.
L’unico su cui ho una qualche autorevolezza è mio nipote, ma solo perché a cena, dopo due ore di discussioni su cause e magistrati tra i suoi genitori, sono sempre io a uscirmene stentorea: “Il bambino si annoia, se parlate solo di lavoro”. In realtà sono io a frantumarmi i maroni, ma comunque agli occhi del piccolo acquisisco una certa brillantezza.
Infine di me si può dire che sono troppo istintiva per essere furba. E, infatti, parlo: dico le cose come mi vengono. Troppo. Troppe.
Trentuno anni e milioni di inciampi non mi hanno insegnato a essere cauta. Attendista. Misurata.
No: quando nel mio cervello è suonato il campanello achtung, è già successo un disastro. E poi hai voglia a sistemare le cose con le buone intenzioni. Se la valanga ti ha travolto è tardi. Più o meno come con la torta al cioccolato che a questo punto ho finito e fra mezz’ora mi provocherà sensi di colpa per i prossimi cinque giorni.
Insomma. Sono certa che ci sarebbero mille altre cose  da dire. Tipo che ogni volta che voglio cucinare le seppie devo fare una foto con il telefono e mandarla a Chicco che mi risponde se sono già pulite o no, che non lavo i vetri di casa dal 2009, che ho della ceretta nel frigo, che rubo la pasta col pesto a mio nipote, che guido a scatti, che odio parlare al telefono se non con cinque persone in croce e spesso non rispondo apposta, che ho riiniziato a mangiare il formaggio nella pizza e molto altro ancora. Ma questo più o meno è l’essenziale per dipingere il quadro spregevole di me.
E se fossi una Barney appena un po’ più povera, o una Tibor appena meno colta, basterebbe domani a rendermi una persona migliore. O almeno ricca.
Tutto mi dice, invece, che domani sarò ancora una persona orribile. E senza il becco di un quattrino.

 

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