Archive for category musica

when will those dark clouds disappear?

Mick e Keith si fanno i dispetti. Un po’ come due vecchi amanti.
Noi avevamo Sandra e Raimondo, l’Inghilterra ha gli Stones.
«So those two things I think, are important. Our bond; his talent. We blink at that point, and go 40 years forward, and he has written a book that says, essentially, that I have a small dick. That I am a bad friend. That I am unknowable».

(riassunto della vicenda per i non aglofoni: Jagger recapita alla redazione di Slate una copia commentata della biografia appena data alle stampe da Richards. Il tutto è esilarante, la cosa migliore che abbia letto nell’ultimo mese. Intendo la bio. E il suo commento).

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Rolling

Ma c’è ancora qualcuno che nell’eterna disputa tra i Beatles e gli Stones pensa che fossero meglio i primi?

(Keith Richards, nell’autobiografia che esce il 26, racconta di aver spiegato così a John Lennon dove sbagliassero gli scarafaggi: «You wear your guitar too high. It’s not a violin. No wonder you don’t swing. No wonder you can rock, but not roll»).

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recovery

Poi di prima mattina l’iPod mi ha tagliato le gambe con Let Down mentre sceglievo cereali in scatola dallo scaffale. Non mi sono ancora ripresa: colpi bassi che non si dimenticano in fretta.

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La conversazione perfetta (o del perché Jarvis Cocker è un genio)

She came from Greece she had a thirst for knowledge, she studied sculpture at Saint Martin’s College,
that’s where I caught her eye. She told me that her dad was loaded, I said In that case I’ll have a rum and coca-cola. She said Fine and in thirty seconds time she said, I want to live like common people,
I want to do whatever common people do, I want to sleep with common people, I want to sleep with common people, like you.
Well what else could I do? I said I’ll see what I can do.

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only fly for freedom

Nove anni fa esatti vivevo a Valencia, era appena uscito All that you can’t leave behind e io ascoltavo Walk on dalle 20 alle 30 volte al giorno. Già allora non erano più gli U2 di un tempo, Bono si era montato la testa, il disco era un pallido tentativo di ritornare alla semplicità abbacinante di The joshua tree e un sacco di altre cose così, tutte vere peraltro. Ma questa strofa ce l’avevo piantata in testa e stasera, in un luglio milanese quasi africano, mentre faccio lo zaino per Beirut, mi rimbalza tra il cuore e i polmoni proprio come in quella lunghissima estate spagnola.

You’re packing a suitcase for a place none of us has been
A place that has to be believed to be seen
You could have flown away
A singing bird in an open cage
Who will only fly, only fly for freedom


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Just breathe

E  a un certo punto stasera Eddie Vedder ha chiamato Ben Harper sul palco e passandosi una bottiglia di vino rosso hanno suonato Red mosquito e io ero così emozionata che mi sono dimenticata di essere sul palchetto della stampa e gridavo e saltavo come al mio primo concerto dei Guns n’ Roses a tredici anni e poi c’è stato silenzio e Vedder ha attaccato Just Breathe e ho pensato che mi si crepasse il cuore.

(Un amico di un conoscente di cugini di terzo grado che si trovava a Venezia l’ha per caso registrata. Eccola).

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ma la musica quando va in prescrizione?

Una delle scocciature di quando ci si lascia è che si perde la musica dell’altro. Almeno a me succede. Settimane, mesi, anni a fare micimicucicucicaracara su quel riff non si dimenticano con la velocità con cui scorrono i pensieri: non resta che fare sparire la playlist dall’iPod.

Però è una rottura di palle vera. Intanto perché, essendo che normalmente non mi accoppio con dei decerebrati musicali, perdo della musica bella. Poi perché a volte perdo anche della musica mia, quella che io ho portato nel micimicicucicucibaribau. Il lui di una delle mie prime storie serie [come se fossero state cento, io nota mangiatrice di uomini: risate a fondo sala] aveva una fissa per Ligabue. E vabbé, da adolescenti si perdona tutto (o quasi), e comunque Ligabue non è stata una gran perdita, direi anzi che mi ha fatto un favore; in ogni caso, per anni, quando qualcuno mi parlava del rocker salame e tigelle pensavo a che razza di uomo triste fosse (fossero: il qualcuno e Ligabue).

Negli anni le cose sono migliorate, o peggiorate se viste nell’ottica del fine rapporto. Mi sono saltati Battisti, Vasco Rossi (salvo solo Cosa succede in città, per fortuna), pezzi di Paolo Conte, pezzi di Tom Waits, tanti Pink Floyd, Janis Joplin, Viola Valentino (mica cazzi), Guccini, pezzi dei Cure, Ben Harper, gli Oasis, Einaudi, i CCCP, i Depeche, David Bowie e anche altri, che al momento non mi vengono in mente ma se metto l’iPod su shuffle sicuro passo mezz’ora a skippare prima di trovare qualcosa di bello liscio senza scanalature emozionali cui aggrapparsi. Gli unici che ho difeso con le unghie e con i denti sono sempre stati i Radiohead, che vengono prima di tutto il resto, e hanno ragione d’esistere a prescindere, come direbbe Totò.

Ma lo sforzo più disumano di tutti è quello di trovare qualcosa di neutro. Qualcosa che puoi mettere in modalità random  mentre vai a correre senza doverti contorcere con la mano nella tasca della felpa per saltare la canzone col rischio di perdere il ritmo. E’ una fatica improba. Richiede aggiornamento costante, una connessione Internet superveloce, voglia di aprirsi al mondo, letture di rivistette e mailing list, scavi archeologici nel passato prepuberale; oppure un amico come Maurizio Camagna. I miei acquisti degli ultimi mesi, oltre a Lady Gaga – genio – sono Belle and Sebastian, Paolo Nutini, le Pipettes, i Pulp e Fabri Fibra. Forse dimentico qualcuno, ma questi di certo sono andati per la maggiore.

Però che noia. Trenta giga di musica di cui un terzo inservibile. Non è giusto: ma quando vanno in prescrizione i ricordi musicali?

[N.B. Il verde di oggi, per cui si ringrazia Belinde (oltre che per tutto il resto), è legato a questa iniziativa qua. Aderite numerosi].

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Can you teach me how to dance real slow?

Sto preparando un lungo post sulla musica, ma ci vuole tempo.

Nel frattempo, questa canzone dice molto su quello che mi passa in testa di recente.

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Dress up in you

Secondo me questa è un po’ la mia storia.

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il tuo sorriso giovane

Questo film mi ha fatto piangere un fiume di lacrime. E ridere, e sorridere, e ricordare.

C’è la leggerezza di questa donna che è un personaggio struggentemente bello e vero, e il dolore che la sua vitalità causa ai figli. Ci sono dinamiche famigliari complesse eppure simili a quelle di tante famiglie, così difficili da snodare ma così vere nei loro percorsi intrecciati e nell’affetto che tracima nonostante tutto.

C’è una donna bellissima, un’epoca storica, il dolore per una perdita, la surrealtà di certe situazioni, l’ironia come arma, il legame alla terra, il mare come rifugio, una storia in alcuni pezzi così mia da far male. E c’è questa canzone, di cui mi sono innamorata.

(Ho preso la chitarra e suono per te/ il tempo di imparare  non l’ho e non so suonare/ma suono per te).

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